Scorrendo le note di copertina si comprende che l’album ha una genesi etnomusicologica. Innanzitutto perché i ventotto brani in scaletta sono di tradizione orale – qui arrangiati e riproposti – e provengono da “riprese sul campo” realizzate tra il 2001 e il 2008 da Maura Sciullo, componente del duo Ficufresche insieme a Immacolata Argiento. Poi perché l’impostazione generale di “Voci dalle Toraglie” segue la forma di quella documentazione sonora lì – che fa riferimento a un’area definita, che diviene, a sua volta, un dato in relazione al quale si determina, sul piano tipologico, formale e contenutistico, il senso delle esecuzioni (qui siamo al confine tra Campania e Lazio, dove le Toraglie “sono un insieme di piccole frazioni rurali situate sulle pendici del vulcano Roccamonfina”). Ancora, perché i brani eseguiti nell’album vogliono riflettere le articolazioni di quel paesaggio sonoro, nel quale il canto è “uno strumento quotidiano” che permea e, in molti casi, scandisce “il lavoro nei campi, le feste religiose, la cura dei figli, i rituali comunitari e le relazioni sociali”.
Insomma, da qui si arriva alla funzione della musica, un paradigma che intreccia la metodologia etnomusicologica alla vita quotidiana e, in particolare, alla dimensione artistica. Perché l’obiettivo che sembra perseguire questo interessantissimo album è sì documentare quanto la musica abbia permeato le comunità in questione (tradizionali e legate prevalentemente ai ritmi della natura ecc.), attraverso espressioni che sono (come molti, a ragione, sostengono) come delle mappe sociali. Ma è anche quello di cantare questa profonda influenza, elaborando una nuova connessione con un dato storico e sociale evidentemente lontano (ci dicono le Ficufresche: “tutte le signore che hanno partecipato alla ricerca sono tornate a cantare dopo tanti anni” e, anche per questo, “abbiamo deciso di fa rivivere queste melodie, per lasciarle agli altri”). Ora, appare lecito pensare che il dato etnomusicologico – rivolto, in questo contesto, alla storia – sia interessante quanto quello socioculturale contemporaneo, che si insinua in voci che oggi esprimono un’alterità (non necessariamente politica o oppositiva).
Sulla stregua di questo, noi crediamo che un disco così dovrebbe uscire almeno una volta al mese, per dare conto della profondità del mondo in cui viviamo, di ciò che inesorabilmente si disgrega e perdiamo – e non solo dell’importanza di documentare la forza espressiva e la funzione dei repertori orali. C’è un altro aspetto che “Voci delle Toraglie” mantiene in primo piano e che appare determinante nella costituzione di un programma musicale che interpreta e racconta. Si tratta dell’assetto programmatico, richiamato in due elementi centrali. Il primo ha a che fare con il repertorio di canto femminile: “canti di lavoro, stornelli, ninnananne, canti a dispetto, canti rituali e devozionali. Una ricerca che aggiunge un tassello fondamentale alla mappatura delle raccolte etnomusicali campane, illuminando un’area finora quasi sconosciuta”. Il secondo con il territorio: “la voce del duo nasce dalla consapevolezza di essere figlia del silenzio della montagna, dove il canto umano entra a far parte delle polifonie ambientali del luogo: il vento tra le foglie, i richiami degli animali, il respiro della terra”. Si tratta di elementi che costituiscono il fulcro composito dell’album. E, soprattutto, se da un lato riconducono il processo alla genesi di cui si diceva in apertura, dall’altro definiscono uno spazio più ampio in cui l’album può posizionarsi. Entrambi, una volta uniti nella dinamica della riproposta, determinano un profilo sonoro preciso (volutamente scarno e sufficientemente esaustivo), in cui pochi strumenti sostengono le voci, perfette e forti, protagoniste indiscusse dell’album. liburiarecordsworld.bandcamp.com/album/voci-dalle-toraglie
Daniele Cestellini
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