Nel panorama della canzone d’autore, la figura di Massimo Bubola si erge come quella di
un autentico rapsodo in grado di intersecare nella sua poetica la fonte inesauribile della musica popolare con quella della poesia contemporanea. Nel suo percorso artistico si contano venti album e numerose collaborazioni che hanno ridefinito i canoni della canzone d’autore in Italia, da quella con Fabrizio De André per capolavori come “Rimini”, “L'indiano” e “Don Raffaè” al sodalizio con i Gang per “Le Radici e Le Ali” e “Storie d’Italia”, passando per quelle con Fiorella Mannoia e Kaballà. Nel corso degli anni, Bubola ha esteso il suo orizzonte, dando vita ad un ricorso percorso di ricerca e riproposta dei canti delle trincee della Prima Guerra Mondiale con dischi come “Quel lungo treno” del 2001 e “Il Testamento del Capitano” del 2014. Parallelamente, il cantautore veronese ha dato a vita ad un fortunato percorso nella narrativa con romanzi come “Rapsodia delle terre basse” recentemente riedito in una nuova versione da Neri Pozza, e “Sognai talmente forte”. Insomma, cantautore e narratore non sono due mestieri separati, ma due strumenti dello stesso mestiere, quello di raccontare storie che altrimenti si perderebbero. "Il canto dell'anguilla" (Neri Pozza) è l'ultimo capitolo di questo percorso, e probabilmente il più personale. Non è un saggio sulla musica irlandese né un libro di memorie in senso classico: è il racconto, quarant'anni dopo, di un viaggio in Irlanda fatto nell'estate del 1983 insieme all'amico Giovanni Artioli - nel libro ribattezzato John Artù - che avrebbe poi lasciato un segno profondo in una delle canzoni più conosciute del repertorio italiano, "Il cielo d'Irlanda", portata al successo da Fiorella Mannoia. Bubola stesso ha raccontato che l'idea di quel viaggio nasce da un'esperienza precedente: la Sardegna del 1976, vissuta accanto a De André negli anni delle rivendicazioni indipendentiste sarde. Da lì matura in lui una convinzione che tornerà pochi anni dopo in Irlanda - un paese allora povero, rurale, ai margini dell'Europa che contava, ma capace di custodire un patrimonio culturale spropositato rispetto alle sue condizioni materiali. Non è un caso che l'autore parli quasi di un debito da restituire a quel popolo, più che di una semplice suggestione da mettere in versi. Il libro si apre con la traversata in traghetto dalla Normandia, e già dalle prime pagine il vero protagonista non è un luogo o una persona, ma il cielo irlandese: mutevole, capace di passare in pochi minuti da un temporale minaccioso a una luce quasi accecante. È un espediente narrativo semplice ma efficace, che Bubola userà come filo conduttore per l'intero racconto. Da lì il viaggio si sposta verso ovest, tra le contee dove Bubola e Artioli si imbattono in poeti di strada, serate nei pub tra Guinness e whiskey, e soprattutto persone: uomini e donne poveri in tasca ma capaci di un'accoglienza che il libro racconta come sproporzionata rispetto a qualunque logica economica. È qui che il memoir si allontana dal semplice diario di viaggio e si avvicina a un piccolo studio antropologico, senza però perdere il tono coinvolente che lo contraddistingue. Uno degli aspetti più interessanti del libro, per chi conosce già "Il cielo d'Irlanda", è vedere come quasi ogni verso della canzone nasca da un episodio realmente vissuto in quel viaggio: un odore, un piatto, una nota suonata al momento. Bubola non nasconde nulla del processo creativo, e questo rende "Il canto dell'anguilla" anche un documento utile a chiunque voglia capire come si passa da un'esperienza personale a una canzone che, decenni dopo, viene ancora suonata e riconosciuta. Di rara poesia e bellezza è, però, il passo in cui il cantautore veronese racconta il momento esatto in cui il cielo dell’Isola Verde si rivela in tutta la sua potente forza ispirativa: ““Il cielo aveva cambiato improvvisamente la luce e la scena. Il cielo è il vero regista d’Irlanda. Fu quella una giornata in cui pulimmo le cantine e le soffitte del cuore, aprendo ogni sua finestra. Facendogli vorticare dentro tutto quel cielo trasparente e quel vento che ci sosteneva obliqui. Le nostre anime appese come lenzuola si asciugavano al sole, sventolando e sbattendo come bandiere sul pennone”. C'è poi un riferimento più sottile che merita di essere rimarcato: laddove alcune band italiane hanno costruito il proprio rapporto con l'Irlanda soprattutto attraverso il suono, rielaborando reels, jig, strumenti tradizionali, Bubola ha scelto la strada opposta, quella della parola scritta, più vicina all'idea, cara al filosofo Régis Debray, secondo cui ogni pensiero nasce dal contesto che lo ha generato, racchiudendo in una sola canzone l’anima di una terra e i ricordi indelebili di un viaggio. In conclusione, “Il canto dell’anguilla” trascende i confini del semplice reportage o dell'arido making-of musicale per affermarsi come un'opera letteraria a tutto tondo che spicca per la sua scrittura affabulativa e il ritmo dei dialoghi. Il cantautore veronese trasforma i ricordi in materia viva, salvandoli dall’oblio e dimostrando come l’identità, l'empatia e la cultura, se fieramente salvaguardate, rappresentino il vero capitale inesauribile di un popolo, capace di generare sviluppo e bellezza.
Salvatore Esposito
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