Ovadia | Famulari | Gazich – Yiddish Blues (Moovon/Moonlight Records, 2026)

La memoria come responsabilità
 

Pubblicato da Moovon in collaborazione con Moonlight Records, “Yiddish Blues” nasce dall’incontro di Ovadia con Giovanna Famulari e Michele Gazich. I due musicisti hanno accompagnato la sua trasformazione, tardiva e inattesa, in cantautore, costruendo con lui un repertorio nel quale brani della tradizione yiddish convivono con composizioni originali legate alla guerra a Gaza. È proprio Gaza, secondo quanto raccontato dallo stesso Ovadia, ad averlo convinto a scrivere le sue prime canzoni. Da questa urgenza sono nate “Palestina, terra di dolore” e “Il piccolo Alì”, presentate al Premio Tenco 2026, di cui la pima è entrata nella cinquina finalista nella sezione "miglior canzone” e divenute il punto di partenza dell’intero progetto. Il blues evocato dal titolo del nuovo disco di Moni Ovadia si manifesta meno come genere musicale che come condizione dello spirito. Non indica una forma da riprodurre o un repertorio di stilemi da applicare alla tradizione Yiddish, quanto un’espressione generata dal bisogno di dare voce a chi è stato privato di una patria e, insieme a essa, del diritto di raccontare la propria sofferenza. Il precipitare del conflitto israelo-palestinese ha trasformato questa necessità in un grido. Ovadia, che appare logorato da quanto accade a Gaza sembra rinunciare deliberatamente a ogni cautela nei confronti dell’ascoltatore. Questo si trova dunque di fronte a un disco crudo, concepito come richiesta d’aiuto. Il gesto centrale di “Yiddish Blues” consiste nella sovrapposizione di melodie appartenenti alla memoria della diaspora ebraica e testi dedicati alla sofferenza palestinese. Un simile accostamento potrebbe sembrare costruito per provocare. In Ovadia assume il valore di una dichiarazione di uguaglianza. La yiddishkeit viene estesa fino a diventare una dimensione etica universale, fondata sulla condizione “di straniero tra gli stranieri”. L’esilio cessa di essere una mancanza da colmare attraverso il possesso esclusivo della terra, trasformandosi in una responsabilità verso chiunque venga espulso, reso estraneo nella propria casa. Il procedimento raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti in “Palestina, terra di dolore”, costruita sulla melodia dell’inno del ghetto di Varsavia. Ovadia sovrappone alla musica legata alla resistenza ebraica un testo dedicato alla sofferenza palestinese. La scelta non mira a stabilire un’equivalenza meccanica fra eventi storici diversi. Rivendica il dovere della memoria ebraica di opporsi alla violenza contemporanea e sfida chi cerca nella storia, nelle Scritture e nella cultura ebraica una giustificazione per quanto avviene a Gaza. Un diverso grido d’allarme attraversa S’brent, la canzone yiddish di Mordechai Gebirtig nata dopo il pogrom di Przytyk del 1936 e divenuta uno dei canti simbolo della persecuzione e della resistenza ebraica. «Es brennt, briderlekh, es brennt», brucia, fratelli, brucia: il villaggio in fiamme non rappresenta soltanto un luogo concreto. La canzone si rivolge direttamente a chi ascolta e lo chiama a reagire. L’incendio assume qui una portata più ampia: bruciano la solidarietà, la responsabilità verso l’altro e i principi sui quali una comunità pretende di fondarsi. Anche sul piano dell’esecuzione “Yiddish Blues” rifugge ogni artificio. La musica richiama l’immaginario del porch blues delle origini: il canto degli schiavi, nato dall’incontro fra grida, voci e strumenti di fortuna, riuniti dalla necessità atavica di trasformare il disagio in suono. Ben inteso Ovadia, Famulari e Gazich non tentano di riprodurre letteralmente quella musica, né cercano una sintesi sofisticata fra blues e tradizione yiddish. Ne recuperano l’urgenza. Ovadia trascura ricercatezza ed estetica musicale intesa come valore autonomo. La sua voce non cerca la levigatezza del canto e gli arrangiamenti non attenuano