Sebastiano Pilosu (a cura di), Il canto di una vita. Autobiografia di Daniele Cossellu (Tenores Remunnu 'E Locu di Bitti), SquiLibri/ISRE, 2026, pp. 240, euro 25

Nel suo intervento prefatorio, Ignazio Macchiarella, accademico dell’Università di Cagliari, sottolinea come l’autobiografia rappresenti una “tipologia di scrittura e comunicazione alquanto particolare in quanto offre uno spazio di riflessione personale profondo, un processo di rielaborazione e di costruzione di significato nello scorrere del tempo, dove memorie personali vengono analizzate, contestualizzate, diversamente valorizzate [acquisendo] un particolare valore, possiamo dire, simbolico-monumentale che rende emblematiche e persistenti le memorie e le narrative di vicende appartenenti al mondo dell'oralità” (p. 16). L’etnomusicologo ribadisce, inoltre, come risulti ormai superata la categoria dell'informatore o portatore che ripropone passivamente “sequenze di suoni appresi dagli ‘anziani’”, così come l’astoricità con cui, per lungo tempo, sono state rappresentate in maniera omogenea le modalità espressive di un gruppo locale (p. 17). Al contrario, l’approccio dialogico delle ricerche più recenti ha dimostrato come dietro i praticanti - ma anche dietro gli ascoltatori appassionati, chiosa Macchiarella – sussista “una riflessione sul fare musica, sulle scelte della personalizzazione proposta da ciascun cantore e l'interazione con altri co-esecutori nell'atto della performance” (ibidem). Su questo filone si innesta l’attenta curatela di Sebastiano Pilosu, il quale ha raccolto la straordinaria voce narrante di Daniele Cossellu. Pilosu, etnomusicologo ed egli stesso cantore a tenore, già docente presso il Conservatorio di Cagliari e presidente dell'Associazione Tenores Sardegna, unisce al profilo rigoroso dello studioso una fervida attività di operatore e agitatore culturale nell’ambito della polifonia vocale sarda. Già curatore di due volumi sul canto a tenore nell’Enciclopedia della Musica Sarda e coautore di docufilm sul tema, Pilosu ha pubblicato per lo stesso editore Squilibri (assieme al Tenore Supramonte di Orgosolo) il volume “Il canto a tenore di Orgosolo. Le registrazioni del CNSMP (1955-1961)”. Grazie alla puntuale e accurata mediazione del curatore, il lavoro – raccolto originariamente in limba ma tradotto in italiano (parte della testimonianza originale è fruibile nei materiali accessibili tramite codice QR) – persegue la massima fedeltà alla narrazione orale di Cossellu. Il risultato è un testo davvero coinvolgente, capace di dare vita a un profondo sentire, a uno spaccato sociale e culturale intimo e al tempo stesso universale nel suo rapporto con la memoria popolare. Vengono così esplicitate le fasi di una pratica musicale che necessita innanzitutto del riconoscimento all’interno della propria comunità d'appartenenza; una vita, quella di Cossellu, associata al canto a tenore, segnata da un “impegno profondo e totalizzante” (p. 21), come osserva Pilosu nell’introduzione. Vengono proposti i diversi ruoli vocali, le specificità delle emissioni timbriche e della loro fusione; ricorrono i nomi dei cantatores: un lungo elenco che rivela il senso profondo della comunità e l’esistenza di un sistema musicale e poetico fortemente condiviso. La ricostruzione storica menziona persino la presenza di voci femminili, mettendo in crisi la tesi secondo cui le donne “non possono” cantare a tenore. Si entra nella cultura pastorale barbaricina, si esplorano i luoghi e la funzione dei canti nei differenti contesti della vita sociale, le occasioni performative, la devozione religiosa, il ballo comunitario, il mondo poetico di Bitti, così come la tradizione delle serenate amorose notturne rivolte alle ragazze, spesso oggetto di divieti e di sanzioni pecuniarie da parte dei carabinieri, con anche un simpatico aneddoto sull’intercessione di un graduato amante del canto a tenore. Ne scaturisce l’immagine di una prassi musicale intergenerazionale e anche interclassista, che ha saputo resistere e adattarsi a passaggi storico-sociali cruciali che ne