L’inclusione di nuovi spettatori da cercare nelle fasce giovanili resta centrale per l’organizzazione: da qui l’attenzione verso sonorità più dance (ma perché non spingerli anche all’ascolto di altre estetiche e ricerche sonore?) e perfino qualche concessione al cantautorato electro-pop di Faccianuvola (esibitosi in apertura della kermesse serale, venerdì 21), mantenendo però sempre un orecchio vigile sul portato culturale e sulla qualità di ogni progetto. Superbo l’attacco transnazionale al Folk Stage di Piazzale Calvario, giovedì 20 (prima serata a ingresso gratuito, seguita da tre a pagamento con abbonamenti a costi molto accessibili). A inaugurare le danze ci hanno pensato i Kobo Town, band fondata a Toronto nel 2004 dal trinidadiano Drew Gonsalves. Nel tempo il gruppo ha saputo miscelare lo spirito dei calypsonian d’epoca con roots reggae, ska e rock. Una scrittura che ha impresso in sé la storia e la diaspora caraibica, che racconta la condizione umana con le sue stranezze e debolezze, ansie e speranze, pure infilando commenti socio-politici sempre velati d’ironia, come nel più recente loro lavoro, “Carnival of the Ghosts” (2022). Corpi scossi e vibranti, poi, ad assorbire il groove lisergico della Flammer Dance Band, giovane settetto norvegese che attinge a piene mani dal funk psichedelico e dall’afrobeat dei Settanta. A chiudere la prima giornata ci ha pensato Badreddine Haouat, in arte Retro Cassetta. Avendo frugato tra vinili e nastri, ha approntato un dj set basato principalmente sugli
archivi musicali del Maghreb anni Ottanta e Novanta, tra tesori chaabi, pop raï, melopee berbere e ritmi gnaoua. Venerdì 21, dopo il già citato Faccianuvola, siamo entrati nel mondo Amazigh dei Tasuta N-Mal (voci, chitarra, basso, dendoum, darbouka, qraqeb e batteria). Il nome del sestetto significa “Futura Generazione”: il loro intento è traghettare nella contemporaneità le espressioni musicali dell'Anti-Atlante sud-orientale, in particolare l’ahidous – caratterizzato da un canto potente e ritmato – fondendolo con elementi rock, pop, blues e desert rock. Molto intensi i brani proposti, tra cui “Agherbaz”, una riflessione sul ruolo dell’istruzione; “Sigham Olinw”, un canto di sofferenza per l’amata perduta perché andata in sposa a un uomo possidente; “Azenzy”, esaltazione della speranza contro le avversità; “Tayerza”, un omaggio al legame con la terra ispirato ai canti agricoli; e infine “Fadma”, dedicato alle figure femminili locali. Ha sorpreso, infine, l’ibridazione poliritmica dei Fidju Kitxora, collettivo diasporico a geometria variabile (ad Ariano si sono presentati in trio: macchine, basso e batteria) che ama ammantarsi di mistero. Operando tra Lisbona e Capo Verde, fondono tradizioni capoverdiane come funaná e semba con kuduro e afro-house incorporando ritmi
elettronici, synth fluttuanti, bordate industrial e field recording. Da segnalare il loro album del 2026, “Ti Manxe” (“Fino all’alba”, in creolo), nato dall’ascolto della quotidianità capoverdiana tra São Nicolau, São Vicente e Santiago. La terza serata (sabato 22) è iniziata con protagonista il violino furente di Théo Ceccaldi (direttore artistico) e il sound ethio-oriented dei Kutu. Parliamo di una densa fusion inondante di scale pentatoniche etiopi, forme della musica di strada Azmari, electro-jazz, improvvisazione, profondità di bassi e tastiera: un vortice a cui non si resiste, con Théo, folletto inarrestabile che salta e balla con il suo violino sfregato e pizzicato, sono Laetitia Ndiaye (tastiere), Valentin Ceccaldi (basso), Arthur Alard (batteria), mentre a centro stage si impone il carisma vocale e scenico della vocalist Fleur Worku. Nella set list scorrono l’affascinante “Ambassel”, dal disco d’esordio “Guramayle (2022), che utilizza le scale modali tradizionali etiopi, l’ardente “Dantada”, “Asheweyna”, caratterizzata da ampie linee di violino e dalla forte espressività canora che è l’apertura del loro secondo album, “Marda” (2025), in cui si fanno più intense le texture elettroniche e i ritmi da club globali, pur conservando il profilo ethio-jazz. Più avanti arrivano la vorticosa “Kemeshem”, le fiorenti
