Campo Festival 2026, Castello, Campo Ligure (Ge), 31 luglio – 1 agosto 2026

Due notti fra le Highlands e l’Irlanda 

Il 31 luglio e il 1° agosto il Castello di Campo Ligure ha ospitato due concerti accomunati dall’amore per la tradizione e distinti da identità ben riconoscibili. Da una parte il suono ruvido delle Highlands scozzesi dei Dàimh, dall’altra l’energia irlandese dei Birkin Tree insieme a Derek Hickey. Due serate capaci di evocare terre lontane e, allo stesso tempo, di creare un rapporto diretto con il pubblico. La prima serata ha visto protagonisti i Dàimh, formazione nata nel 2000 cuore pulsante della tradizione scozzese. La band riunisce i tre membri fondatori Ross Martin alla chitarra, Angus MacKenzie alle cornamuse e Gabe McVarish al violino, affiancati da Murdo Cameron alla mandola e alla fisarmonica. Al centro della formazione spicca la voce di Ellen MacDonald. Una serata all´insegna del suono ruvido e inconfondibile della Scozia. La compattezza dell’impasto musicale e la grande intesa fra i musicisti hanno dato vita a un concerto energico, nel quale ogni strumento ha trovato il proprio
spazio. Le cornamuse di Angus MacKenzie sono arrivate come una cannonata, dirompenti senza mai coprire il resto della band, sostenendo il gruppo senza comprometterne l’equilibrio. Uno dei momenti più emozionanti è stato il set che comprende il reel Lochiel’s Away, brano che avevo ascoltato innumerevoli volte su disco. Sentirlo finalmente dal vivo, con tutta la sua forza ritmica, è stata un’emozione difficile da descrivere. Di grande impatto anche la prova di Ellen MacDonald. La sua voce calda ed evocativa ha dato profondità ai brani cantati in Gàidhlig, la lingua gaelica scozzese. Melodie che sembrano provenire da un tempo remoto hanno attraversato il festival, sporfondando il castello di Campo Ligure in un´atmosfera da fiaba. Una menzione d’onore va a Ross Martin, che ha cercato più volte di interagire con il pubblico in italiano, contribuendo a creare un clima rilassato e informale. Alle prese con la difficoltà di suonare nel caldo ligure, il chitarrista ci ha regalato anche una piccola pillola di saggezza: «Ma ci proveremo». Una frase pronunciata con leggerezza che, a pensarci bene, racchiude un’ottima filosofia di vita, applicabile anche alle difficoltà quotidiane. Le sorprese potrebbero non essere finite. Parlando con Angus MacKenzie, gli ho chiesto se fosse possibile aspettarsi un nuovo disco dei Dàimh. La sua risposta mi ha lasciato incuriosito ed entusiasta. Senza anticipare troppo, pare che la band stia registrando nuovi brani durante le pause delle varie tournée, approfittando di studi sparsi per il mondo secondo la disponibilità e l’ispirazione del momento. Si profila quindi un progetto nomade e ancora in fieri, cresciuto lungo la strada e alimentato dai viaggi della band. Una prospettiva che mi lascia in trepidante attesa di scoprire quale forma assumeranno queste registrazioni raminghe. Il 1° agosto è stata la volta dei Birkin Tree, autentico baluardo della musica tradizionale irlandese in Italia. Sul palco Laura Torterolo alla voce e alla chitarra, Tom Stearn alla voce, alla chitarra e al bouzouki, Fabio Rinaudo alle uilleann pipes e al whistle, Michel Balatti al flauto traverso
irlandese e Luca Rapazzini al violino. Ospite della serata il grande organettista irlandese Derek Hickey, originario della contea di Limerick e nominato Musician of the Year ai Gradam Ceoil 2024. Fabio Rinaudo lo ha definito un concerto «inclusivo» e la parola descrive bene lo spirito della serata. Complici la cornice raccolta e la presenza di tanti affezionati, fra i musicisti si è creata un’interazione continua, spesso giocosa e a tratti buffa, che ha coinvolto anche il pubblico. L’atmosfera era quella di un gruppo di amici riuniti per celebrare una splendida avventura musicale che, dopo oltre quarant’anni, continua a rombare e a spingere più che mai. Il talento e il gusto musicale di Derek Hickey si sono inseriti con naturalezza nell’amalgama dei Birkin Tree. Nessuna esibizione fine a sé stessa: il suo organetto è diventato parte della voce collettiva del gruppo, trovando un perfetto equilibrio con gli altri strumenti. Accanto alla brillante esecuzione del repertorio tradizionale non sono mancate scelte più audaci, fra polifonie e variazioni. In queste ultime si sono distinti soprattutto Luca
Rapazzini e Michel Balatti. Rapazzini ha contribuito anche alle armonie vocali a tre con Tom Stearn e Laura Torterolo, aggiungendo un’ulteriore sfumatura al suono della formazione. Fra i momenti più intensi della serata, la struggente interpretazione di “Bríd Óg Ní Mháille”, conosciuta anche come “Bridget O’Malley”, affidata alla voce di Laura Torterolo. Un canto d’amore non corrisposto, che fa riaffiorare sentimenti agrodolci. Di enorme impatto anche “Factory Girl”, proposta da Hickey come slow air per organetto solo. Nelle sue mani lo strumento sembrava trasformarsi in un organo a canne (una scena un po´da “Marche Nuptiale” di Jaques Brel). Ne risulta un’esecuzione toccante, capace di riempire lo spazio con una forza sorprendente. Nei brani più sostenuti la band ha sprigionato un tiro mostruoso, sostenuto da un’intesa maturata nel tempo e ancora piena di slancio. Tradizione e piacere di suonare insieme hanno trovato un equilibrio raro, trasformando il concerto in una festa condivisa. Anche da parte dei Birkin non mancano le grandi notizie: il 17 Maggio prossimo si esibiranno al Teatro carlo Felice di Genova in seno al programma della GOG. Un evento imperdibile per celebrare i 45 anni di attivitá della band e la musica irlandese in italia. Una grande festa con ospiti di eccezione che fa venir voglia di poter dire “io c’ero”. Le due serate del Festival hanno raccontato mondi musicali vicini, ciascuno con il proprio carattere. Al Castello di Campo Ligure la tradizione continua a parlare al presente e non smette di emozionare. 

 Jacopo Dentice

Posta un commento

Nuova Vecchia