Quella di Francesco è una perdita immensa che non ci aspettavamo, pur sapendo quanto stesse male.
Lui è stato uno dei primi cantautori a cui mi sono affezionato proprio sul piano personale, perché era uno di quegli artisti di cui si può dire che anche come persona era meravigliosa. Quando devo fare un esempio di un grande cantautore che anche umanamente è un grande, ho sempre fatto l'esempio di Francesco. Lui era un poeta, o meglio una sorta di poeta…
Quando si parla di canzone non si dovrebbe mai parlare di “poesia” nel senso tecnico tradizionale, perché si tratta di materie molto diverse, ma Francesco Guccini è davvero una sorta di poeta, e non solo per l’ispirazione (perché come tutti i poeti si pone dubbi e domande, parla dell’amore e della caducità delle cose, di attese e di rimpianti, del tempo che passa e dei misteri della vita), ma anche proprio per la sua sapiente familiarità con l’uso letterario, direi classico, della parola.
Oddio… una volta in concerto gli ho sentito declamare la poesia carducciana della “Leggenda di Teodorico che vecchio e triste al bagno sta”, improvvisandone un’esilarante esegesi che ne smascherava ingenuità e cadute retoriche citando “l’aprico verde, i donzelli e il funere nefando…”, e concludendo, tra il serio e il faceto, che era “una puttanata”.
La poesia di Guccini non è una puttanata. Certamente non le faceva per mestiere, le canzoni. Canzoni che sono patrimonio indiscusso di generazioni diverse, che sono state cantate indifferentemente dai genitori e dai loro figli, e forse ormai anche dai nipoti. Non lanciava messaggi, benché sia uno degli autori più concettosi che si ritrovano, ma
semplicemente raccontava sé stesso, oltre tutto con un filo ricorrente di autoironia. La sua produzione artistica coincide con la sua personalità umana, quella di un montanaro colto, insieme saggio e buffo, paterno e amichevole, apparentemente orso, un intellettuale sottile e un ;commensale da osteria contemporaneamente. Guccini è Modena, Bologna e Pavana: la piccola provincia “polverosa” come dice lui, dove è cresciuto; la città pregna di fermenti culturali, ma poi “la montagna nel cuore”, sempre per citarlo. È la voglia di vivere anche dopo tutti i fallimenti e le rinunce, dolci o tristi che siano. È la libertà delle notti ampliate dalle chiacchiere seminate per le strade.
Comunque questa sua capacità di versificare lo apparenta, unico fra i cantautori, magari non tanto al Carducci che dicevamo prima, ma, questo sì, a Pascoli, a Gozzano, a Montale... Nel suo linguaggio c’è anzi una stratificazione di codici letterari che vanno dal Barocco all’Ottocento al crepuscolare. Lui, scherzando, diceva di fare così: “apro il vocabolario a caso, scelgo una parola difficile e ci faccio sopra una canzone..." Naturalmente non è vero: Guccini è effettivamente in grado di mettere in una canzone parole pescate chissà dove come “rovaio, greppe, ellissi, effemeridi, chiasmi filosofanti...” ma tutto ha un senso e tutto fila via liscio. Leggendarie sono le rime che sa escogitare. Umberto Eco, per esempio, si complimentò con lui per aver pensato la rima “amare/Schopenauer”. Davvero le parole non gli fanno paura, le domina con sicurezza, con una tecnica minuziosa, con virtuosismi persino bizantini. Nei suoi versi lunghi e piani Guccini sancisce al meglio possibile le modalità d’uso della lingua italiana in canzone.
La narrazione resta scorrevole, costellata di flash fulminanti e di oggetti simbolici che danno corrispondenza ai sentimenti.
