C'è un Appennino che non finisce mai di raccontare storie, e Maurizio Geri lo sa bene. Chitarrista, cantautore e figura di riferimento del Gypsy Swing italiano, l'artista pistoiese torna con “Canzoni da Bosco”, un concept album nato quasi per caso, da una chiacchierata con l’indimenticato amico Davide Riondino, e trasformatosi via via in un piccolo mondo sonoro popolato da funghi, ghiande, castagne e animali del bosco. Un disco che intreccia la leggerezza dello swing con le ispirazioni poetiche dell’Appennino toscano, e che usa il bosco come lente per osservare l'uomo da una prospettiva ribaltata: cosa vedono di noi gli animali, cosa pensiamo che pensino, quali insegnamenti si nascondono in una lumaca lenta o in un fungo che sembra nascere dal nulla in una notte. Nell'intervista che segue, Geri ci guida tra gli aneddoti e le suggestioni che hanno alimentato il progetto, dal mistero botanico del porcino alle curiose incursioni della fantascienza, fino al racconto del proprio percorso artistico: dal lavoro con Banditaliana alla direzione artistica del Django Festival, passando per un altro progetto ancora in cantiere, dedicato alle fiabe italiane. Un dialogo che, tra swing, memoria contadina e citazioni dantesche, restituisce il ritratto di un autore capace di trasformare l'osservazione del proprio territorio in materia musicale universale.
Maurizio, parliamo innanzitutto di “Canzoni da Bosco”. Come nasce questo disco?
Nasce da una chiacchierata con l'amico Davide Riondino, purtroppo scomparso di recente. Fu lui a
coinvolgermi nel gruppo di autori che collaboravano a TG Suite, un programma web che curava personalmente: un modo di raccontare la cronaca alla vecchia maniera dei cantastorie, diciamo dei "cantacronache" moderni, affrontando le vicende più disparate. Fra queste, David mi suggerì di parlare del bosco, perché secondo lui, vivendo io in un paese di montagna immerso nel bosco, avevo probabilmente un modo particolare di descriverlo, visto dal mio Appennino. Da lì nacque Il Fungo, la prima canzone, che David mi aiutò anche a sistemare un po'. È nata quindi quasi per gioco, come esercizio: tutto TG Suite puntava proprio su questo aspetto, cioè sull'idea di esercitarsi per alleggerire la responsabilità del foglio bianco. Chiunque scriva, o si appresti a qualsiasi tipo di creazione, ha sempre un po' il timore della prima frase, del primo tratto: non c'è mai una convinzione completa. Ma prenderla come esercizio è bello, perché magari fra tanti tentativi ne esce fuori uno buono. E non solo: esercitandosi si finisce anche per crederci, perché rileggendole poi ti dici "in fondo non era così male questa cosa che è venuta fuori". Da cosa nasce cosa, da un'idea nasce un'altra idea. E così, dopo Il Fungo, sono nate le altre canzoni che descrivono il bosco. Il bosco offre tante chiavi di lettura: come lo vediamo noi, come gli animali del bosco vedono noi, cosa pensiamo che loro pensino di noi.
Dal punto di vista lirico, c’è questo ribaltarsi della prospettiva narrativa nelle canzoni. Ne “Il Fungo”, per esempio, a volte lo racconti dall'esterno, a volte dal punto di vista del fungo stesso…
Il fungo, in realtà, è un essere misterioso. Ancora oggi non si riesce, per esempio, a coltivare il porcino in serra: non è possibile. Lo champignon sì, ma il porcino no. Una bella sfida per la scienza moderna, che nonostante tutti i mezzi a disposizione non riesce a riprodurlo. Ci sono anche curiosità che si prestano a diversi piani di lettura: una cosa buffa per gli amanti di Star Trek è che nelle puntate più recenti il micelio è proprio ciò che permette di spostarsi nell'universo più velocemente della singolarità. Questo mi ha colpito, perché in qualche modo hanno dovuto inserire il micelio proprio perché era già di per sé misterioso: se lo spieghi col micelio, nessuno capisce bene cosa sia, quindi può sembrare vero. Ecco un altro aspetto legato a questo tema. E poi ci sono tutti gli aneddoti legati ai funghi che chi vive in montagna conosce bene: se guardi un fungo, sembra che non cresca più, perché probabilmente calpestando il terreno
rovini la rete che collega il sottobosco. Altri dicono che in realtà il fungo nasce già grande: si sviluppa sottoterra e in una notte, forse in poche ore, arriva dove il giorno prima non c'era nulla. Da qui i cercatori di funghi che escono con la pila alle quattro del mattino, quando è ancora buio, per cercare un fungo che magari è nato tra le undici di sera e le quattro. È un mondo davvero misterioso.
