Edoardo De Angelis – Ulisse al confine del tempo (Il Cantautore Necessario/Azzurra Music, 2026)

Con oltre cinquantacinque anni di carriera alle spalle e le radici saldamente piantate nella leggendaria fucina romana del Folkstudio, Edoardo De Angelis rappresenta una delle voci più nobili, coerenti e preziose della canzone d'autore italiana. Autore di brani indimenticabili come l'intramontabile "Lella" e collaboratore di maestri del calibro di Sergio Endrigo e Francesco De Gregori, il cantautore romano ha sempre saputo coniugare la grazia poetica con un profondo impegno civile. Nel suo nuovo lavoro discografico, “Ulisse al confine del tempo”, De Angelis sceglie il mito omerico non come mero espediente letterario, ma come archetipo assoluto per narrare l'arco vitale dell'Uomo, i suoi dubbi e le sue esplorazioni. Abbandonando la spinta puramente autobiografica e giovanile in favore di uno sguardo maturo e compassionevole rivolto alle vite degli altri, l'album si fa contenitore di istanze sociali drammaticamente attuali e di un fertile interscambio generazionale. Abbiamo incontrato Edoardo De Angelis per approfondire la genesi di quest'opera densa e luminosa.

Ulisse è una figura che accompagna l'umanità, quasi un archetipo omerico legato al tema del viaggio. Perché hai scelto proprio questo mito come chiave per raccontare "Ulisse al confine del tempo"?
Perché trovo che, tra le figure mitologiche a me care sin dal mio passato di studente, quella di Ulisse sia l'eroe più moderno, con tutti i problemi legati ai suoi sentimenti e alle sue curiosità. Il suo desiderio di tornare a casa si scontra costantemente con quello di vivere tutte le esperienze possibili. Questo mi dava l'opportunità di raccontare la storia di un uomo in generale, dell'Uomo. Logicamente, in ogni cosa che si scrive c'è sempre qualcosa di autobiografico, ma non solo. Ulisse mi permetteva di parlare di un arco di tempo nella vita di un essere umano, in cui si affrontano, vivono e interpretano diverse situazioni. L'album
comincia con la prima notte fuori casa di un giovane di diciott'anni: è il primo gradino. Il ragazzo, con il cuore palpitante, affronta la notte cercando nel firmamento una stella che non esiste ancora, per darle il nome di sua madre. Con un braccio è già proteso verso l'avvenire, con l'altro è ancora legato alla mano materna. Da qui si susseguono una serie di quadri. C'è Come uno scrittore, che rappresenta una scelta di campo e di vita, un progetto: non solo una scelta di mestiere, ma anche un'etica su come interpretare quel lavoro e quel periodo dell'esistenza. Poi si intrecciano altre storie: c'è l'interesse e la ricerca sull'universo femminile, c'è il desiderio di tornare e ripartire ne “La tela di Penelope”. Ci sono brani che raccontano le reazioni dell'uomo ai fatti della vita, come Erano solo uomini, che ritengo una delle canzoni più importanti dell'album. È dedicata a chi viaggia per mare senza avere gli strumenti adatti, a chi affronta le onde come un'ancora di salvezza verso la speranza di una vita migliore; è una canzone dedicata al naufragio sulla spiaggia di Cutro del febbraio 2023. Infine, ci sono altri segmenti di questa storia umana fino a Il confine del tempo, brano in cui si descrive il momento in cui c'è un traguardo da tagliare. Potrebbe essere l'ultimo della vita, oppure il traguardo verso i tempi supplementari, verso un nuovo inizio con nuove consapevolezze. Dovendo scegliere una figura mitologica per dare vita a un racconto sull'uomo, Ulisse era il più adatto al mio carattere.