hanno inevitabilmente segnato le trasformazioni, a partire dall’emigrazione massiva dall’isola. Nella seconda parte del libro si dà conto dei processi di folklorizzazione dei patrimoni di tradizione orale, documentando il passaggio dal canto informale all’esibizione da palcoscenico sul finire degli anni Cinquanta. Nei primi anni Settanta, Daniele Cossellu, Tancredi Tucconi, Batore Bandinu e Piero Sanna formano un gruppo, inizialmente associato alla Pro Loco locale, che in seguito adotterà il nome di “Remunnu ’e Locu”, in omaggio a un noto poeta satirico bittese dell’Ottocento, figura di cerniera tra tradizione orale e cultura scritta. Da qui prende avvio una storia musicale che si pone al contempo nel solco della continuità e del rinnovamento: dalle prime incisioni su audiocassetta si giunge alla pubblicazione degli album su CD che hanno fatto storia (“Ammentos”, “Intonos”, “Romanzesu”, “S’amore ‘e mama” e “Caminos de pache”) e che rappresentano sul piano fonico e di cura fasi diverse del magnifico viaggio dei Tenores di Bitti. La terza parte del volume è dedicata alle apparizioni mediatiche e alle innumerevoli collaborazioni incrociate. Dapprima quelle con musicisti sardi (da Piero Marras a Enzo Favata fino a Luigi Lai) e italiani (da Claudio Baglioni a Massimo Ranieri), per poi passare ai grandissimi incontri internazionali: dalle sessioni con Ornette Coleman e Lester Bowie, all’apprezzamento di Frank Zappa (episodio fin troppo citato nelle cronache giornalistiche, quasi fosse l’unico viatico per conferire riconoscibilità a un'espressione vocale di immenso valore che è, tout court, parte del nostro patrimonio musicale nazionale). La narrazione prosegue con l’approdo all'etichetta Real World Records per volere dello stesso Peter Gabriel, le performance planetarie (dal festival WOMAD ai grandi circuiti della world music), per arrivare infine alla proclamazione del canto a tenore quale Patrimonio dell’Umanità UNESCO, alla fondazione di una scuola di canto a tenore e alle onorificenze personali. Trova spazio anche il racconto della pubblicazione di un’antologia, curata dallo stesso Cossellu, dedicata ai poeti di Bitti del XIX e XX secolo. Naturalmente lo scorrere del tempo significa anche l’addio ad alcuni storici cantori, il fisiologico rinnovamento dei membri del gruppo, fino al ritiro personale dalle scene per via dell’età avanzata. Infine, si giunge al cuore della lezione impartita dal “canto di una vita” di Daniele Cossellu, imperniata sui concetti di tradizione e autenticità (due termini complessi e scivolosi da maneggiare con estrema cura). Il Tenore di Bitti esegue rigorosamente i brani del proprio repertorio attenendosi al proprio “traju” (lo stile vocale), senza alcuna concessione: “siamo sempre noi stessi”, chiarisce Cossellu. La loro forza risiede in un profondo senso di appartenenza: ogni qualvolta cantavano, pur calcando palchi lontanissimi dalla Sardegna, l’attitudine era la medesima come se ad ascoltarli ci fossero i loro “compaesani rimasti a Bitti”. A corredo dell’opera, le preziose appendici curate da Pilosu analizzano sul piano tecnico le modalità esecutive del canto a tenore. Seguono i brevi interventi di Bachisio Bandinu (“È una voce che viene da lontano”) e Paolo Pillonca (“Nel firmamento del canto tradizionale”), oltre all'elenco dei riconoscimenti ricevuti da Cossellu e alla trascrizione del discorso da lui pronunciato in occasione della nomina dei Tenores a Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Oltre alla puntuale discografia e bibliografia, il corredo multimediale del volume (diviso in quattro sezioni) costituisce un autentico valore aggiunto: tramite QR Code si ha accesso a tre CD virtuali in streaming contenenti alcune parti in lingua sarda delle lunghe conversazioni all’origine del lavoro, nonché materiali sonori dell’Archivio ISRE (dieci canti della formazione Pro Loco e sei canti dei Tenores Remunnu ‘e Locu); chiude il tutto una ricca fotogallery. Che bella avventura di vita nel canto! 

Ciro De Rosa

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