Essere quantomeno scettici sulle direttrici artistiche che avrebbe seguito il Concertone de La Notte della Taranta di quest'anno era – per chi scrive – quasi ineludibile, non tanto per il preconcetto di fondo sulle sonorità pop-mainstream sulle quali era chiaro ci saremmo imbattuti, ma piuttosto per la sensazione che è maturata pian piano - mentre venivano annunciati i vari ospiti - di essere di fronte ad un pacchetto preconfezionato, senza alcuna sorpresa da svelare. Quando qualche anno fa, ricordando le parole – oggi profetiche – di Giovanni Lindo Ferretti, il quale sul palco di Melpignano, durante il Concertone del 2004, disse: “non cambiate la vostra primogenitura per un piatto di lenticchie” cercai di evidenziare come il percorso “al ribasso” intrapreso stesse per diventare irreversibile. La scelta di far diventare la Notte della Taranta “un grande evento mediatico” si è rivelata assolutamente nefasta perché, ad un certo punto, si è dovuto cominciare irrimediabilmente a scendere a compromessi con i tempi della televisione che ha occupato sempre più territorio decisionale, fino ad azzerare ogni possibile scelta artistica. Ora è troppo tardi anche per fare qualsiasi critica costruttiva o per ipotizzare un ritorno al passato (ma quale?!), perché ci troviamo di fronte ad un prodotto televisivo e anche di quelli piuttosto scadenti che popolano la programmazione estiva come riempitivi. Chi ha seguito
il Concertone dal vivo ha dovuto sorbirsi gli stacchi pubblicitari, il surrealismo dadaista di certi commenti delle pur simpatiche presentatrici, e le sempre più insopportabili coreografie. Dissezionando il suono e gli arrangiamenti proposti dal Maestro concertatore Ermal Meta ci si scontra frontalmente con una disarmante dissonanza acustica e culturale. Per quanto le architetture orchestrali risultassero formalmente inappuntabili e ben calibrate nella loro ossatura, la tendenza a dirottare i brani verso territori smaccatamente pop e rock durante gli interludi e le transizioni finali resta un mistero insondabile, utile unicamente ad un “gioco al ribasso” piuttosto goffo. La musica salentina è stata confinata (in)giustamente sullo sfondo. Il ritmo dei tamburi a cornice pareva qualcosa di assimilabile ad un confuso brusio, mantici, corde, fiati: non pervenuti. Tutto è stato chirurgicamente immolato sull'altare delle logiche dell'Auditel e di una diretta Rai3, esportata addirittura in Eurovisione per la prima volta e seguita sulle frequenze di Rai Radio2. Tutto è stato brutalmente declassato a misera e sbiadita comparsa in un gigantesco contenitore in stile sanremese balneare, un mega show che, forte dei trionfali numeri di 900mila spettatori, del 9,27% di share radiotelevisivo e di 43 milioni di visualizzazioni digitali, si è trasformato in un clone estivo del Concertone del Primo Maggio, mutando solo data e la location. Who’s
next? Ci scommettiamo qualcosa che la prossima a capitolare sarà l’Orchestra Popolare? Venendo, poi, al tema “Le vie del Mediterraneo”, scelto dal Maestro Concertatore Ermal Meta, appariva sulla carta come un itinerario artistico molto ambizioso da percorrere. Il mare nostrum come spazio di incontri e non di confini, sulla scia della lezione di Fernand Braudel, opposto per una notte alla logica dei conflitti che attraversano il presente. Allo stesso modo le premesse che avremmo visto sul palco con la tradizione salentina che avrebbe incontrato il fado, il rap e la canzone d’autore, apparivano confortanti. Anche in questo caso tutto è rimasto drammaticamente indefinito, riducendosi a mera narrazione di facciata e banalizzando l'ibridazione culturale con l'inserimento di un paio di brani in arbëreshë, musicalmente validi ma inseriti in coreografie completamente fuori contesto, a dimostrazione di una superficialità recidiva. Eppure, l'apertura affidata ai Mascarimirì, con un Claudio Cavallo in gran forma nell’attraversare per un ora e mezza in lungo e in largo il loro repertorio, è rimasta una delle cose più belle della serata, prima che il meccanismo televisivo prendesse il sopravvento. Il racconto ufficiale parla di un mosaico di linguaggi, ma è una narrazione che può funzionare unicamente solo a beneficio dei social. L’apertura del Concertone è stata affidata ad una celebrazione per gli Ottant’anni dalla nascita della Repubblica con una