Nella presentazione scrivi che Ulisse vive in ognuno di noi, invitando a leggere quest'album quasi come un testamento artistico. Quanto è importante per te chiarire questa posizione sin da subito?
È importante perché penso che il mestiere del cantautore, di chi scrive, implichi il prendere una posizione precisa, come dovrebbe accadere in ogni altro lavoro. Bisogna schierarsi, per poi avere il diritto e il dovere di difendere le proprie scelte, o di modificarle se ritenuto necessario, ma sempre a testa alta. Credo che, così come abbiamo la patente per guidare, ognuno di noi dovrebbe avere eticamente e moralmente una "patente" per quello che fa. Tu, ad esempio, hai una patente da giornalista, anzi ne hai due o tre di patenti. L'importante è utilizzare quel documento con franchezza e benevolenza, difendendo le proprie idee e confrontandole con quelle degli altri. Bisogna essere pronti, soprattutto nel nostro mestiere, a guardare le vite altrui e a riproporne il racconto in modo onesto.

Il disco mette insieme temi che riguardano da vicino l'Ulisse omerico: il sogno, il viaggio, il confine, la libertà. Tematiche che ora convergono in una visione del mondo più matura e completa. Che cosa è cambiato nel tuo sguardo rispetto ai lavori precedenti?
Ho fatto questo mestiere con grande passione e con un entusiasmo quasi adolescenziale fino a un certo punto. Avendo superato i cinquantacinque anni di carriera, ho iniziato naturalmente a scrivere meno canzoni sentimentali o d'amore, e meno brani che fossero un'espressione diretta o esclusiva della mia vita. Ho cominciato a raccontare quello che vedevo nelle vite degli altri. Così ho acquisito una maturità, uno spirito d'indagine, una ricerca e una consapevolezza più grande per capire quali fossero i grandi temi dell'esistenza umana: l'aspetto sociale, la politica, i grandi dolori del mondo. Ho sentito l'urgenza di raccontare le necessità delle persone nate in condizioni meno fortunate che aspirano, giustamente, a un'esistenza più vivibile. Penso al fenomeno dell'immigrazione, ai migranti pronti a rischiare e a perdere la
vita per sfuggire a condizioni di fortissimo disagio. In questo senso, posso parlare di una maturità acquisita, simile a quella che si riscontra in gran parte degli scrittori: all'inizio si fa molta autobiografia, poi pian piano la maturità ti consente di entrare in contatto con i sentimenti degli altri e, se sei disponibile, di raccoglierne i dolori e raccontarli.

Dagli esordi al Folkstudio negli anni Settanta a oggi, penso al tuo brano più celebre, "Lella", tristemente ancora molto attuale. Che cosa è rimasto intatto nella tua urgenza di raccontare il mondo e che cosa, invece, si è trasformato radicalmente?
Quell'urgenza di raccontare il mondo è diventata sempre più forte. Di mio, nelle canzoni, rimangono i miei occhi e la sensibilità nell'assimilare ciò che accade. Qualche anno fa ho scritto una canzone intitolata “Il dolore del mondo” – di cui esiste anche un bellissimo video – in cui racconto le ferite dell'Inquisizione, della Shoah, dei campi di concentramento. È come se fosse un unico dolore, una serie di orrori che si sono ripetuti in offesa all'umanità. Bisogna avere umiltà e l'assenza totale di retorica. La retorica è il possibile veleno, la controindicazione principale di questo lavoro; se mi accorgessi di essere retorico nelle cose che scrivo, cambierei mestiere. L'importante è cercare, attraverso la sensibilità acquisita, di vedere le cose con chiarezza e dire agli ascoltatori: guardate che sta accadendo questo, guardate che sulla spiaggia di Cutro, a cento metri dalla battigia, sono morte novantaquattro persone, tra cui molti bambini e donne. È possibile che una scena del genere, che appartiene al nostro mondo reale, diventi solo un'immagine del telegiornale che guardiamo distrattamente la sera? Questo è il nocciolo del discorso.

Entrando nel vivo dell'album, che si apre con "La porta dei sogni" e si chiude con "Controcanto" e la sua filosofia dei sentimenti: hai pensato al disco come a un vero e proprio viaggio narrativo?
Assolutamente, anche se devo confessarti che, in realtà, non avevo pensato inizialmente di strutturare il disco in questo modo. Queste canzoni, una volta scritte, si sono attratte tra loro; si sono accumulate come se al centro ci fosse una calamita che le richiamava tutte. A volte accade di scrivere qualcosa e di capirne
solo in seguito il vero motivo. Questa volta non ho compreso solo il motivo che mi ha portato a scrivere un singolo brano, ma la matrice che mi ha spinto a scriverne dieci, peraltro con la collaborazione di tanti giovani talenti. Le canzoni si sono attratte e hanno deciso autonomamente che dovevano stare insieme in un album.

