I protagonisti della #foolksession di “Blogfoolk” sono i Vesevo, trio che riplasma i codici della tradizione popolare campana, spingendosi anche in Calabria e Puglia, in nuove forme espressive con richiami world, fondendo repertori popolari e scrittura originale. Vesevo lavorano per sottrazione puntando all’essenzialità della voce e degli strumenti acustici tradizionali. La grande presa del loro live set li ha portati negli anni ad esibirsi oltre i confini d’Italia, in rassegne di prestigio tra cui Live alla BBC e Womad. Sono Antonio Fraioli (violino), Antonio Di Ponte (voce e chitarra) e Francesco Paolo Manna (percussioni). Nelle nostre pagine ce ne siamo occupati in occasione della pubblicazione di “Vesevo” , uscito nel 2015 per Agualoca Records e del successivo “Tien’a ‘ment’”, pubblicato a dieci anni di distanza per Liburia Records. La session è registrata a Roma, al Pasquino Art Center nel cuore di Trastevere il 24 aprile 2026 nell’ambito della rassegna “Musica Fuori Binario”, diretta da Domenico Coduto, organizzata da Associazione Musica e altre cose, Ipe Ipe music e Maladisco, in collaborazione con Promu, con il sostegno di Nuovo Imaie. Ritroveremo, i Vesevo il prossimo 11 settembre a Boissano (Sv) in Piazza G. Govi quando si esibiranno per il Festival Ri-Generazioni-Tradizioni Aumentate. Proprio per catturare l’essenza del loro set dal vivo, abbiamo dialogato con Antonio Fraioli, frontman dei Vesevo, per esplorare da vicino lo spirito e le suggestioni che animano le loro performance.
Come si traduce dal vivo il vostro suono?
Il Live è un momento molto importante per una band. Per noi è la possibilità di esprimere in maniera più ampia e diretta il nostro percorso espressivo di ricerca e condividerlo con il pubblico nel qui ed ora. È una sorta di momento rituale che genera un flusso di energia, tramite il quale comunicare e incontrare il pubblico.
Dal vivo spesso presentiamo i nostri brani originali con strutture più ampie e variate, mentre nei brani tradizionali lasciamo largo spazio all’improvvisazione, articolando e sviluppando i codici tipici di quello stile, così com’ è nella natura di queste forme musicali. Talvolta un brano tradizionale che in scaletta dovrebbe durare quattro minuti, finisce per durarne anche nove, se gira fluida l’energia tra noi e gli spettatori. Per questo, i nostri concerti non sono mai una copia conforme di quelli precedenti.
Flusso sonoro e comunicatività nei vostri live?
Siamo un trio, non usiamo basi né loop, non abbiamo belle ragazze in gonna che saltellano e ballano a piedi nudi sul palco, tutto è suonato, tutto è interplay ed energia. Nei live cerchiamo di esprimere il nostro punto di vista sul mondo che ci circonda, tramite la musica e quando serve, anche dando spazio alla parola. Quello che ci interessa è creare il giusto clima comunicativo tra noi ed il pubblico, per fare insieme questo viaggio fatto di suoni, radici ed emozioni,
Una lunga esperienza di festival su palchi globali: quali differenze tra suonare in Italia e all’estero sotto il profilo organizzativo, fonico e di pubblici?
Scherzando, ho definito il nostro sound “world & roll”. Non mi piacciono le etichette di genere, perché troppo spesso sono semplicistiche e riduttive, ma se proprio dovessimo darcene una, forse sarebbe la più appropriata. All’estero, in generale, abbiamo trovato sempre un livello organizzativo, una cura del suono molto professionale e un pubblico molto attento e aperto alle sonorità diverse. Oggi, seppur a certi livelli, anche qui c’è professionalità nell’organizzazione, nella cura del suona. Inoltre la musica folk-world è molto più seguita, grazie anche alla grande e spesso vuota spettacolarizzazione che se ne fa negli ultimi anni.
