Dopo ben undici anni, con “Foli Bah” (pubblicato in vinile e sulle piattaforme digitali) riprende questa collaborazione nata con l’album “Khalab & Baba”. Di nuovo, si uniscono simbioticamente la densità delle plurime angolazioni elettroniche del ricercatore di suoni d’archivio, sperimentatore, conduttore e divulgatore radiofonico RAI, producer e beatmaker Khalab – al secolo il calabrese Raffaele Costantino, che è anche ideatore della label Hyperjazz Records –, e il canto e la strumentazione acustica del maliano-calabrese Baba Sissoko (voce, ngoni, tamani, doun doun, djembe, kalimba e karagnan), musicista di lunghe vedute, dalla ragguardevole discografia e che, pure, oltre ad essere fautore della musicalità subsahariana vanta numerose collaborazioni con i mondi jazz, rock e pop.
Il terreno per questo secondo album lo ha spianato Denis Longhi, direttore artistico di Jazz:Re:Found, festival del Monferrato, che ha voluto i due musicisti sul palco nel 2025 per celebrare il decennale del loro sodalizio in duo.
La voce di Sissoko – musicista di casta djeli, originario di Bamako, forte di un percorso che spazia con naturalezza tra le forme musicali tradizionali di area maliana, il jazz, il blues, il rock e l’improvvisazione – si trasforma in uno strumento che si amalgama con lo stratificato design sonoro dei cinque brani, concepiti e arrangiati dalla coppia di artisti come un flusso musicale continuo.
“Foli Bah” in bambara significa “Grande Musica”; i testi, cantati nella medesima lingua, affrontano temi universali: autodeterminazione, destino, convivenza intesa come scelta politica e fiducia quale fondamento delle relazioni. Emerge una netta componente rituale, generata dalla tensione tra le procedure iterative e le modellazioni dei beat di Khalab e la decisa presenza vocale e strumentale di Sissoko.
In apertura, “Filani Donkono” privilegia una vigorosa pulsazione elettronica sulla quale si innestano le linee vocali salmodianti di Sissoko. La tensione sembra attenuarsi temporaneamente quando, dal minuto 2.50, si impone il timbro rotondo e percussivo dello ngoni che accompagna e contrappunta il canto, per poi riprendere vigore, dopo altri due minuti, con l’imporsi di sequenze digitali più incessanti e taglienti. Il testo celebra la secolare convivenza tra i popoli Peul e Dogon che condividono lo stesso territorio, resistendo alle pressioni esterne volte a dividerli. Si passa poi a “Hame”, termine bambara che indica l’uomo di fiducia, colui che mantiene unita la famiglia e condivide le proprie risorse senza riserve: non una virtù astratta, ma un ruolo sociale essenziale per la comunità. Musicalmente, il brano mette al centro le coloriture percussive maliane, facendo dialogare tamburi e bordoni elettronici. Dalla circolarità di “Denifurula”, brano che narra la storia di una ragazza ritenuta inadatta al matrimonio ma che finisce per sposare l’uomo più stimato del villaggio – una metafora del destino che sfugge al giudizio collettivo e segue traiettorie imprevedibili – si passa a “Nimamasa” - commento all’imprevedibilità dell’esistenza, dove nulla è definitivo finché c’è vita, nulla è definitivo –, il cui incipit è affidato alle poliritmie e ai fraseggi dello ngoni. Tuttavia, nello snodarsi del motivo le frequenze sintetiche guadagnano progressivamente terreno in un crescendo che finisce per dominare l’assetto della composizione. In chiusura, “Sebaya” riflette sul potere inteso come capacità di concretizzare le proprie idee e di battersi per i propri obiettivi; non un dominio sugli altri, ma un’assoluta padronanza di sé. Un episodio dall’energia ritmica intensa, in cui le trame elettroniche si fondono con l’avvolgente corporeità vocale di Sissoko, a conferma della solidità del sodalizio.
Accogliamo calorosamente il libero connubio di “Foli Bah” che fa convivere proiezioni afrofuturiste, scale e ritmiche maliane, estetiche improvvisative e soundscape art. djkhalab.bandcamp.com/album/foli-bah
Ciro De Rosa
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