Mi è piaciuta molto "Il peso della luna", dedicata ad Alda Merini. Che cosa rappresenta per te la sua figura nel raccontare il rapporto con l'universo femminile?
È una figura meravigliosa. Se devo pensare a un simbolo di femminilità, non penso né a Brigitte Bardot né a Marilyn Monroe, penso ad Alda Merini, che ha raccontato in modo unico il movimento viscerale della donna, di un essere umano di sesso femminile. La femminilità in Alda Merini è conclamata, sorprendente, esclamativa; non saprei quali altri aggettivi inventare. L'idea di questa figura così forte e precisa in mezzo a tutte le sue inesattezze, rinchiusa in una stanza dalla quale fa partire l'intero universo, è affascinante. È tutto un meccanismo che si muove intorno a lei, colpita da questo "peso della luna" in cui riecheggiano, come avrai capito, Le voci della luna di felliniana memoria. Questa ipotetica stranezza che ha condizionato la sua vita, se andiamo a leggere tutto ciò che ha scritto, alla fine era da considerarsi una benedizione. Non so quanto la scrittura l'abbia liberata, ma so che era una poetessa, una scrittrice mai sfiorata dalla retorica. Scriveva direttamente, tracciando sulla carta qualcosa che le veniva trasmesso dallo stomaco, dal cuore, dai seni, dal ventre.

"La tela di Penelope" richiama esplicitamente l'attesa e la fedeltà del mito omerico. Hai scritto questo brano pensando a un dialogo diretto con Ulisse o è nato in modo autonomo?
La storia di questa canzone è tanto curiosa quanto casuale. Avevo le strofe del testo, quelle che nel brano recito io, scritte inizialmente per un lavoro teatrale. Scrivo testi per visite teatralizzate nei musei con l'associazione culturale Culturarti di Udine; abbiamo già superato le duecento repliche in diverse parti d'Italia. Nel museo etnografico di Udine c'è un'installazione con un grande telaio di legno e, al posto di lavoro, una figura femminile ricoperta interamente da un tendaggio. Dovendo scrivere una storia per questa donna al telaio, ho pensato inevitabilmente a Penelope. Quando ho deciso di inserire questo testo nel disco non avevo alcuna musica. Così, nel clima di collaborazione delle residenze artistiche estive che dirigo, ho affidato il testo a Luca Carruba, un ragazzo di Civitavecchia di grandissima sensibilità. Gli ho chiesto di trovare una musica per quelle quattro ottave. Lui ha lasciato le mie strofe intatte, ma ha aggiunto spontaneamente un inciso musicale con un testo che rappresentava la voce stessa di Penelope. Era di una bellezza, di un'originalità e di una spontaneità tale che non ho voluto toccare neanche una virgola. Io ho letto le mie strofe originali, e in mezzo ci sono questi incisi in cui la voce di Penelope racconta dal suo punto di vista dicendo: "se ritornerai in una notte d'inverno / chissà come saranno ancora le tue mani / ma le riconoscerò anche al buio in silenzio". Una cosa meravigliosa nata dalla penna di Luca Carruba: era perfetta così.

Nel brano "Il confine del tempo" c'è quella che definisci la chiave di lettura del disco: il coraggio di affrontare l'ignoto, buttando il cuore oltre l'ostacolo. Quando hai scritto questa dichiarazione finale, sapevi già che sarebbe diventato il cuore concettuale dell'opera?
Sì, era già il cuore concettuale del disco e ho voluto metterlo in luce. Dato il carattere delle canzoni e il modo in cui andavano a concludersi con un brano come Controcanto, ho fatto un po' di "scongiuri poetici". Ho voluto chiarire che non si tratta del mio testamento, ma della storia e dell'arco della vita di un uomo. Non inizia con la nascita e non deve per forza terminare con la morte. Inizia con il primo passo fuori casa a diciott'anni e arriva fino a un'età anziana e matura, in cui c'è ancora la possibilità e il desiderio di lanciare le vele al vento. Per la parte autobiografica, significa continuare a lavorare, ad avere una vita sociale e a occuparsi delle vite degli altri, anche dopo aver tagliato il traguardo degli ottant'anni.

