Più che un’intervista, quella con Pino Schirripa è una conversazione densa e stratificata, capace di aprire continuamente nuovi varchi di riflessione. A partire dalla sua lunga esperienza di ricerca in Africa – in particolare tra Ghana ed Etiopia – il dialogo si muove lungo alcune grandi linee di forza del contemporaneo: il rapporto tra musica e identità, la mobilità delle tradizioni, la dimensione politica dei processi culturali, il nesso tra ritualità, possessioni, terapia e forme del sacro. Ne emerge uno sguardo antropologico rigoroso, ma mai irrigidito in formule accademiche: Schirripa insiste sulla natura mobile, porosa e storicamente situata delle pratiche musicali e religiose, smontando ogni lettura essenzialista dell’“autenticità” e restituendo invece la complessità di mondi attraversati da scambi, appropriazioni, conflitti e reinvenzioni. Dal Ghana dell’highlife e delle chiese carismatiche fino al tarantismo salentino, il percorso tocca temi cruciali anche per chi si occupa di musiche di tradizione orale e di patrimoni culturali. Il cuore dell’incontro sta proprio qui: nell’idea che la musica non sia mai un fatto isolato, ma un dispositivo sociale, simbolico e politico che agisce dentro i corpi, le memorie e le comunità. E allora il confronto si allarga, includendo la possessione, la trance, le pratiche terapeutiche, il valore ambiguo delle tradizioni e persino il destino, oggi, delle utopie. Ne nasce una lettura lucida e problematica, che rifiuta semplificazioni e invita a ripensare, con strumenti più fini, il modo in cui osserviamo l’Africa, il Mediterraneo e noi stessi. (Salvatore Esposito)
Hai lavorato molto in Africa, vero?
Sì, per più di trent’anni.
Vorrei provare a riflettere sul rapporto tra musica, politica, identità transnazionale, religione e guarigione, soffermandomi anche sull'aspetto più strettamente medico e terapeutico della questione.
Hai messo davvero molte questioni sul tappeto; proviamo ad affrontarle una alla volta. Inizierei da quelle che conosco meno. Quando parli di musica e identità, mi viene in mente che il panorama musicale africano, per quel poco che ne so, visto dall'interno è molto più variegato di quanto arrivi a noi, anche attraverso l'etichetta della world music. Ci si accorge fin da subito che si tratta di un universo estremamente poroso, che ha assorbito moltissime influenze. Ho lavorato a lungo in Ghana e in Etiopia, i due paesi africani che conosco meglio, e in entrambi i casi, seppur in maniera diversa, ho osservato una scena musicale che non risponde affatto ai canoni che noi occidentali associamo alla "musica africana". In Ghana, ad esempio, c'è uno stile molto noto, l'highlife, che di fatto è stato introdotto dalle brass band militari in epoca coloniale. La musica locale si è arricchita di nuovi strumenti, come ad esempi i fiati e le chitarre, e i ritmi dell’Highlife riescono a produrre nuove sintesi tra sonorità africane e quelle delle brass band.
È un po' quello che emerge anche dal celebre documentario di Jean Rouch, "Les Maîtres Fous", con quella straordinaria storia di ibridazione culturale.
Esatto, e su questo tornerò tra poco parlando delle chiese. Per ora mi limito a dire che l'highlife si è sviluppato negli ultimi anni in quello che in Ghana chiamano hiplife, una sorta di rivisitazione dell'hip hop con la chiave ritmica dell'highlife, aggiungendo beat elettronici e testi rappati in twi, una delle lingue più diffuse in Ghana Come vedi, è un continente che, in ambito musicale come in molti altri, recepisce, ripensa e ritrasmette all'esterno. Lo stesso avviene in Etiopia, dove la scena del cosiddetto ethio-jazz è rilevantissima: si tratta di una musica arrivata attraverso altri canali e tuttora vivissima. Non mi soffermerei troppo su questo, perché non ho mai condotto una ricerca specifica sull'argomento, né tantomeno sulle musiche più legate al circuito della world music. Mi chiedo, tuttavia, quanto generi estremamente popolari a livello locale, come l'highlife e l'hiplife ghanesi, vengano poi recepiti nel panorama mondiale più ampio. Questo non mi è affatto chiaro.
La straordinaria ricchezza di questo panorama ci spinge a riflettere sull'uso stesso del termine world music, che tende a essere molto occidentalo-centrico. L'Occidente funge da polo di attrazione e finisce per appropriarsi di queste musiche. Nel caso del Ghana e dell'highlife, un po’ come nel noto documentario di Jean Rouch, assistiamo a una sorta di "doppio salto mortale" culturale di grande interesse.
È proprio così. Ricordo che negli anni Novanta vidi un documentario che metteva a confronto un prodotto locale ghanese, dal vivo, con le musiche caraibiche, le quali condividono la stessa radice delle brass band. Una connessione affascinante. Per quanto riguarda l'aspetto religioso, c'è una chiesa che vorrei approfondire non appena riuscirò a tornare in Ghana per un periodo sufficientemente lungo: si chiama Action Church. È una chiesa carismatica africana locale, non pentecostale; una di quelle che un tempo venivano definite "chiese sincretiche". Perché la cito in questo contesto? Perché ha una radice peculiare: il suo fondatore era un minatore, dunque nasce tra i proletari delle miniere aurifere ghanesi, portando con sé fin da subito una forte impronta di modernità. A differenza di molte chiese africane in cui si suonano i tamburi tradizionali, lì trovi il banjo, il sassofono, la batteria e la chitarra. Anche in questo caso ci troviamo di fronte all'appropriazione di una strumentazione alloctona che viene rivista, ripensata e tradotta all’interno di un universo che è quello della chiesa. La cosa interessante è che tutto questo avviene in una chiesa di radice evidentemente proletaria, ma legata a un nuovo assetto sociale, quello coloniale e minerario.
A questo proposito, mi torna in mente un ricordo divertente della giovinezza. Quando da ragazzi andavamo in chiesa, c'era un prete, Don Gino, che componeva e cantava con la chitarra, avvicinandosi non tanto allo stile cantautoriale italiano, quanto a quello del country americano, riadattando i canti liturgici. Non ricordi anche tu quel periodo in cui le chiese si riempirono di schiere di preti con le chitarre?
Da noi in Calabria erano molto più conservatori, ma c'era questa apertura rappresentata dal coro dell'Azione Cattolica o degli Scout. Io mi sono salvato perché, essendo estremamente stonato, venivo regolarmente espulso o messo ai margini! Ero proprio cacciato da qualsiasi tentativo di cantare, mi dicevano che rovinavo tutto. Però sì, ricordo bene quella tendenza. C'erano, ad esempio, canzoni di Bob Dylan di cui si manteneva la melodia ma con un testo riadattato in chiave rigorosamente cristiana.