“Canzoni da Bosco” colpisce per la costruzione musicale: la base di partenza è il tuo gypsy swing, ma percorri anche altri sentieri.
Sì, c'è una componente di swing, la "canzone swing". Secondo me un testo scritto in questo modo ha bisogno, si sposa bene, con una musica di quel tipo. Lo swing inteso come leggerezza: ci ricorda ovviamente il secondo dopoguerra, quando c'era voglia di non pensare più a certe cose. Oggi non è lo stesso momento storico, ma ciò non toglie che quel tipo di musica, se ben assemblata, si adatti a un testo leggero. Poi ci sono altre forme che derivano più dalla canzone popolare, da un modo di scrivere che non definirei più moderno, ma senz'altro legato alla tradizione da cui provengo: quella toscana, il repertorio tradizionale toscano.
Qual è l'elemento di unione tra “Canzoni da Bosco” e Toscana?
È un disco che nasce sull'Appennino: siamo in Toscana per un pelo, il confine con l'Emilia è a cinque chilometri, e oltre il crinale c'è già Modena. Comunque siamo in Toscana, quindi possiamo dire di essere toscani, anche se uno straniero che venisse da noi direbbe "ma voi non siete proprio in Toscana". In realtà, geograficamente, siamo al sicuro. È solo il contenuto dei testi, i soggetti, che secondo me sono più che toscani: appenninico-toscani, direi. Cerco sempre di guardarmi intorno e di parlare di quello che ho vicino: è l'aiuto migliore che si possa avere. Noi pistoiesi, quando si studiava Dante a scuola, la prima cosa che imparavamo era Vanni Fucci: "Chi c'è all'Inferno? Ah, c'è un pistoiese all'Inferno. Chi è Vanni Fucci?" "Vita bestial mi piacque e non umana, sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana." Una bella figura, non c'è che dire. Pisa, comunque, non se la passò meglio, con quel celebre "Ahi
“Il Fungo” è stata la "spora" da cui è partito tutto. Come sono nate le altre canzoni?
Per affezione: dopo “Il Fungo” ho scritto “La Ghianda”, poi ho pensato di dover scrivere anche su qualche animale. È diventato un po' un affezionarmi al progetto, all'idea di descrivere in un concept album il mondo del bosco. Le prime sono nate per gioco, ma man mano che mi affezionavo ci ho messo più impegno: quando arrivi ad avere sette, otto pezzi, ti dici "a questo punto ne faccio altri tre e ci faccio un disco". Da lì sono venute abbastanza facilmente, perché mi ero affezionato a quel modo di scrittura e avevo capito qual era la chiave. All'inizio si va un po' per tentativi, per esercizio, senza sapere bene dove si va a parare; poi, scrivendo, la strada si rivela da sé.
C'è un elemento autobiografico in queste canzoni? Quanto c'è di tuo, delle tue riflessioni?
C'è, ma secondo me sono riflessioni che possono venire in mente a chiunque, più che essere solo mie. Quando sei in contatto con il bosco, intanto capisci che il bosco non è per forza una cosa buona: chi lo conosce sa che non ci sono solo lo scoiattolino e gli animali gentili, ma anche lupi e serpenti. C'è quindi una specie di rispetto, di consapevolezza di cosa sia davvero il bosco. E ogni animale, secondo me, ci offre una chiave di lettura su un aspetto particolare. Se prendiamo, per esempio, il tratto distintivo del gufo, la vista, ci si può chiedere: forse vede meglio di noi, forse mentre noi siamo persi nelle nostre strade lui, dal bosco, ci osserva. O la lumaca: quanto è davvero importante andare veloci? Evidentemente non così tanto, altrimenti le lumache sarebbero scomparse. Ci insegna che si può anche andare piano. Sono aspetti semplici, sotto gli occhi di tutti, basta farci caso: come quando si sposano due lumache, nessuno si preoccuperà mai se la sposa è in ritardo.
Il disco racchiude temi molto profondi, legati anche alla tua esperienza diretta. Come sei riuscito a tradurre musicalmente questa riflessione?