Tutto questo per dire di cosa? Di malesseri, insoddisfazioni, malinconie. Le sue canzoni sono piene di domande difficili, interrogativi irrisolti, “dubbi quasi doverosi”, come dice lui; e questa è la sua saggezza. All’ignoranza della superbia Guccini contrappone una specie di “saggezza della relatività”. E cosa c’è di più relativo del tempo che va? Con il tempo, c’è anche l’ansia di andare oltre il tempo, di trascendere la realtà, di guardare dietro la faccia abusata delle cose (sempre per citarlo), magari di svelare pian piano la morte ma guardandola pur sempre dalla parte della vita, mai come cupa e sinistra.
Succede poi che in concerto, nell’ascolto dal vivo, Francesco si abbandona al gusto dell’intrattenimento, al colloquio amichevole, a dialogare e improvvisare, con lui che dal palco chiacchiera argutamente del più e del meno, scherzando anche sui fatti del giorno, e così queste canzoni che rasentano la perfezione letteraria acquisivano un’immediatezza di fruizione, una credibilità popolare.
E qui subentra anche lo specifico della canzone: ossia la valenza musicale, il canto, l’incontro della parola con gli andamenti melodici e ritmici. Si è accusato Guccini di essere povero dal punto di vista compositivo, ma io ho sempre detto che invece le sue soluzioni musicali sono perfettamente funzionali a quello che sta dicendo e soprattutto alla forma metrica dei versi. E così il ritmo procede spedito, elastico, anche con digressioni musicali di vario genere. Sono eterogenei, infatti, i modelli musicali presenti nel suo background. Guccini compare discograficamente nel 1967, quando da poco è arrivata in Italia l’influenza della nuova musica americana, il folk–revival, il folk–rock, la canzone di protesta, Pete Seeger, Bob Dylan, Joan Baez, Simon & Garfunkel… e Francesco diventa subito il caposcuola di quella che chiamiamo la seconda generazione di cantautori, che si rifà a questi modelli, ma ha anche già ben conosciuto e assimilato influenze precedenti, ovvero la canzone francese (Brassens, Brel) e i nostri Cantacronache (specie quell’epigono di Brassens che è Fausto Amodei). Lui segna il passaggio tra i due mondi, ma indubbiamente il “format” americano ha il sopravvento. Del resto, fin dagli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, in un momento in cui imperavano per esempio gli Everly Brothers, Guccini aveva suonato (e
ballato) il rock’n’roll nelle balere. A metà anni ’60, invece, accoglie le strutture lineari e spoglie della ballad americana, i tipici arpeggi alla chitarra, l’apertura dichiarata ai temi sociali e politici (le battaglie per i diritti civili, l’attrazione per il movimento hippie). Per lui come per intere generazioni, l’America è un mito vasto e complesso, che si trasmette col cinema e la letteratura, da Steinbeck a Kerouac, da Hemingway a Paperino.
La scelta della struttura folk americana trova poi corrispondenza in un’altra vocazione che lo contraddistingue, quella del raccontatore, quasi del cantastorie, con tutto ciò che questo implica nell’utilizzare la canzone come strumento narrativo–epico, nel ruolo della musica come appoggio, nell’uso del linguaggio, negli influssi del canto popolare, nella valorizzazione della cultura locale.
Ma, come dev’essere nella canzone, forme e contenuti, parola e musica, per quanto di diversa origine e di diversa età, arrivano comunque come un tutto omogeneo, unitario, e al di là delle mode. Le canzoni di Guccini attraversano il tempo: in tutti i sensi, visto che la maggioranza ha anche per argomento principe, per motivo ispiratore, lo scorrere dell’esistenza, il tempo inteso come percorso e passaggio impalpabile tra la vita e la morte. C’è un suo filone di canzoni che sembrano una canzone sola, nella quale divaga e filosofeggia sul tempo che ci mina dentro, sull’incubo dell’invecchiare, sull’imbarazzo dell’avvenire (la degradazione ambientale, per esempio).
Ora all’incubo dell’invecchiare Francesco si è sottratto. Ma per noi che restiamo spero si sarà capito cosa, adesso, ci siamo persi.
Enrico de Angelis
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