Slavyk – 11 Songs of Love & Suffering (CPL-Music, 2026)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Sotto il nome Slavyk confluiscono due band, gli Alice in WonderBand dalla Serbia e i Cisi dalla polacca Slesia, incontratesi nel corso di un progetto residenziale di teatro, musica e danza in Polonia: troviamo così le voci di Julia Lewandowska e Ana Vrbaški (quest’ultima anche allo stage piano), Marko Dinjaški (body percussion, voce, rikalo, didgeridoo e xilofono) e Łukasz Malok (chitarra, mandolino, contrabbasso, guitalele, banjo, xilofono, fisarmonica, voce, glockenspiel e archi). Nient’affatto convenzionale, l’estroso crossover cosmopolita e plurilingue (polacco, slesiano, serbo e inglese) degli Slavyk assomma elementi folklorici, tinte psichedeliche e ambient, stilemi jazz, pop, canto a emissione aperta, corporeità sonora, poesia cantata, body percussion e un pronunciato tocco teatrale. “Se vi chiedete come l’arte possa unire le persone, allora dovreste assolutamente andare a un concerto degli Slavyk! [...] Definirei questa esperienza come unificante. Uniscono il pubblico, le culture e le lingue, incoraggiando le persone a cantare insieme e a diventare parte della musica. [...] Cantano della natura, dell’ecologia, dell’amore e dell’amicizia – e quando dicono di nuotare nel mare dell'amore, io ci credo”, così scriveva nel marzo 2025 Maja Rączka, in occasione del concerto al Teatro Rozbark di Bytom, in Polonia. Gli Slavyk esordiscono con “Undici canzoni d’amore e di dolore”, album pubblicato dalla tedesca CPL-Music, che in realtà contiene dodici brani. Il perché ce lo racconta direttamente Julia Lewandowska: “Tutto nasce da un famoso sketch di una stand-up comedy su due scozzesi in un ascensore che non riescono a pronunciare la parola ‘eleven’ con l’accento britannico standard, e il meccanismo dell’ascensore non li capisce. Undici è la nostra ‘ora magica’. Inizialmente avevamo pensato a undici brani, perché l’amore tra di noi è fatto anche di battute e ilarità. Alla fine, però, siamo passati a dodici tracce perché all’ultimo momento è arrivata la canzone finale, ‘Open Sea’, che si è rivelata fondamentale per completare l’opera. Il dodici rappresenta la completezza, mentre l’undici porta sempre con sé un senso di incompiutezza, un po’ come nella sofferenza. E poi, dalle nostre parti c’è un proverbio la cui metafora si può rendere come: ‘una goccia di amarezza in un intero barile di miele’; allo stesso modo, crediamo che non possa esistere vera pienezza senza una piccola sfumatura di tristezza”. In prevalenza, la scrittura musicale originale è di Łukasz Malok e Ana Vrbaški, ma è condivisa con l’intero quartetto. Due voci (Sabina Letner e Antoni Malok) e un percussionista (Amr El Zanaty) sono gli ospiti che su aggregano in alcune tracce. Si avverte un sorprendente disegno compositivo fatto di intrecci di limpide vocalità, passaggi solistici e scambi di ruoli canori, su arrangiamenti calibrati e incorniciati da variegati timbri strumentali. Malok firma l’iniziale
plurilingue “Apatheia” su un testo di Vrbaški che parla di accettazione e di forza interiore di fronte alle difficoltà della vita. E qui non possiamo che augurare ad Ana pronta guarigione dopo i seri traumi riportati in seguito a un incidente d’auto. Ana dovrà affrontare un lungo periodo di riabilitazione, pertanto è stata lanciata una campagna di raccolta fondi – a cui si può aderire – per sostenere finanziariamente lei e il suo compagno Marko. Troviamo sequenze liriche, alternanza di voci, sagacia tecnica nella ritmica impressa dalla body percussion e fluide linee di cordofoni in “Kochamy się muzyka”. Segue “Ko peva zlo ne misli”, una composizione alla cui base c’è un tema melodico ebraico che incontra un antico proverbio serbo il cui titolo significa “Chi canta non ha cattive intenzioni”, in cui, allargando il significato artistico e liberatorio, cantano: “Chi danza non ha cattive intenzioni [...] e chi balla va in paradiso”. Si spazia dalla morbida vocalità di “Ojciec sarkazm, matka ironia” (Padre sarcasmo, madre ironia) alle venature pop di “Bloody Harvest Moon”, mentre possiede un guizzante carattere vocal jazz e spiccata teatralità la canzone “Presence In Social Media”, un commento alla superficialità di giudizio che impera nei social poggiato sulla spinta ritmica di tempi irregolari. Dal corpus tradizionale slesiano è preso “Biją się powstańcy”, un canto in cui una donna lamenta la morte del suo amato, di cui il Monte Sant’Anna è in un certo senso “testimone”. Situato nella regione di Opole, il monte fu teatro della cruenta battaglia di Annaberg, l’episodio più violento della Terza Rivolta della Slesia in cui gli insorti polacchi si scontrarono con i corpi franchi tedeschi. Splendono ancora le voci di Ana e Julia in “Ti Meni I Ja Tebi”. Un altro vertice del lavoro è raggiunto nella rilettura del canto popolare slesiano “Ej Dostone Zytko Sie Kiwie” (“Oh, la segale matura ondeggia al vento”), che esalta il talento canoro: qui l’insieme delle voci rivela richiami madrigalistici. Dalla scanzonata “Speak to me” si passa al lirismo di “Śpiewaj im słowiczku” (“Canta per loro, piccolo usignolo”), una ballata che incarna appieno la dicotomia tra amore e sofferenza promessa dal titolo. Infine, banjo, mandolino, contrabbasso, xilofono, percussioni vocali e voci costruiscono le gustosissime atmosfere, vagamente hawaiane, di “Open Sea” – il brano con cui gli Slavyk si congedano (musica di Malok, testo in serbo di Vrbaški), compendio dell’esuberante cifra stilistica e di quel trilinguismo che – ci racconta ancora Julia – “ha preso forma attraverso un susseguirsi di traduzioni, in polacco e inglese, trovando la poesia all’interno delle parole e nello stare insieme; per noi la canzone è come la nostra lode, il nostro inno all’amore e all’armonia”. Un album di inusuale fusione, estremamente gradevole, con cui dialogare lentamente per riconoscerne e carpirne, passo dopo passo, le tante sfumature. Con l’augurio di vedere Ana ristabilita quanto prima e la speranza di poterli ammirare dal vivo nella loro formidabile dimensione performativa. 


Ciro De Rosa

Posta un commento

Nuova Vecchia