Banditori – Banditori (Le Vele/Egea Music, 2026)/Gnut & Alessandro D’Alessadro – Dduje paravise (SquiLibri, 2026)

L'organetto tra le voci del mercato e i classici partenopei

La musica di tradizione orale non è un reperto da museo, ma materia viva che continua a pulsare nelle strade, pronta a farsi contaminare dai linguaggi del presente. In questa densa intervista, ci immergiamo in due progetti discografici che condividono la stessa urgenza: rileggere la memoria sonora del Sud Italia con uno sguardo squisitamente contemporaneo. Al centro di questo viaggio c'è l'organetto preparato di Alessandro D'Alessandro, strumento che spinge le proprie possibilità ritmiche ed espressive ben oltre i confini del folk. La prima parte della nostra conversazione è dedicata a Banditori, album nato dalla sinergia tra D'Alessandro e il producer Marco Dalmasso (Ghiaccioli e Branzini). Il progetto prende vita da un prezioso e dimenticato disco contenente le “Voci di Venditori Ambulanti della Campania” (“Campania 1. Venditori ambulanti”, Fonit Cetra, 1979, a cura di Sandro Biagiola). Invece di usare questi antichi richiami commerciali come semplice orpello sonoro, il duo li ha resi i veri e propri "cantanti" del disco, costruendo melodie, tessiture armoniche e architetture elettroniche direttamente sulle scale vocali dei venditori di baccalà, ortaggi e garofani. Un’operazione dal forte valore politico e culturale, che restituisce dignità a una musica un tempo calata nella quotidianità dello spazio urbano. Nella seconda parte, D'Alessandro ci racconta la genesi di “Dduje Paravise”, raffinato album edito da SquiLibri, realizzato in duo con il cantautore napoletano Gnut. Nato grazie a una residenza artistica promossa da Toscana Produzione Musica, il lavoro affronta l'imponente e insidioso repertorio classico napoletano — spaziando da "Carmela" e "Maruzzella" fino a sorprendenti perle degli anni Ottanta — spogliandolo da ogni retorica. Attraverso un approccio intimo, suonato in presa diretta,
chitarra, voce e organetto si fondono, impreziositi da ospiti d'eccezione come Tosca ed Enzo Gragnaniello. Un doppio binario narrativo che ci dimostra come le radici, per proiettarsi in avanti, abbiano bisogno di coraggio e sperimentazione.

Il progetto Banditori nasce dall'affascinante idea di trasformare le voci dei venditori ambulanti in musica. Come è avvenuto l'incontro tra questi canti di mercato, l'organetto e l'elettronica, e come è scoccata la scintilla?
Marco Dalmasso – Avevamo già iniziato a collaborare all'interno del progetto Future Tradizioni, per il quale avevamo rielaborato “La canzone dell'ulivo”. C’era già l'idea di fondo di voler contestualizzare le voci del passato. La svolta c'è stata nel 2019, quando Ciro De Rosa ci ha parlato di un disco di registrazioni sul campo della Fonit Cetra, curato da Sandro Biagiola, sulle voci dei venditori ambulanti della Campania. Si tratta di registrazioni risalenti alla fine degli anni '70, fatte nei dintorni di Napoli, in zone come Grumo Nevano e Afragola. Quella suggestione era rimasta nel cassetto perché per il mio progetto Fanfara Station le voci in italiano non andavano bene, ma erano invece perfette per proseguire il discorso iniziato con Future Tradizioni. Le dieci tracce dell'archivio richiamano le merci più svariate: la vendita dei garofani, degli ortaggi e soprattutto del pesce, in particolare il baccalà, che torna spessissimo.
Alessandro D'Alessandro – Da lì siamo partiti con l’idea di utilizzare queste voci come se fossero i veri e propri cantanti del nostro progetto strumentale. Per molto tempo ci eravamo chiesti se inserire o meno una voce solista, e attingere agli archivi storici — una pratica oggi fortunatamente in grande riscoperta, che applico già lavorando con gli archivi audiovisivi — ci ha fornito la risposta: i cantanti che ci mancavano 
sono diventati i Banditori.
Marco Dalmasso – Il valore aggiunto assoluto è che le melodie dei richiami commerciali sono inaspettate, strutturate su scale molto particolari: una base formidabile da cui partire per costruire i nostri brani originali.
Alessandro D’Alessandro – A parte “Mula Forbice”, che è l'unico brano in cui le voci sono state inserite a posteriori, tutta la scrittura del disco è partita proprio dal campionamento di frammenti melodici vocali. Molti non erano in tonalità, quindi li abbiamo lavorati e “pitchati” per portarli in un ambito tonale, costruendoci poi attorno l'intera armonia. La vera forza di questo lavoro è che i canti non sono usati a corredo, ma sono il nucleo fondante da cui è generata l'intera composizione.