l’asprezza dei testi. Ogni elemento rimane subordinato alla testimonianza, facendo della semplicitá dell´esecuzione parte integrante della poetica e della politica del disco. Il risultato non concede un ascolto pacificato,vuole interrompere l’indifferenza. Contestualmente affiora il rischio maggiore dell’intero progetto. Se provenisse da quasi qualunque altro interprete, un album tanto esplicito e privo di mezze misure verrebbe facilmente definito retorico. Ovadia riesce a sottrarsi a questa accusa perché “Yiddish Blues” non rappresenta l’adozione occasionale di una causa bensí il punto di arrivo di un percorso artistico e intellettuale fondato da decenni sulla cultura yiddish, sulla condizione diasporica e sul rifiuto di ogni identità trasformata in strumento di dominio. In Italia, probabilmente, soltanto lui avrebbe potuto realizzare un progetto simile conservando credibilitá e coerenza. Grande conoscitore delle Scritture e della mistica ebraica, Ovadia rivendica un’interpretazione dell’ebraismo incompatibile con qualsiasi idea di purezza etnica o di appartenenza fondata sul possesso della terra. In un’intervista rilasciata al canale Altro, riconduce l’identità ebraica a una moltitudine di schiavi, fuggiaschi e stranieri, uniti non da un territorio originario, bensì da una comunione di intenti: “Chi erano [gli ebrei]? Israeliti discendenti da Giacobbe, accadi, mesopotamici, ittiti, transfughi egizi e soprattutto, dice il grande rabbino Chaim Potok, molti Habiru. Chi erano gli Habiru? […] I delinquenti. Il Santo Benedetto voleva dare una possibilità di redenzione anche alla feccia del mondo. Gli ebrei erano schiavi. Come si qualifica Dio quando si presenta? “Sono il Dio dello schiavo e dello straniero”. Questa è l’origine degli ebrei: non hanno origine da una terra, hanno origine in un progetto etico e spirituale. Questa è l’aristocrazia degli ebrei: sono gli ultimi, la schiuma della terra. […] C’è un versetto del Levitico, che ho imparato dal grande filosofo Franz Rosenzweig: “Tu, ebreo, abiterai quella terra come straniero soggiornante, insieme allo straniero, che godrà dei tuoi stessi statuti. Ricorda che fosti straniero in terra d’Egitto, perché voi tutti davanti a me siete soltanto […] meticci avventizi”. L’apparente paradosso fra “aristocrazia” e “schiuma della terra” racchiude il senso della riflessione di Ovadia. La dignità del popolo ebraico risiederebbe nella sua origine marginale e nella capacità di trasformare la memoria della schiavitù in un Sistema solidale di Valori. Anche la terra promessa cessa di essere un possesso assoluto: vi si abita come stranieri, accanto ad altri stranieri ai quali spettano gli stessi diritti. In un’intervista all’Espresso, Ovadia accusa il sionismo di avere trasformato la memoria della Shoah in uno strumento di legittimazione. “Yiddish Blues” la sottrae alla narrazione nazionalista e la riconsegna a chi vive oggi la condizione dell’esilio, chimandola a rispondere del presente. Il dolore storico non puó fondare un privilegio morale, deve imporre na responsabilità verso altre vittime. In questo periodo di antisemitismo dilagante e redivivo Ovadia parla dall’interno di un ebraismo che riconosce nella diaspora, nel meticciato e nell’estraneità le proprie condizioni originarie. La solidarietà con i palestinesi diventa la conseguenza inevitabile di quella memoria. “Yiddish Blues” non ha velleitá di essere un disco facile o conciliante. Ovadia parla dalla ferita aperta della propria appartenenza e si assume il rischio di esporla. Il suo è un atto d’accusa pronunciato in nome di una tradizione che rifiuta di consegnare al nazionalismo. Nel momento in cui le melodie della diaspora accolgono il dolore palestinese, la memoria torna a essere una responsabilità. Questo il blues di Moni Ovadia: il canto di chi, mentre il villaggio brucia, rifiuta di voltarsi dall’altra parte. 


Jacopo Dentice

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