Con “Makamatik V.1” si inaugura una trilogia incentrata sull’interazione tra la chitarra fretless del compositore ed etnomusicologo Luis Giménez Amorós e la musica del Levante spagnolo, accomunate da un linguaggio musicale microtonale.
Il progetto è stato registrato tra il 2024 e il 2026 in tre contesti distinti: Asia centrale (l’album in questione), Egitto (Vol. 2) e Turchia (Vol. 3), tracciando un viaggio sonoro che collega territori storicamente uniti dalla tradizione modale in un’ottica interculturale.
Questo primo volume è stato registrato lo scorso anno in due paesi dell’Asia centrale (con il Manzur Ensemble, lo Yunus Rajabi Ensemble dall’Uzbekistan e Ustashakirt del Kirghizistan). Si continua a esplorare in questo lavoro l’incontro tra la musica della Spagna e altre latitudini, cercando quei punti di connessione in cui le tradizioni dialogano naturalmente. In questo caso, il progetto ha una dimensione particolarmente intima e acustica: è stato registrato in madrase storiche, in montagna e in spazi con una risonanza e un fascino molto particolari, che costituiscono una parte essenziale del suono dell'album. Si crea così una continuità tra il paesaggio sonoro della natura e quello dell’intenzionalità musicale dell’uomo. Successivamente, l’album è stato mixato presso l’Atlas Studio con Constantino López, uno studio che ha ospitato anche artisti come Efrén López e Juan José Robles, e dove l'attenzione al suono acustico è davvero eccezionale.
L’album è aperto da una rapsodia cordofona dal piglio ritmico e dal carattere introduttivo cui segue “Alicante is Always Burning”, brano accompagnato dal Manzur ensemble e da Antonio Prats (percussioni), registrato presso la più antica scuola coranica di Bukhara (Uzbekistan) e mixato in Spagna nel giugno 2025 e dedicato al solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, quando ad Alicante le sculture vengono date alle fiamme come rituale di rinnovamento e celebrazione del vivere il presente con passione. “Fantasìa en Bujara” è stato scritto sotto l’invito del violinista uzbeko Nordik di Bukhara: è una fantasia musicale basata su una sua melodia accompagnata dall'ensemble Manzur e da Antonio Prats. Il risultato è un’intensa rivisitazione che espande il suo tema verso uno spazio-tempo intimo, contemplativo e pacifico. “Ay Felipe” è un brano che trae ispirazione da un motivo musicale di Ruperto Chapí tratto da una delle sue zarzuelas ed è stato scritto praticamente in suo omaggio. Allo stesso tempo, l’ensemble della Scuola di Musica Yunus Rajabiy di Tashkent (Uzbekistan) reinterpreta la melodia nello stile dello shashmaqom dell’Asia centrale. Attraverso questo dialogo, il brano esplora la possibilità di unire due mondi musicali distinti in uno spazio espressivo condiviso. Segue “Ibn Al Tulum”, brano solistico e rapsodico di ispirazione religiosa basato su un solo maqam, una riflessione sull’esilio, la memoria e la continuità spirituale attraverso le geografie. È dedicato alla Moschea di Ibn Tulun al Cairo, un luogo storico legato alla memoria dei musulmani andalusi che trovarono rifugio nel più ampio mondo islamico dopo la caduta di al-Andalus. “Eigul” è originariamente un canto tradizionale uzbeko, qui adattato in versione strumentale, che parla di un uccello, simbolo di nostalgia e riflessione poetica. Come ci ricorda Steven Feld gli uccelli in Oriente sono qualcosa di diverso che da noi. La chitarra spagnola di Luis dialoga agilmente con la melodia tradizionale modale su un basso ostinato creando una conversazione interculturale che fa incontrare la sensibilità musicale iberica e quella asiatica centrale. Invece, “Al Mar Fui a Por Naranjas” presenta una pronunciata cadenza frigia e si basa su distici tradizionali del Levante spagnolo. È stata registrata da Ustashakirt a Bishkek (Kirghizistan), con l’accompagnamento di komuz (cordofono a manico lungo) e kyl kiyak (strumento ad arco). Il testo, cantato anche in diverse parti dell'America Latina, parla di andare al mare in cerca di arance: una metafora di nostalgia e della ricerca dell'impossibile, alimentata dalla speranza.
Con “En el Rabal me critican” siamo ancora nell’archetipo del canto levantino solistico monostrofico su distici tradizionali e ripreso dal coro. Il testo descrive una persona criticata per essersi recata in quartieri degradati per far visita a una persona amata che vive in una zona segnata dalla prostituzione e dalla droga. La canzone riflette sul pregiudizio sociale e sull’incapacità degli altri di comprendere l’amore al di là del giudizio morale. L’“Outro” conclusivo chiude il cerchio riprendendo il tema del brano introduttivo.
Questo è il primo album di un importante trittico che promette una lunga esplorazione di storiche circolazioni e comunanze musicali.
Francesco Stumpo
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