Oltre all'intuizione compositiva, come siete riusciti a far dialogare armonicamente due mondi complessi come l'organetto e l'elettronica, ottenendo strutture così solide?
Alessandro D’Alessandro – Ci siamo lasciati ispirare intimamente dai cantanti. In “La notte lunga”, ad esempio, il canto dell'urlatore ricorda immediatamente quello di un muezzin. Così abbiamo scritto un brano dal respiro mediterraneo, che guarda al Nord Africa sia dal punto di vista ritmico che armonico. Sono i Banditori ad averci dettato il “mood” e le scelte armoniche.
Marco Dalmasso – La dinamica tra noi due è stimolante: Alessandro lavora sullo sviluppo armonico, mentre io penso ai suoni come frequenze e mi concentro sugli spazi del momento sonoro. Dobbiamo mediare continuamente per far convivere questi due approcci.
Alessandro D’Alessandro – Per questo ho scritto armonie atipiche per le mie abitudini. In “Garofani”, ad esempio, c'è un'armonizzazione tutta in maggiore, quasi barocca o da villanella, molto inusuale per i canoni della musica elettronica da club. Abbiamo fuso l'anima melodico-armonica con la scrittura delle frequenze.
Marco Dalmasso – Tecnicamente, siamo connessi via MIDI: le macchine di Alessandro dialogano con le mie sincronizzando tutti i nostri effetti.

Banditori è una costola autonoma o il naturale proseguimento stilistico di Future Tradizioni?
Marco Dalmasso – C'è una profonda connessione legata alla ricerca sugli archivi e sulla memoria. Ma con Banditori stiamo espandendo l'orizzonte: abbiamo scoperto che i canti di mercato non appartengono solo al Sud Italia, ma attraversano il Mediterraneo e arrivano persino in India. Il nome “Banditori” lo abbiamo scelto ascoltando un'intervista in cui Otello Profazio chiedeva all'interlocutore se conoscesse altri “bandi del mercato”. Pur non essendo un termine canonico in letteratura per definire questi canti, ci è sembrato quello più giusto.

Alessandro, il tuo “organetto preparato” guarda già al futuro della tradizione. Quali limiti tecnici e creativi hai superato con questo album?
Alessandro D’Alessandro – Marco è un ascoltatore raffinato e aveva già studiato le mie formule sonore, così abbiamo sommato la mia parte percussiva — realizzata acusticamente battendo sull'organetto — all'elettronica dei suoi campioni.
Marco Dalmasso – Abbiamo spinto oltre la sperimentazione: il basso dell'organetto, già effettato e corposo, ripassando nelle mie macchine diventava un vero e proprio “sub” del linguaggio elettronico.
Alessandro D’Alessandro – Mi sono sentito libero di eccedere con gli effetti, molto più che nei miei progetti solisti o acustici (come con Gianni Coscia). In “Garofani” ci sono pattern percussivi realizzati con le bacchette sullo strumento che sembrano uscire da un synth, tanto che dovevamo aggiungere dei suoni acustici per ricordare all'ascoltatore che si trattava pur sempre di un organetto!

Brani come “Mula Forbice” e “Baccalà” ricreano un soundscape di un’epoca scomparsa. Quanto è politico il gesto di recuperare queste voci nell'epoca della globalizzazione sonora?
Marco Dalmasso – È politico perché restituisce sacralità alla “materia prima”, concetto vitale sia per il mercato che per la musica. Sentire un annuncio nascere dal silenzio in uno spazio pubblico, e ascoltare musica squisitamente analogica calata nella quotidianità, è spiazzante. Oggi la nostra fruizione passiva avviene spesso tra le corsie asettiche dei supermercati; questo archivio ci sbatte in faccia ciò che ci manca nel presente.

Come si è sviluppata concretamente la composizione tra voi due?
Alessandro D’Alessandro – Tranne “Mula Forbice” — nato in una residenza a San Vito dei Normanni da un mio riff su un groove in 6/8 di Marco — tutti i brani sono partiti dal lavoro di Marco. Lui ha sezionato gli archivi individuando cellule vocali ritmiche e armoniche perfette. Da lì io scrivevo il tema e sviluppavo le armonie. Abbiamo lavorato parallelamente, ciascuno nel proprio campo d'elezione.
Marco Dalmasso – Curiosità: nell’immaginario comune i venditori sono uomini, ma nell’archivio abbiamo scovato anche la voce di una donna, che ha dato vita a “Pumarole”.
Alessandro D’Alessandro – In quel brano, originariamente in minore, abbiamo stravolto il pitch elettronico per inserire una quarta eccedente, creando un salto continuo tra minore e maggiore tipico della tradizione campana.

