Faris Ishaq – JASAD (Autoproduzione, 2026)

Nel 2019 e nel 2021, Farish Ishaq aveva proposto due album diversi fra loro: “Tripolarity” restava all’interno di arrangiamenti jazz, mentre il successivo, fin dal titolo, “NAY:Nature Addresses You” privilegiava I flauti nay e una dimensione più mistica e meditativa. “Suonare il nay secondo la tradizione richiede di padroneggiare l'arte della respirazione, un processo intimo. Per coltivare e sviluppare un suono risonante, il musicista deve abbracciare la respirazione naturale, abbandonando qualsiasi barriera mentale che tenti di controllare il flusso di inspirazione ed espirazione... In definitiva, il respiro e chi respira devono diventare una cosa sola”. Così il flautista e compositore riassume la sua arte. Nato e cresciuto a Betlemme, Farish Ishaq è anche ballerino professionista di Dabke. Al flauto è esperto nelle improvvisazioni ritmiche Tashbib, lo stile radicato nel modo di suonare dei pastori che combinano strumenti a fiato e a percussione: “Mi muovo tra le ricche modalità del maqam arabo e arrangiamenti densi ispirati a Coltrane in un dialogo in continua evoluzione tra Tashbib e le sensibilità jazz globali”, quelle che ha avuto modo di approfondire a Boston nel corso dei suoi studi al Berklee College of Music. Non è un modo di dire: a metà album, “Fragments” e “My Favourite Things” scarnificano, decostruiscono e rimontano una delle melodie più note nel mondo del jazz nel solco di del lavoro di Coltrane al soprano a inizio degli anni Sessanta. "‘My Fragmented Things’ – spiega – è nato dalla follia che ha travolto il mondo negli ultimi due anni. La dispersione delle persone e cose, il nucleo della nostra resilienza di fronte alla cancellazione della cultura e dell'identità palestinese. Il potere della musica è ancora valido. Quando si assiste ai massacri, si vorrebbe fermare la musica e le danze. Ma noi crediamo nel potere della musica e della danza, e voglio condividere una parte della mia musica e del mio patrimonio". Prima ancora dei flauti e del tamburo a cornice che legano le melodie di canti palestinesi, giordani e iracheni, l’album è indrodotto dal suono del vento e dai richiami degli uccelli che volano alti su gole calcinate dal sole, “Ard” la terra della Cisgiordania.  I sette brani sono stati registrati, masterizzati e mixati nel suo studio di Betlemme, senza sovraincisioni, utilizzando flauti in canna di bambù, senza bocchino né chiavi, e un tamburo a cornice azionabile con un pedale. “JASAD significa ‘corpo’: intende amplificare il suono del nay in un mondo digitalmente distorto. Con la sua tecnologia grezza, celebro in questo album che trascende i limiti acustici, li spinge al limite”. Fra le quattro composizioni originali, si distinguono quelle dedicate a “qabas” che, in arabo, indica un piccolo fascio di luce e può essere riferita a una scintilla creativa capace di accendere una fiamma interiore. Il secondo brano, “Incense Trail” trae ispirazione da questa metafora e ha spinto Faris Ishaq a sviluppare una sua tecnica specifica per il nay capace di veicolare la “sensazione di qabas”, di scia e di viaggio intensamente lirico. Sono le stesse melodie che vengono poi riprese e rallentate nel conclusivo “Twilight”, preceduto da "Sukon" (immobilità), la composizione che più si avvicina all’acustica del dialogo iniziale fra vento e uccelli proponendo sequenze ritmico-melodiche, che, senza ricorrere al tamburo, sanno emozionare percorrendo tutta la gamma dei suoni dei flauti. farisishaq.bandcamp.com/album/jasad  




Alessio Surian

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