ondate di synth di “Lem Lem”, la sperimentazione elettronica di “Web Alem” fino a “Walaïta”, che attinge ai ritmi regionali etiopi, reimmaginati sotto una lente psycho-jazz. Meno impressionante, a seguire, il giovanissimo trio coreano 64 Ksana (voce, synth e percussioni tradizionali), autore di un flusso di incessanti beat techno sovrastante canti e ritmi di derivazione sciamanica (sic!). A chiudere, i Gregotechno: il duo catalano formato da Marc Vilajuana (canto, percussioni, nacchere) e Alejandro Narés (Ableton Push, tastiere e laptop). La voce dai forti stilemi gregoriani ha colliso con poderose basi techno, dando vita a una liturgia non solo musicale ma anche teatrale (con cambi di outfit, dal sacrale monacale al profano pastorale) e visiva (grazie a proiezioni di paesaggi e luoghi di culto). La programmazione dell’AFF non si è esaurita sul palco principale: set più intimi hanno riempito di note l’intera cittadina. Al Volkscamp del Boschetto Pasteni si sono alternati i dj set di Lord Sassafrass e Pushinwood, seguiti dall’energico viaggio nei repertori folclorici sudamericani (chacarera, milonga, cumbia, son, vals e candombe) del trio italo-argentino Garzas Viajeras composto da Jeremías Cornejo a voce e chitarra, Alberto Becucci alla fisarmonica e Gabriele Pozzolini alle percussioni.
Sotto i portici che danno accesso al club Monopolio spicca la sperimentazione vocale electro-folk mediterranea di Ljuba De Angelis, mentre la tenuta Casa Brecceto (azienda eno-gastronomica), ha ospitato per l’aperiworld il trio Makardìa, guidato dalla lionese Filomena D’Andrea (cantante, autrice, chitarrista e fisarmonicista), la quale si fa notare per la sensibilità con cui canta piccole storie esistenziali ma, soprattutto, rivela il legame forte con il territorio irpino di cui denuncia le aggressioni della malapolitica con profondità di liriche, rabbia e tanta ironia. Ha una bella dizione e un piglio arcigno dietro un’apparente posatezza, che si sposano con riferimenti cantautorali e popolari (il vicino Gargano, la tradizione campana, certe sfumature latine e il canzoniere anarchico). “Canzoni a strofinaccio” è il suo album uscito nel 2024: ascoltatelo! Oltre le 3 del mattino di sabato, per un paio d’ore, quasi fino all’alba, nella villa comunale che circonda il Castello Normanno, è entrato in scena Papatef, progetto di musica elettronica del batterista francese Cyril Atef: una vera trance ritmica in cui percussioni live e macchine si sono fuse in un continuum irresistibile. Si è giunti così alla rovente domenica 23, aperta dalla “tradizionale” sfilata carnevalesca per le vie del centro storico, ritmata dal sound system di Lord
Sassafrass e dai Tambores de Teruel. Questi ultimi, una banda intergenerazionale aragonese, ha fatto vibrare la piazza. Nata con le processioni della “Oración en el Huerto” di Teruel durante la Settimana Santa della città, negli anni la formazione ha superato le sue origini devozionali con una proposta fortemente scenica dominata dal potere del ritmo. Subito dopo, nel primo pomeriggio, al Folk Stage si è ballato sui profili ritmici in levare dell’expat Marina P & The Radiators, voce soul con repertorio roots reggae e rocksteady. Spazio poi agli umori gipsy e jazz dei milanesi Patagarri, prima di toccare l’apice con La Chiva Gantiva: la band multiculturale di Bruxelles (con membri da Colombia, Belgio, Vietnam e Cile) ha infiammato il pubblico unendo fiati, chitarre, percussioni afro-colombiane, elettronica, latin, punk e rock. Lo storico produttore francese Martin Meissonnier ha chiuso le danze alla consolle, miscelando abilmente mondi musicali da lui stesso promossi negli anni, dalla rumba congolese all’afrobeat, fino ai ritmi caribici. Per chi non era ancora sazio, la trentesima edizione si è congedata con una torrida festa danzante al Volkscamp – in sostituzione di quella inizialmente prevista ai Tranesi, dove tutto era iniziato nel 1996, all’ultimo momento non autorizzata dalle autorità: esito della deriva securitaria italica? – officiata dal collettivo di dj olandesi Pushinwood. AFF rappresenta un modello virtuoso di impresa culturale resistente: a tratti temeraria ma profondamente consapevole. Si conferma così lo spirito di un crocevia scandito dal ritmo, che abbraccia ibridazioni sonore senza confini.
Ciro De Rosa
Foto e video di Ciro De Rosa
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