Marco, tu vieni dai festival internazionali e dalla club culture. Con gli archivi hai dovuto dimenticare il tuo linguaggio base o hai trovato connessioni inedite?
Marco Dalmasso – Non ho dovuto sacrificare nulla. La mia ricerca elettronica non riguarda l'house o la tech house chiusa nei recinti di genere, che a volte mi risulta noiosa. Questo progetto è stato un “passo laterale” più che in avanti, permettendomi di ampliare le possibilità espressive dialogando con la memoria.

A quale pubblico si indirizza Banditori e come pensate di strutturare i live?
Alessandro D’Alessandro – È un progetto incredibilmente trasversale. Abbiamo richieste da festival dedicati alla sperimentazione acustica e da contesti prettamente dediti al clubbing. Io sono abituato ai teatri col pubblico seduto, Marco ai dancefloor, quindi è una sfida per entrambi. Il live è nato prima ancora della chiusura del disco, complice la vittoria di un bando del Nuovo IMAIE. Per sopperire all'assenza fisica dei cantanti sul palco, stiamo realizzando dei visual guidati dall'Intelligenza Artificiale curati da Panna Studio di Firenze, e immagini documentaristiche veraci girate dal videomaker napoletano Luca Lanzano. Lanzano sta filmando pescatori all'alba e venditori stranieri a Napoli per mostrare il crocevia di culture. “Mula Forbice”, ad esempio, non è napoletano, ma indica l'arrotino nei dialetti di Sicilia e Calabria: un pezzo di Sud nel cuore di un mercato campano.

Passiamo a “Dduje Paravise”. In questo disco in duo con Gnut, il tuo organetto cambia pelle. Com'è nato il progetto?
Alessandro D'Alessandro – Nasce da una residenza artistica prodotta lo scorso aprile da Toscana Produzione Musica. Mi è stato commissionato un progetto con un focus su Napoli, una città che vive un momento d'oro, pur con le insidie di questa sovraesposizione. Mi sono imbattuto in un video sui social in cui Claudio (Gnut), che conoscevo di fama ma pochissimo di persona, suonava alla chitarra “Cammina
Cammina” di Pino Daniele. L'ho chiamato e ha subito accettato con entusiasmo. Dopo un po' di lavoro a distanza ci siamo chiusi in residenza per due giorni e mezzo. Fin dal soundcheck del primo brano, “Carmela”, abbiamo trovato un perfetto punto di caduta tra i nostri stili. Abbiamo fatto subito dei concerti e dopo tre mesi siamo andati a registrare.

Reinterpretare il repertorio classico napoletano è un campo minato. Come siete riusciti a non risultare scontati?
Alessandro D'Alessandro – Per un cantante napoletano affrontare i grandi classici è spaventoso, il confronto con i mostri sacri pesa moltissimo. Noi ce l’abbiamo fatta evitando l’approccio didascalico. Claudio non è un puro interprete ma un cantautore, ha interiorizzato le canzoni portandole nel suo mondo intimo e personale. Abbiamo rispettato i nostri canoni stilistici prim'ancora di quelli storici, trovando un terreno armonico sicuro in cui lui potesse esprimersi liberamente.

La selezione dei brani è sorprendente. Ci sono i classici come “Carmela” e “Maruzzella”, ma anche perle inaspettate. Come avete scelto?
Alessandro D'Alessandro – Molti brani Claudio li aveva già elaborati privatamente inviandomi i provini casalinghi, su cui aveva trovato una sua chiave di lettura. Altri sono nati totalmente d’istinto: l'omaggio a Roberto De Simone con una destrutturata "La Villanella" lo abbiamo deciso due ore prima del debutto
live.

Poi c'è la sorpresa: “E mo e mo”, che nel 1985 Peppino Di Capri portò a Sanremo. Avete riportato il brano alla sua essenza ed ora brilla di luce nuova…
Alessandro D'Alessandro – L'originale era lo specchio perfetto di quegli anni, carica di batterie elettroniche e sonorità sintetiche. Claudio non la conosceva: me l’aveva fatta riscoprire Antonella Costanzo ascoltando la splendida versione di Massimo Ranieri prodotta da Mauro Pagani. Claudio se n'è innamorato e l'abbiamo lasciata nella sua veste più scarna. Come gran parte del disco, è registrata in presa diretta, “live” in studio, senza click né loop. Io amo l'elettronica sperimentale, ma in canzoni come questa mi piace mettermi a nudo e lavorare in modo minimale, sfumando l'organetto con delay d'ambiente che accompagnino la voce senza distrarre.

