Luis Giménez Amorós & Dastán navyband – Makamatik Vol.II (KRB, 2026)

Promessa mantenuta, esce il secondo disco del progetto di Luis Giménez Amorós che lo ha visto incontrare le culture musicali dell'Asia Centrale partendo anni addietro dal sud est della Spagna dal progetto The Unknown Spanish Levant. Nel primo disco, "Makamatik I”, il musicista ha incontrato la cultura musicale dell’Uzbekistan. Eccolo ora alle prese con la musica del Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan, in cui Luis si unisce alla Dastán Navyband formata da Nekruz (sitar), Antonio Prats (percussioni), Mahabat Kobogonova (al kiyak), Assol Ryskulov (khomuz) e Lles Zalgasbek (dombra, canto difonico e sybyzgy). La band prende il nome dal Dastán, l’epica cantata trasmessa per generazioni per via orale dagli akyn y jyrau. Il lavoro è stato mixato e masterizzato da Nekruz e Daler Nazarov nel DN studio di Dushambe. Il territorio comune di partenza del lavoro è l’incontro tra musiche del mondo, periferiche e poco conosciute, in questo caso tra quella spagnola levantina e quella dell’Asia Centrale: da questo incontro nasce un sound originale e soprattutto il messaggio moderno che non sempre è l’incontro tra i potenti a salvare la Terra. Senza preconcetti e prevaricazioni musicisti di provenienza diversa portano con onestà le loro radici più profonde, che in fondo sono le radici dell'umanità migrante. Ne nasce una operazione musicale pura, lontana dal mainstream e dal commerciale ma che cattura al primo ascolto. Il viaggio inizia con “Sobre la marcha” in cui su un compàs tipico del flamenco si innesta il suono asiatico dell’idiofono a pizzico modulato dai movimenti della bocca, per noi lo scacciapensieri che evoca un passaggio obbligato dal sud Italia. La tappa successiva è una danza moresca levantina che incontra un sitar afgano-pamiri dal titolo “Makan”, che è un luogo dell’anima non identificato del Mediterraneo. Ci si sposta poi nella montagna di Ala Archa e Issyk-Kul per una reinterpretazione intima e ancestrale di “Asilo” che utilizza il tema del disco “Refugees”. Con “Ximet” ci si proietta in una dimensione geografica sia storica grazie all’uso di uno strumento preislamico come l’al-kyak kirguís di Mahabat, arpa ad arco con tre corde a presa simultanea del Kirgstan che dialoga con il suono moderno della chitarra elettrica. “Haul Kazajo” è un canto mauritano fuso con atmosfere levantine in cui si usa la tecnica atavica del canto gutturale al limite del canto armonico. Narra la storia e le memorie del popolo kazajo. “Ibn Al Tulum” invece utilizza il tipico compàs in dodici della Soleá con il riempimento delle falsetas affidato al sitar di Nekruz. Niente di più efficace per richiamare la secolare circolazione culturale tra l’Andalusia, il Mediterraneo e l’Asia Centrale. “Estepas” è ispirato al shashmaqam evocando la vastità, lo spazio e il silenzio della regione grazie all’uso delicato e contemplativo delle percussioni. Segue “Lly River”, nata durante una visita alle montagne del fiume Ili e che connette quel paesaggio sonoro con una sensibilità musicale contemporanea. “Makam (Outro)” conclude il disco con una improvvisazione dell’al-kyak come momento parossistico di un lavoro che ha al suo interno una grande coerenza e si pone come incontro profondo tra culture solo apparentemente lontane. 

Francesco Stumpo

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