L'idea originale dell'album ruota attorno al dialogo con i giovani cantautori che hanno partecipato alle residenze artistiche del festival in Val Pesarina. Come si è trasformata la tua scrittura condividendola con artisti come Michele Arena, Anna Cainero, Luca Carruba, Nicole Coceancig, Alvise Nodale e Antoine Ruiz?
Dopo la fine della residenza estiva del 2024 mi sono ritrovato con questi ragazzi eccezionali. Alvise Nodale aveva vinto l'anno precedente e si era confermato mio assistente. Poi c'erano artisti incredibili come Nicole Coceancig, Antoine Ruiz, Michele Arena, Luca Carruba e Anna Cainero, che era stata allieva un anno prima. Animato dal desiderio di offrire loro una vetrina e un passaggio nel mondo professionale, ho mostrato loro degli appunti. C'erano quattro righe di un testo intitolato "Ho rubato": Alvise Nodale le ha prese e, lavorandoci su, ha scritto l'intera musica, dopodiché io ho completato il testo. Lo stesso è avvenuto con Luca Carruba, e con Michele Arena per "Baciare la sposa", brano sulla continua ricerca di
fortuna da parte dell'uomo. Hanno risposto tutti in maniera straordinaria. Le canzoni si sono poi attirate e amalgamate l'una con l'altra in un corpo unico, diventando Ulisse al confine del tempo.

Hai definito questo disco come un passaggio di testimone. Tu, che hai lavorato con Endrigo e De Gregori, che cosa hai imparato in questo interscambio con i giovani?
Mi sono fatto "ladro" del loro entusiasmo. Quando si è molto giovani l'unica marcia che si possiede è la quarta; si va sempre al massimo. Con il passare del tempo si capiscono tante cose, entrano in ballo le altre marce, a volte persino la retromarcia. Dalla loro esperienza mi sono, per così dire, abbronzato al sole della loro freschezza e della loro ingenuità in alcuni passaggi. Ho scoperto talenti unici, ognuno a modo suo. Anche nella residenza di quest'anno, del 2026, ho trovato voci interessantissime. È una fortuna enorme potersi confrontare con l'inesperienza creativa e la freschezza di artisti di venti o venticinque anni, aprendo un vero dialogo.

Quanto ha influito il luogo dove avete tenuto questi seminari, con la sua energia e il suo paesaggio, nella scrittura delle canzoni?
Ti ringrazio per questa domanda, perché non a caso la Val Pesarina viene chiamata "la Valle del Tempo". Lì è nata la prima fabbrica di orologi italiana, quella dei fratelli Solari, che con i loro orologi hanno riempito le stazioni e gli aeroporti di tutto il mondo. Ma, oltre a questa coniugazione cronologica, la Val Pesarina è una zona premontana di grande tranquillità, che si inoltra nel verde in un silenzio particolare, accompagnato da un profondo senso di accoglienza da parte delle persone. Le nostre residenze sono delle vere accademie platoniche: lavoriamo nel bosco, all'aperto. Abbiamo un auditorium come base per le
restituzioni e i saggi, ma la giornata tipo prevede colazione insieme e poi immersione nella natura. Dico ai ragazzi di dividersi nei prati o sotto gli alberi e di tornare dopo un'ora con una canzone. È un'Accademia dei peripatetici; non inventiamo niente, ma ci gioviamo dell'esperienza e della bellezza del passato.

