Ashèblasta – Apulian Unpopular Music (Ashèblasta, 2026)

La visione della tradizione come un patrimonio cristallizzato e musealizzato con la sola finalità di preservane fome, repertori e pratiche, presenta l’evidente rischio di una stantia reiterazione che conduce all’oblio. Nella ormai celebre affermazione di Gustav Mahler “la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri” si può viceversa rintracciare la natura stessa della musica popolare, che considera la tradizione non come un monumento da proteggere, ma come una materia viva, continuamente sottoposta a trasformazioni, contaminazioni e nuovi attraversamenti. Esiste una terza via, forse più inquieta e per questo non meno interessante: quella di quanti guardano ai repertori popolari come base di partenza per sperimentazioni sonore a tutto tondo nelle quali le strutture musicali della tradizione, attraverso torsioni, decostruzioni e innesti, vengono proiettate verso il futuro nel quale si intrecciano con elettronica e musica contemporanea. È in questa prospettiva che si muovono gli Ashèblasta, progetto nato nel 2018, intorno al tambureddhu di Roberto Chiga, ben noto per essere uno degli elementi di punta dell’Orchestra Popolare de “La Notte della Taranta” e per il suo lungo ed articolato percorso artistico nel corso del quale ha collaborato con Arkane Mediterranea, Canzoniere Grecanico Salentino, Kalashima, Les Trois Lézards, Koinè e Salentrio. L’idea di base era quella di portare la musica tradizionale salentina dalle piazze ai club, dando vita ad un nuovo viaggio musicale in cui le sonorità popolari dialogassero con campionatori, mandolini distorti, kick, rap e scratch. In questo senso programmatica è anche la scelta del nome che rimanda alla varietà di ingredienti che caratterizza le deliziose sceblasti, pane tipico di Zollino (Le) nel cui impasto ci sono anche verdure come zucchine, cipolle, peperoni e zucca gialla. Al fianco di Chiga, che si occupa anche di produzione ed elettronica, troviamo Mario Esposito (ukubass e basso elettrico) e Giuseppe “Peppo” Grassi (ai mandolini) a completare una line-up essenziale ma allo stesso tempo anche a geometrie variabili con l’apertura consolidata ai contributi esterni. Intorno al trio si muove una costellazione di musicisti che amplia ulteriormente il vocabolario dell’album: Marco Rollo al synth e al piano, Giogia Santoro ai flauti, Carlo Massarelli alla ciaramella e ai fiati, Giancarlo Paglialunga alla voce, Adele Benlahouar alla voce, Giovanni Chirico al sax, Giorgio Distante alla tromba e Gaetano Carrozzo al trombone. Il risultato è un linguaggio nel quale le strutture ritmiche tradizionali vengono reinventate attraverso loop, bassi profondi, mandolini distorti e stratificazioni elettroniche con il tamburreddhu che diventa una sorta di organismo metronomico intorno al quale si aggregano elettronica, dub, ambient e suggestioni post-club. Dopo aver debuttato con l’intrigante Ep omonimo nel 2021, li ritroviamo con “Apulian Unpopular Music”, un lavoro che prende la ripetitività della musica popolare, la innesta nei loop elettronici, riscrive melodie tradizionali e le fa convivere con testi contemporanei, cercando nuove prospettive anche per quelle scansioni ritmiche che la tarantola ha consegnato alla memoria musicale pugliese. Il titolo stesso, con quell’ossimoro fra “Apulian” e “Unpopular” racchiude in modo molto efficace il progetto artistico del trio, sottrarsi da un lato a certe degenerazioni “pop” quanto a quelle della riproposta musealizzata. Ad aprire il disco è “Cumenza Tu” mette immediatamente le carte in tavola: gli stornelli di Ceglie Messapica entrano in una centrifuga ritmica nella quale house, disco e suggestioni balcaniche convivono con il tambureddhu, mentre Marco Rollo, al synth, conduce il brano verso un finale trascinante. In mezzo, quasi a spezzare la prevedibilità della scansione, arriva l’intermezzo affidato a un contrabbasso in sette ottavi. È un dettaglio tutt’altro che ornamentale, perché racconta bene il metodo Ashèblasta: prendere una forma riconoscibile e introdurre al suo interno un elemento di attrito, una deviazione, qualcosa che impedisca al meccanismo di procedere secondo aspettative consolidate. Con “Sta Strada”, insieme a Emanuele Licci, il paesaggio cambia. La dimensione ritmica arretra leggermente e lascia emergere una componente più narrativa ed evocativa, nella quale la voce di Licci restituisce alla materia popolare quella particolare combinazione di asprezza, malinconia e immediatezza che appartiene al canto salentino quando non viene addomesticato. Il bouzouki contribuisce ad ampliare la tavolozza timbrica, mentre l’elettronica lavora più per sottrazione che per esibizione. È una delle qualità dell’album: anche quando gli strumenti contemporanei prendono il sopravvento, non sembrano mai voler cancellare la provenienza dei suoni. “Ya bnadem” apre invece una finestra sul Mediterraneo. La partecipazione di Adele Benlahouar introduce il darija e porta la tarantella verso una dimensione gnawa, facendo del brano una sorta di navigazione sonora.. “Fuci Fuci”, ancora con Emanuele Licci, è forse il brano nel quale il principio della ripetizione assume il significato più esplicito. Il mantra diventa metafora di una quotidianità che ci impone di correre continuamente, fino al punto di farci perdere di vista ciò che realmente conta. La costruzione circolare del brano mette in cortocircuito oralità e minimalismo elettronico, trasformando il gesto ripetitivo della musica popolare in una figura della contemporaneità. Più leggero, ma non meno significativo, è “Mare’nna”, scritto e cantato da Licci, dove lo stornello contemporaneo guarda quello “alla moretto” e contemporaneamente strizza l’occhio al reggaeton. È probabilmente uno degli esempi più evidenti di quella filosofia musicale che attraversa l’intero album: non chiedersi se un determinato ritmo appartenga ancora alla tradizione, ma verificare cosa può diventare una volta sottratto alla sua collocazione originaria. E poi c’è “Tarantella di San Michele”, affidata alla voce di Giancarlo Paglialunga. Qui l’operazione assume quasi un carattere iconoclasta: un brano già noto agli appassionati viene sottoposto a un trattamento nel quale mandolini distorti ed elettronica ne alterano profondamente la superficie. Paglialunga mantiene il peso della tradizione vocale, mentre gli Ashèblasta lavorano intorno alla sua voce come se volessero verificare quanta trasformazione possa sopportare un repertorio prima di perdere la propria identità. È una domanda implicita che il disco pone continuamente. La sequenza in cui ascoltiamo “Pizzica di San Vito”, “Scusati Signori” e “Na Ni Na”, già pubblicati come singoli, completa il disco e permette di cogliere con maggiore chiarezza la continuità della ricerca. “Apulian Unpopular Music” è, in definitiva, un disco che rifiuta l’idea della tradizione come reperto. I materiali di archivio, le registrazioni sul campo e i frammenti orali vengono smontati e ricomposti dentro ardite strutture elettroniche, in una tensione costante fra tradizione e sperimentazione. Gli Asheblasta costruiscono così un vero archivio sonoro vivente: non una fotografia del passato, ma un dispositivo attraverso il quale la memoria dal passato si muove attraverso il presente per proiettarsi verso il futuro. 


Salvatore Esposito

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