“Si vuò capì” è tratto dal nostro ultimo album, “Tien’ ‘a ment’”. L’idea alla base della scrittura musicale nasce dall’intento di creare un brano che richiamasse lo stile vocale delle voci a distesa della tradizione, inserendolo però in un clima emotivo più intimo, funzionale a un testo introspettivo e critico nei confronti della società odierna. Si sviluppa sulla caratteristica ritmica della danza sul tamburo per la Madonna Avvocata, che sostiene una struttura formale A A B A B, all’interno della quale si alternano le diverse parti strumentali. “Catarina”, che fa parte del nostro primo album, nasce da un testo della tradizione dell’area vesuviana, sul quale è stata reinventata e riscritta la parte musicale. Il brano si apre con una voce a distesa, sostenuta dai passaggi armonici espressi dal violino. La prima parte è costituita da una successione di strofe composte da distici endecasillabi, nei quali il secondo verso viene ripetuto. Nel corso dello sviluppo, i versi vengono invece articolati in gruppi di tre, inframmezzati da passaggi strumentali. L’ambientazione dell’arrangiamento richiama volutamente sonorità mediterranee: la componente ritmica è infatti affidata al riq, mentre gli interventi strumentali contribuiscono a rafforzare questa dimensione sonora. Poi c’è “Cioparella”, dalla tradizione calabrese, rielaborato e riscritto intervenendo sulla struttura originale. All’interno della successione delle strofe abbiamo inserito una sorta di ritornello, insieme a diversi passaggi strumentali. Anche in questo caso, l’ambientazione timbrica è di matrice mediterranea ed è sostenuta da una ritmica molto serrata. Nella dimensione dal vivo tendiamo spesso a dilatare il finale, creando una sorta di dialogo a imitazione tra violino e voce, che permette di sviluppare ulteriormente la componente improvvisativa del brano. “’A guerra” è un brano dalle sonorità world. Dal punto di vista melodico, è costruito su una scala pentatonica minore, sostenuta da una linea di basso e da una ritmica affidata al riq e alla cassa. I riff e gli interventi ritmici del violino completano l’ambientazione sonora, contribuendo a definire il carattere del brano. Anche in questo caso, dal vivo tendiamo a dilatare la struttura originale, lasciando nel finale uno spazio dedicato all’improvvisazione strumentale evocale. Con “Tammurriata” siamo alle prese con un canto sul tamburo dell’area vesuviana. Nel corso del brano, il violino interviene in alcuni momenti anche
dal punto di vista ritmico, rielaborando e riproponendo alcune cellule melodiche che, nella tradizione, vengono generalmente affidate alla fisarmonica. “Pè cercà calore” è per noi particolarmente importante, perché rappresenta in maniera semplice e diretta la possibilità di utilizzare frammenti del linguaggio tradizionale come materia viva per la scrittura di musica nuova, immersa nella contemporaneità e aperta al dialogo con altre culture. La ritmica portante, espressa dal tamburello, riprende quella delle pizziche salentine, mentre il contesto melodico, definito fin dall’inizio dal riff di violino, si articola su una scala pentatonica dal sapore afro. L’ambientazione sonora richiama il sound che noi chiamiamo “world and roll” La metrica della melodia vocale e la suddivisione del testo, con la ripetizione dei distici, richiamano volutamente la struttura metrica della pizzica. La linea melodica, costituita da una successione di strofe in endecasillabi, si sviluppa principalmente sulla pentatonica minore. Dopo il passaggio armonico centrale, il brano riprende attraverso un’armonia discendente, dal sapore in parte rock-flamenco, sulla quale si apre una sezione strumentale di violino che riprende e varia alcune tipiche cellule melodiche della pizzica. È un brano di forte impatto, ma anche particolarmente impegnativo da eseguire, proprio perché presenta una ritmica molto serrata e una ricchezza di sfumature che devono essere mantenute all’interno di un equilibrio preciso. Infine, “Nacchennella” è più vicino alla forma canzone, una scelta dettata dalla necessità di offrire al testo un accomodamento musicale più efficace, lasciando che sia proprio la dimensione testuale a caratterizzare l’atmosfera dominante del brano. La ritmica è di matrice maggiormente afro, mentre la melodia vocale riprende alcune condotte melodiche proprie dei canti della tradizione. Il riff strumentale richiama invece sonorità di matrice mediterranea. Dal vivo, nel finale, cerchiamo sempre di coinvolgere il pubblico, trasformando il brano in un momento di partecipazione collettiva, nel quale la dimensione musicale diventa anche esperienza condivisa.
Ciro De Rosa
Foto e video di Salvatore Esposito