È molto intrigante la versione di "Erano solo uomini" incisa con i Cinque Uomini sulla Cassa del Morto. Cosa ti ha convinto ad affidare a loro una rilettura così diversa dall'originale?
Anche questo è uno dei meccanismi magici creatisi durante il lavoro. Avevo questa canzone che necessitava di una ritmica decisamente forte. Conoscevo questa band friulana che lavora già a livello professionale e il loro violinista, Davide Raciti, aveva già suonato in alcuni brani dell'album. Tramite lui ho chiesto se volessero suonare basso, batteria e chitarre nel disco. Sono venuti, hanno suonato e si sono letteralmente innamorati della canzone, realizzandone una loro versione. L'ho ascoltata e mi è piaciuta moltissimo l'idea; pur avendo un arrangiamento che non corrispondeva esattamente al mio sentimento originario, che è più maturo e ironicamente tragico, la trovavo bellissima. Così ho proposto di registrarla e inserirla come bonus track nell'album.

Mi piace molto la scelta di musicisti come Reno Brandoni alle chitarre e Andrea Bitai al violoncello elettrico. Quanto hanno contribuito alla specificità nella ricerca timbrica del disco?
Moltissimo. A cominciare dal violoncello, che, come dicono i musicologi che conosco, è uno strumento indispensabile per legarsi alla mia voce. Ho trovato Andrea Bitai, musicista ungherese trapiantato in
Friuli, che possiede un cuore profondamente ungherese e una malinconia di base straordinaria nell'approccio al suo strumento. Reno Brandoni, invece, è più che un musicista in questo caso: è in assoluto uno dei miei preferiti. L'ho coinvolto affidandogli un brano che avevo scritto sui bambini di Gaza, Un infinito applaudire (Gaza City); lui lo ha inserito in un mondo musicale leggermente orientale, scrivendo una parte meravigliosa, nostalgica e molto sentimentale, in linea con la sua natura. Inoltre, Reno mi ha mandato ad ascoltare una piccola melodia di cui mi sono subito innamorato; continuavo a ripetere su quella base musicale le parole "non importa più, non importa più". Da lì, su una sua sollecitazione musicale, è nata Controcanto.

Concludendo: se dovessi consigliare a un ascoltatore da dove iniziare per entrare davvero nel senso di "Ulisse al confine del tempo", quale brano indicheresti come porta d'accesso?
Faccio una piccola premessa: io difficilmente ascolto i miei lavori una volta pubblicati. Questa volta ho fatto un'eccezione perché avevo lavorato lontano da Roma, lontano dal mio impianto e dai miei ascolti di riferimento che conosco perfettamente. Appena ho avuto in mano il disco, l'ho infilato nell'impianto, mi sono seduto alla giusta distanza in mezzo ai monitor e l'ho ascoltato dall'inizio alla fine. Non è una cosa così scontata. Mi ha regalato un piacere consistente, ho veramente goduto del risultato e mi sono complimentato con me stesso e con tutti i collaboratori, primo tra tutti Massimo Passon, il tecnico che lo ha registrato e masterizzato. Essendo un racconto circolare, sarebbe opportuno ascoltarlo tutto. Detto questo, se dovessi scegliere un brano da cui cominciare, dipenderebbe dall'ascoltatore. Se fosse una donna, le consiglierei Il peso della luna o La tela di Penelope. Se fosse un giovane, suggerirei di partire dall'inizio con La porta dei sogni. Se fosse un genitore, in particolare una madre, vorrei che iniziasse da Un infinito applaudire (Gaza City). E se fosse qualcuno che si occupa attivamente della società civile e delle vite degli altri, gli direi sicuramente di cominciare da Erano solo uomini.


