BudaPesme – Македониа – Makedonija (Balkan Heritage Cultural Center, 2026)

Ha qualcosa di affascinante la scelta di due musicisti ungheresi, privi di qualsiasi legame di sangue con i Balcani, di dare vita ad un comune percorso di ricerca nella tradizione musicale di quella regione. Nell’arco di quindici anni di lavoro fianco a fianco, la cantante Veronika Varga e il fisarmonicista Benedek Réti si sono letteralmente immersi nelle musiche balcaniche, mettendo insieme un repertorio che comprende brani di origine macedone, serba, bosniaca e greca, scelti tra composizioni note e meno note. È nato, così, il duo BudaPesme che nel nome stesso sintetizza bene il loro progetto artistico fondendo Budapest con la parola serba "pesme", canzoni. Al centro del loro progetto artistico c’è la precisa scelta di ritornare all’essenza dei canti e delle melodie della tradizione balcanica, attraverso il dialogo tra soli voce e fisarmonica. Un lavoro per sottrazione che restituisce l’intensità, il calore e la nostalgia dolce-amara che permea il patrimonio musicale di quest’area. L’opera prima del duo “Македониа – Makedonija” cristallizza su disco le risultanze delle ricerche compiute negli ultimi anni, nel corso dei quali si sono focalizzati in particolare sulla tradizione musicale macedone. A riguardo raccontano: “Questo album racconta la storia dei quindici anni che abbiamo trascorso crescendo insieme come musicisti ed esseri umani. Riflette non solo i nostri interessi musicali, ma anche il modo in cui ci siamo modellati a vicenda e come artisti nel corso degli anni. Spesso ci chiedono perché noi, da ungheresi, suoniamo questa musica. La risposta è semplice: perché ci siamo innamorati di ogni suono e ogni atmosfera che offre, perché ci siamo ritrovati riflessi in essa, e perché ci aiuta a vivere il mondo nella sua pienezza. 'Makedonija' guarda simultaneamente al passato, al presente e al futuro: è un viaggio nostalgico attraverso memorie musicali immaginate, un'esperienza profondamente personale radicata nel presente, e una visione di come questa straordinaria cultura musicale possa continuare a vivere attraverso la nostra prospettiva”. Registrato nell'estate del 2025 allo Studio XL Momiroski di Skopje, sotto la cura del fonico Dejan Momiroski, l'album nasce da una vera e propria un'immersione fisica nella vita musicale della città, tra le kafane dove la tradizione si tramanda ancora a voce alta, tra un bicchiere di vino e una fisarmonica che non tace mai. A sostenere il progetto è Balkan Heritage Cultural Center, che debutta come etichetta discografica in Ungheria, mentre Zlatko Panzov ha curato la produzione esecutiva, selezionando il repertorio in modo che potesse rappresentare le diverse aree del paese, e insistendo su una fedeltà stilistica ai grandi della canzone popolare macedone come Vaska Ilieva e Aleksandar Sarievski. L’ascolto svela un disco che vive l’essenzialità come scelta estetica precisa: solo voce e fisarmonica, con l'aggiunta di kaval e fisarmonica ospite, senza percussioni, senza sovrastrutture. È una nudità che espone, ma che proprio per questo restituisce integralmente il peso emotivo delle melodie. L'ascolto si apre con "Otvori mi belo lenče", dove la voce di Varga entra quasi in punta di piedi, sospesa su un tappeto di fisarmonica che respira più che accompagnare: è un incipit che stabilisce subito la cifra del disco, un lirismo trattenuto, mai gridato, che lascia campo aperto al fraseggio vocale. Con "Ibraim Odža" il registro si sposta verso una narrazione più ritmica, quasi teatrale, in cui si avverte l'eco delle ballate itineranti, dei cantastorie che animavano i mercati e le corti dei villaggi; l'arrangiamento resta scarno, essenziale, due sole voci strumentali che bastano a costruire un intero mondo sonoro. Diverso è il passo di "Ajde vino pijam", brano che profuma di taverna e di brindisi collettivi, dove la fisarmonica di Réti si fa più mossa, quasi danzante, anticipando quella vena conviviale che percorre l'intero disco. Il cuore del progetto si rivela però nei brani con gli ospiti. In "More čičo reče" arriva la fisarmonica di Mishel Trajkovski, musicista capace di innestare sul folklore macedone innervature jazzistiche ed contemporanee: il dialogo tra le due fisarmoniche, quella di Réti e quella di Trajkovski, diventa una sorta di staffetta timbrica, un gioco di rimandi che arricchisce senza appesantire. In "Ajde sonce zajde" fa il suo ingresso il kaval di Goranco Angelov, voce di legno che si insinua tra le pieghe della melodia con un timbro quasi respirato, aereo, capace di restituire quella dimensione pastorale, quasi rituale, che appartiene alla musica di tradizione orale dei villaggi di montagna. Angelov, cattedra vivente del folklore macedone, porta nel disco un'autenticità che nessuna produzione potrebbe simulare. Il momento più intenso arriva con la conclusiva "Podigni si, bre, neveste, dulečato", dove la voce di Naum Petreski, una delle presenze storiche del canto macedone, si intreccia con quella di Varga in un confronto generazionale e culturale che commuove per la sua semplicità: non c'è sfoggio tecnico, c'è ascolto reciproco, quella forma di rispetto che solo chi conosce davvero un repertorio sa concedere a chi lo ha custodito per una vita. Tra questi episodi "ospitati" si muovono anche "Para beri kiselec", brano leggero e quasi giocoso nella sua andatura, e la lunga "Oj Zarino prvasevdo", il pezzo più esteso del disco, dove il tempo si dilata e la voce di Varga trova lo spazio per un'interpretazione più drammatica, quasi teatrale, degna della tradizione del sevdah balcanico. "Makedonija" è il racconto in prima persona, quello di due musicisti che hanno scelto di farsi custodi non filologici ma sentimentali di un repertorio non loro, restituendolo con una grazia che emoziona nota dopo nota. 


Salvatore Esposito

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