Per impreziosire il lavoro avete chiamato due ospiti d'eccezione: Tosca ed Enzo Enzo Gragnaniello...
Alessandro D'Alessandro – Il disco è suonato per intero ed esclusivamente da noi due (Claudio a voce e chitarra; io all'organetto, basso, elettronica e percussioni), senza l’aggiunta di session men. Volevamo però un paio di duetti vocali. Tosca è stata un’idea di Claudio, memore del progetto “D'altro canto” all’Auditorium dove lei gli chiese di cantare lo standard jazz-bossa “Manhã de Carnaval” (“L’alleria e o’dulore”). Invece del portoghese, Claudio l'ha tradotta magistralmente in napoletano. L'abbiamo tenuta per il disco e Tosca ha accettato felice, raggiungendoci anche dal vivo all’Auditorium assieme a Joe Barbieri. Per il lato B del vinile cercavamo un altro duetto per un brano meno noto e bellissimo, “Grande Aniello”. Lo abbiamo proposto a Enzo Gragnaniello, che l'ha sposato con entusiasmo. E a breve, in un evento a Cinisello Balsamo curato da Claudio Trotta per omaggiare Pino Daniele, condivideremo il palco anche con Gigi D’Alessio per suonare queste meraviglie.


Salvatore Esposito

Banditori – Banditori (Le Vele/Egea Music, 2026)
Ci trasportano in uno spazio che possiamo definire (senza paura di smentite) avanguardistico i due musicisti Ghiaccioli e Branzini (al secolo Marco Dalmasso) e Alessandro D’Alessandro, spingendo ogni cosa oltre il confine di ciò che potremmo conoscere o immaginare. Non si tratta più di verificare quanto l’album – che è un concentrato di soli sei brani – sfidi la postura della tradizione musicale e, allo stesso tempo, dell’interpretazione sperimentale. Si tratta di oltrepassare proprio questo dualismo, questa polarità estetica e ovviamente politica, per accogliere un’opera d’arte nella complessità delle sue articolazioni: nella complessità di una visione integrale, nella quale ogni parola e nota si riempiono del significato insopprimibile del fonema. Tutto – il suono, il ritmo, il timbro, che nel loro insieme generano un approccio a dir poco post-etnomusicale – ci suggerisce di individuare un nuovo paradigma. Nuovo perché la posizione che ci induce ad assumere si allontana da tutte quelle che conosciamo e, anche quando riconosciamo qualche voce o qualche vociare, il nostro sentimento (etnomusicale) ci chiede di rinnovarci, di spostarci e allungare il collo oltre la siepe (etnomusicologica). Se state leggendo queste righe siete passati per l’intervista e avrete notato che il programma D’Alessandro/ Ghiaccioli e Branzini non ha avuto mai intenzione di inciampare sulla densità di una riproposta impregnata di formalismo o etnicismo. Il programma “Banditori” è il processo “Banditori”, cioè un andamento incorporato in due agenti che già in partenza saltano la storia dell’estetica a favore di un’armonia astorica, sebbene piantata dentro la storia vera di forme di canto sociali e a modo loro ineluttabilmente storiche. A un certo punto, però, i due autori ci parlano di politica musicale, di un procedimento cioè che si muove lungo due direttrici che si compenetrano. Da un lato la caratteristica preminente del canto ambulante, vale a dire la sua funzione eminentemente pratica, concreta e incastrata dentro un contesto sociale determinato (ci riferiamo al mercato, alla socialità e allo spazio della negoziazione di una posizione come di una merce, ma non possiamo non pensare a quanto organica, strutturale fosse la pratica musicale). Dall’altro lato la traiettoria di una musica che viene ricollocata attraverso una trasformazione estrema del contesto sonoro, operata con la consapevolezza (questa sì storica ed etnomusicale) di una scelta, di una selezione artistica, che mira non alla complessità ricercata ma al plurilinguismo, aggiungendo strati e determinando un nuovo stadio di conoscenza e condivisione. Nell’ultimo brano “Materia prima” una voce narrante ci risucchia in una dimensione metanarrativa, raccontandoci proprio come l’immagine di una musica viva e intrinseca alla quotidianità abbia spinto i due autori a elaborare una loro forma di suoni di “bandi del mercato” – come li ha chiamati Otello Profazio. È inevitabile – dobbiamo dirlo in chiusura – ricondurre “Banditori” alle suggestioni storiche del canto di strada. Quando, poco sopra, riflettevamo sullo sforzo (essenziale, artistico e politico) di liberare l’album dalla forma della riproposta, rimandavamo all’esercizio fondamentale della scrittura post-etnografica: necessaria e da approfondire, come ci suggeriscono molti lavori ispirati ma non inibiti dalle loro matrici, e come ci dimostra ottimamente “Banditori”. Si tratta del tentativo di ricavare uno spazio più ampio possibile all’approccio artistico. Si tratta di difendere un’autonomia intellettuale. Non crediamo che questo vada a scapito della profondità etnomusicale – che è lì, chiara, ineludibile e ricolma di significati. Crediamo però che album come questi mettano un segno e dichiarino che si può andare oltre, “preparando” l’organetto e sonorizzando l’archetipo. I due autori in questo dimostrano di essere dei grandi maestri.


