I Sonadors nascono dall'evoluzione naturale di un sodalizio storico, quello tra Dario e Manuel Avena, coppia artistica che da oltre trent'anni porta in giro per l'Italia e la Francia la courenta e il balet, le due danze gemelle che da sempre scandiscono le feste della Val Vermenagna. Non un semplice recupero filologico, ma una militanza quotidiana fatta di oltre trecento concerti, di balere improvvisate nei cortili e di feste patronali dove il repertorio tradizionale ha continuato a vivere di fiato in fiato, di passo in passo. Da quella lunga frequentazione con la tradizione orale è germogliata l'idea di allargare l'organico e lo sguardo: nasce così la Dario & Manuel Big Band, un progetto pensato apposta per far respirare alla musica vermenagnina aria balcanica e sudamericana, senza però tradirne l'anima. È il preludio diretto a “Valosca” opera prima che corona il percorso compiuto da un quintetto ormai stabile e affiatato, composto da Dario Avena (clarinetto in sib e in do, sax, chalumeau) Daniel Avena (batteria e percussioni), Roberto Avena (fisarmonica cromatica a bottoni e arbebo) e Fabrizio Carletto (basso elettrico e al contrabbasso). Un organico che si è arricchito nel tempo pur mantenendo il nucleo familiare come baricentro, per l’occasione ha aperto le porte a una serie di ospiti di peso specifico non indifferente: Sergio Berardo, storico fondatore dei Lou Dalfin, Chiara Cesano al violino, Benjamin Newton, Christian Coccia e Filippo Avena. Il disco il cui titolo richiama la vallata attraverso una sorta di affettuoso vezzegiativo, mette in fila otto brani, di cui sei registrati in studio e due ripresi dal vivo nel corso dell’edizione 2023 di Uvernada. Come scrivono nella presentazione “questo disco è un ritorno, sorta di restituzione. Il frutto delle nostre esperienze vissute finora. Crediamo nella tradizione che non si mette in vetrina: si suona, si consuma, ci si guadagna il diritto di viverla oggi”. Ad aprire l’album è il singolo "Borreska", accompagnato da un video che più che un semplice contenuto promozionale si configura come un piccolo cortometraggio, con la regia di Sergio Pozzi su soggetto di Dario Avena. Si tratta di un brano che restituisce bene la cifra stilistica dell'intero lavoro, con il clarinetto che disegna la melodia principale in un intreccio serrato con la fisarmonica a bottoni di Roberto Avena, mentre batteria e basso costruiscono un tappeto ritmico che strizza l'occhio a certe cadenze balcaniche senza mai perdere di vista la matrice occitana della danza. È qui che si percepisce con chiarezza il lavoro di cesello sull'arrangiamento: gli strumenti non si accavallano mai, ognuno occupa uno spazio preciso, lasciando che la scrittura respiri e che il ballo, quello vero, resti sempre all'orizzonte come punto di riferimento imprescindibile. Man mano che il disco procede, l'ascolto si fa un cammino tra vecchie melodie da balera riportate a nuova vita e composizioni originali che ne condividono il codice genetico: le courente scorrono con quel passo ondeggiante fatto di terzine e levare tipico della Val Vermenagna, mentre i balet si irrigidiscono leggermente nel tempo, quasi a marcare il gesto coreutico che li ha generati. Il clarinetto di Dario Avena resta il filo conduttore, capace di passare da un timbro caldo e vellutato a inflessioni più acide e nasali quando lo strumento si fa chalumeau o sax, mentre l'arbebo di Roberto Avena introduce una vena ronzante e ipnotica che apre squarci quasi mediorientali dentro il tessuto alpino. Il contributo di Sergio Berardo si avverte come un passaggio di consegne generazionale, un dialogo tra chi ha fondato la scena occitana contemporanea e chi oggi la reinterpreta con strumenti nuovi; il violino di Chiara Cesano, quando affiora, aggiunge un controcanto lirico che ammorbidisce gli spigoli ritmici della sezione fiati-percussioni. Nei momenti più mossi si sente tutto il portato della Big Band, con incursioni ritmiche che ricordano le fanfare balcaniche, mentre in quelli più raccolti torna la nudità quasi cameristica del duo originario, clarinetto e fisarmonica a dialogare come ai tempi dei primi concerti in valle. È un disco che non rinnega mai l'essenzialità dell'arrangiamento: non c'è sovrapproduzione, non ci sono sovraincisioni ridondanti, ma un uso misurato dello studio che lascia intatta la vocazione conviviale e danzante di questa musica, pensata prima ancora che per essere ascoltata, per essere ballata in cerchio, a coppie, sull'aia. "Valosca" è, dunque, un disco intriso di sudore del ballo fino allo sfinimento, durante una festa di paese che dimostra come la via più efficace per far sopravvivere una tradizione non è la sua musealizzazione, ma la necessità di declinarla al futuro, riattualizzandola.
Salvatore Esposito
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