serie di immagini d'archivio che celebravano il voto alle donne per il referendum del 1946, seguito da una rilettura strumentale, piuttosto bruttina, del “Canto degli Italiani”, il nostro inno nazionale eseguito dall’Orchestra. Benché – per chi scrive – ascoltarlo è sempre un’intima emozione va detto che a posteriori ci è parsa una scelta non troppo felice, quasi fosse dettata da altre convenienze narrative, su cui è meglio sorvolare in questa sede. Nel mare magno di questo format patinato, l’Orchestra Popolare e le sue voci restano l’unico vero e saldo ancoraggio alla musica popolare salentina, ma la sensazione è quella di essere di fronte alle vestigia di “un tempo che fu”… da cui si stagliano i talenti indiscutibili dei singoli come Enza Pagliara e Dario Muci che hanno squarciato il velo di plastica televisiva interpretando magistralmente, una tarantella del Gargano e la commovente “Matonna te lu mare”, così come di eccezionale caratura interpretativa si è dimostrata Ninfa Giannuzzi, o ancora struggente è stata la versione de “La Tabaccara” interpretata dalle voci femminili. Il ricordo del primo voto alle donne è poi ritornato nella bella esecuzione di “Fior di libertà”, partitura inedita del compositore Simone Frezza, interpretata da Alessandra Caiulo. Impossibile non lasciarsi trascinare dall’entusiasmo di Salvatore Galeanda con lo scottish “Teresina” o il canto arbëreshë “Ec Ec”, o ancora dalla potenza vocale
di Giancarlo Paglialunga. Sul versante opposto, le scelte stilistiche e le coreografie di Fredy Franzutti impongono di stendere un velo di silenzio, palesando un'antitesi totale e irrisolvibile rispetto alle forme coreutiche salentine, culminate nel tristemente indimenticabile trenino inscenato su “Aria Caddhripulina”, una scena raggelante che si inciderà a fuoco perpetuo tra gli shame moment più imbarazzanti dell'intera storia del festival. Il mosaico variopinto e altalenante degli ospiti speciali ha navigato a vista tra luci abbaglianti e ombre fittissime, trovando fortunatamente la sua punta di diamante assoluta nella talentuosa fadista portoghese Gisela João, capace di rinnovare il fado dialogando alla perfezione con la musica popolare salentina attraverso i solchi intensi di “Louca” e il canto d'amore “La cerva”. Magistrale il contributo di Maria Mazzotta, tornata sul palco del Concertone dopo la lontana partecipazione all'edizione del 2009, la quale ha proposto “Libru d'amore” e l’intensa “Amoreamaro”. Decisamente meno a fuoco, e inesorabilmente fagocitati dal tritatutto mediatico e generalista, sono risultati gli altri interventi incasellati in scaletta. Ci chiediamo, ancora a distanza di qualche giorno, a quale addentellato concettuale si leghino le hit “Vivere a colori” di Alessandra Amoroso e “Tu mi piaci tanto” di Sayf con il tema della serata.
Levante si è cimentata non senza palpabile fatica nelle dinamiche tradizionali di “Beddha ci dormi” e della sua Malìa, mentre la tanto sbandierata quota urban è stata coperta dalle metriche italo-tunisine di Sayf con la pizzica “Menamenamò” e dal molto più interessante rapper salentino Welo. Assolutamente dimenticabile, il contributo dell’attrice Giulia Vecchio che proposto “L'acqua de la funtana”, insieme ad un siparietto comico del tutto fuoriluogo. Ermal Meta, dal canto suo, ha ritagliato il suo spazio interpretativo per presentare, suonandolo in pubblico per la prima volta, l'inedito “Nu simu nienti”, un brano scritto di suo pugno appositamente in dialetto salentino, ma dal sapore complessivo residuale. Scemati gli echi della diretta, è inequivocabilmente rimasto quello di un immenso e addomesticato bagno di folla, tenuto a bada dall'imponente spiegamento delle forze dell'ordine, eppure inesorabilmente ridotto a mero prodotto di plastica, un feticcio seriale brandizzato per ingrassare il marketing del turismo di massa, svilito e banalizzato al medesimo livello commerciale e consumistico della frisa o del pasticciotto. Il presidente della Fondazione Massimo Bray ha parlato di un festival che non può restare immobile e deve saper parlare al presente; è un principio che potrebbe anche essere condivisibile, ma la distanza tra questa
dichiarazione d'intenti e ciò che si è visto in scaletta racconta un'altra storia. A questa edizione è mancata del tutto l'anima e con essa lo slancio verso una progettualità rigorosa, libera, senza orpelli e legacci. Solo per tornare ad un decennio fa con Ludovico Einaudi ascoltavamo come fosse possibile, anzi culturalmente vitale, innovare prepotentemente i linguaggi senza mai recidere o umiliare le radici profonde, senza mai osare zittire con tracotanza televisiva un intero mondo. La storia di un festival pensato per essere unico nel suo genere vacilla oggi pericolosamente sull'orlo di un baratro incolmabile, perché il patrimonio immateriale non lo si può piegare o scimmiottare in ossequio alle spietate esigenze televisive di share o alle lusinghe del mercato globale e delle hit estive.
Salvatore Esposito
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