Daniele Cestellini

Gnut & Alessandro D’Alessadro – Dduje paravise (SquiLibri, 2026)
È da un casuale incontro nel corso di una residenza artistica di Toscana Produzione Musica che è sbocciato “Dduje Paravise”, istant album nato dall’incontro tra il cantautore napoletano Gnut e l’organettista laziale Alessandro D’Alessandro. Non si tratta di un semplice album ma di un’opera che si muove dipana attraverso piani espressivi differenti, partendo dalla copertina e dal booklet curati da Chiara Rapaccini e che evocano paradisi perduti, giardini sospesi tra vicoli e orizzonti caraibici, dove figure stilizzate danzano su sfondi di un blu profondo come il mare. Registrato tra Roma e Calimera (Le) e mixato e masterizzato da Valerio Daniele tra gli studi napoletani di Marekà Recording e Controvento Music Lab, il disco è un viaggio sonoro nella canzone napoletana classica – da Libero Bovio a Roberto De Simone, da Sergio Bruni a Renato Carosone, per toccare Pino Daniele e Peppino Di Capri – che viene declinata al futuro nel dialogo tra la chitarra e le invenzioni dell’organetto preparato su cui si stende la voce intensa di Gnut. L'ascolto si dispiega come un cammino notturno per i Quartieri Spagnoli, partendo dall'inedito “Sotto 'o muro”, soglia ipnotica dove l'organetto preparato di D'Alessandro tesse un tappeto ritmico essenziale, percussioni di cembali e spazzole che evocano passi su basoli umidi, mentre la voce di Gnut entra sussurrata, confidenziale, intrecciando un inedito che parla di rifugi clandestini e amori sotto il muro della memoria, con un equilibrio sonoro magistrale che lascia respirare ogni nota. Si prosegue con un grande classico “Carmela” di Sergio Bruni e Salvatore Palomba qui riletta con raro lirismo. Si vola idealmente in Brasile con “L'alleria e o' dulore” (Manhã de Carnaval) (3:17), fusione geniale con il bossa di Negrao, nella quale la voce di Gnut incontra quella di Tosca elegante come brezza atlantica. Se struggente è “Silenzio cantatore” con la voce di Gnut che tocca le corde dell’anima, la seguente “E mo' e mo'” arriva dal repertorio di Peppino Di Capri e rinasce letteralmente in mano al duo in un blues partenopeo di grande suggestione, ponendosi tra i vertici del disco. L'altro inedito “Tutto o niente” è un lampo cantautorale, grezzo e profondo, dove D'Alessandro orchestra un groove intenso, aprendo la strada a “Villanella di Cenerentola” di Roberto De Simone che brilla per la sua potente essenzialità. Ascoltiamo, poi, in sequenza la raffinata rilettura di “Maruzzella” dal songbook di Renato Carosone, “La nova gelosia” proposta in una versione quasi onirica con la voce di Gnut sostenuta dai bordoni elettronici e “'E ccerase” cantata con Enzo Gragnaniello la cui vocalità inconfondibile si incastra perfettamente con quella di Gnut. Chiude il disco, “Cammina cammina” perla del repertorio di Pino Daniele che il duo rende ancora più struggente rallentandone leggermente l’incedere. “Dduje Paravise” non è un semplice omaggio ad una città e ad una tradizione, ma è piuttosto un paradiso duplice di memorie e sperimentazione che emoziona ascolto dopo ascolto.


Salvatore Esposito

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