Edoardo De Angelis – Ulisse al confine del tempo (Il Cantautore Necessario/Azzurra Music, 2026)
A oltre cinquant'anni dal suo esordio, Edoardo De Angelis nel suo nuovo disco di inediti “Ulisse al confine del tempo” segna uno dei vertici della sua discografia, proponendo un racconto in musica che intreccia il tratto autobiografico con la dimensione corale. Nato tra il verde e il silenzio rigenerante della Val Pesarina, la friulana "Valle del Tempo", nell'ambito del Festival Frattempi organizzato dall'A.C.CulturArti sotto la direzione esecutiva di Roswitha Del Fabbro e con i consigli di Francesco Giunta delle Edizioni Musica del Sud, l'album è il frutto di un fertile incontro generazionale. De Angelis non consegna un nostalgico testamento artistico, ma promuove un vivissimo passaggio di testimone accogliendo al suo fianco i giovani talenti emersi dalle residenze artistiche: Michele Arena, Anna Cainero, Luca Carruba, Nicole Coceancig, Alvise Nodale e Antoine Ruiz.vSotto la sapiente co-produzione artistica condivisa dallo stesso De Angelis con Alvise Nodale e Luca Carruba, e plasmata tecnicamente negli studi Master Studio di Udine dal fonico e eclettico musicista Massimo Passon – con ulteriori sessioni realizzate allo Studio Fren di Civitavecchia da Francesco Capuani, Simone Ranieri e Fabrizio Campogiani –, l'album si veste di un'acustica organica, calda e tridimensionale. Le trame chitarristiche finissime di Reno Brandoni incontrano le evocative soluzioni cromatiche e mitteleuropee del violoncello elettrico di Andrea Bitai, creando un abbraccio timbrico perfetto per la vocalità profonda e narrativa dell'autore. Il viaggio si apre sulle note di "La porta dei sogni", racconto d'iniziazione adolescenziale guidato da un palpito di speranza che spalanca l'esistenza al futuro. Segue la consapevolezza etica e professionale di "Come uno scrittore", prima di cedere il passo alla commovente intensità de "Il peso della luna", omaggio viscerale alla poesia e alla complessa femminilità di Alda Merini. La dimensione del dialogo si fa poi struggente ne "La tela di Penelope", dove l'intercalare recitato di De Angelis si fonde con l'inciso sognante composto e cantato da Luca Carruba, trasformando l'attesa omerica in una presenza viva. La tensione civile dell'opera emerge con dolorosa chiarezza in "Erano solo uomini (Io sogno)", brano ispirato al drammatico naufragio di Steccato di Cutro del 2023, dove l'asciutta essenzialità dell'arrangiamento schiva ogni retorica per restituire dignità alle vittime del mare. Con analogo e intenso spessore, "Un infinito applaudire (Gaza City)" – impreziosita dalle delicate arpeggiature di sapore mediorientale ricamate da Reno Brandoni – denuncia la tragedia dell'infanzia negata dalla guerra. Il disco sa però anche ritrovare la leggerezza e la meraviglia del quotidiano nelle dinamiche relazionali di "Ho rubato", nata dai versi affidati alle tessiture musicali di Alvise Nodale, e nella ricerca della buona sorte che anima "Baciare la sposa", scritta a quattro mani con Michele Arena. Il percorso ideale verso la saggezza culmina nella title-track "Il confine del tempo", dove la figura di Ulisse diviene metafora dell'animo umano che non teme l'ignoto ma scioglie nuovamente le vele verso l'avventura, per poi trovare un felice approdo nella filosofia degli affetti di "Controcanto", nata ancora su intuizione armonica di Brandoni.
A completare e chiudere in modo perfetto questo tracciato circolare intervengono due straordinarie tracce bonus. La prima è una rilettura spigliata e di impronta folk-rock di "Erano solo uomini", affidata alla freschezza e all'energia dei Cinque Uomini sulla Cassa del Morto (Alberto Corredig, Michele Di Gleria, Leonardo Duriavig, Francesco Imbrìaco e Davide Raciti), capaci di offrire una luce diversa al dramma del naufragio. La seconda è una maestosa versione corale di "La porta dei sogni", arricchita dalle voci del Coro del Friuli-Venezia Giulia diretto dal Maestro Cristiano Dell’Oste su solenne e suntuosa partitura orchestrale curata dal Maestro Valter Sivilotti. Edoardo De Angelis con "Ulisse al confine del tempo" firma un'opera di altissimo profilo concettuale e sonoro, un disco necessario e colto, capace di intrecciare memoria e presente con la grazia dei classici: una prova d'autore autentica che ci ricorda come il viaggio dell'Uomo, finché sorretto dal coraggio dell'ascolto e dell'incontro, non conosca mai un vero traguardo, ma soltanto nuovi, luminosi orizzonti da navigare.


Salvatore Esposito

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