Ogni canzone è diversa. Come dicevo, quelle più leggere hanno bisogno di un vestito più scanzonato. “La Castagna”, per esempio, è forse il brano più intimista: lì, se ci metti una musica swing, la sciupi. La coesione tra testo e musica è la prima cosa da cercare sempre: se sbagli la musica su un testo, alla fine perdi tutto. “La Castagna” nasce in uno scrigno di spine, in un riccio, ma la sua pelle è glabra; la castagna, come una regina che sta per cadere, dice "aspettami, aspettami, fra poco scendo". Scende, e nasce una specie di storia d'amore fra la castagna e l'uomo, se vuoi, legata al rispetto del bosco. Prima c'erano le "coglitore", le donne ingaggiate per raccogliere le castagne; oggi la castagna dice: "per non offrire il mio cuore all'amore di un qualsiasi passante, spero che tornino le coglitore sulla montagna a cogliermi". Poi continua: "apparecchiamo un tavolo fatto d'erba, mettimi a seccare, mettimi a dormire su una rete come fosse un metato" — il metato è proprio il luogo dove si seccavano le castagne. "Poi accarezzami piano, fammi un taglio preciso per farmi arrostire, e poi mettimi a bollire, ci sentiamo dopo": nel senso letterale, "ci sentiamo", "mettimi un po' di finocchio, un po' di sale, ci sentiamo fra poco".
Chi ha lavorato con te a questo disco?
Alla fine, l'ho fatto quasi tutto da solo. Ho voluto realizzare una cosa semplice, che potessi suonare io stesso. Ho chiamato solo due fiati per le sezioni di clarinetto e tromba, mentre ho suonato io sia il basso che le chitarre. In realtà c'è poco altro: chitarra, basso, voce, clarinetto e tromba.
Negli ultimi anni hai intensificato la tua produzione da cantautore. Come si è evoluta la tua ricerca in questo periodo?
Come dicevo, si è evoluta anche grazie alla fortuna di avere amici o colleghi che ti aprono una visione su un mondo che non immaginavi, come in questo caso David con il bosco. Spesso la cosa più difficile è proprio trovare un tema, e qui torniamo al discorso del concept album, che è un po' in disuso ma resta interessante, perché è un modo di esercitarsi su un argomento qualsiasi. Una persona, per esercizio, deve essere in grado di scrivere su qualsiasi cosa. E cosa succede se cominci a esercitarti in questo modo?
Magari buttando via le prime dieci, quindici, sei, sette canzoni, acquisisci comunque una tecnica: di linguaggio, di rima, di metrica. E, mentre lo fai, ti accorgi che il linguaggio non ha davvero limiti. All'inizio ti puoi chiedere se le parole, le cose da dire, finiranno mai. In realtà, più scrivi e più capisci che non finiranno: meno scrivi e meno ti viene voglia di scrivere, e più pensi che ci sia una fine. Più scrivi, invece, e più ti accorgi che questa fine si allontana, come un orizzonte. Se stai seduto e non scrivi niente, ti sembra che il mondo finisca lì. Se cominci a scrivere, è come salire una scaletta: vedi sempre nuovi orizzonti.
Parlando del tuo modo di fare canzoni: c'è una differenza tra quando scrivevi per Banditaliana e quando scrivi per te stesso? Ti senti più libero di esprimerti?
Sicuramente, scrivendo per me stesso oggi, anche le musiche sono più libere. Quando devi musicare un testo già esistente, sei un po' più limitato, anche dal contenitore in cui quella musica dovrà essere inserita: magari in un concerto già composto da altri venti pezzi, quindi devi tenerne conto. Quando invece parti da zero, usi gli stessi strumenti melodici e tecnici, ma hai una scelta più ampia, una visione più libera. Per esempio, in parallelo a “Canzoni da Bosco” avevo iniziato un altro bel progetto, rimasto a metà per ora: musicare le fiabe italiane. All'inizio ho provato con quelle di Calvino, ne ho fatte tre o quattro, poi mi sono chiesto: perché fermarmi solo a lui? Ho musicato anche fiabe della zona di Montale Pistoiese. Anche perché, come sai, Calvino aveva raccolto materiale da ricercatori precedenti, come Nerucci, quindi anche lui ha fatto un'operazione di selezione, e qualche fiaba è rimasta fuori. Ho voluto risalire alla fonte precedente a Calvino, senza imporsi il limite di fermarmi a lui. A Montale Pistoiese, per esempio, c'è una fiaba che Calvino non ha inserito nelle sue Fiabe italiane, e che non ho ritrovato in nessun altro ricercatore. Sarebbe bello realizzare quel disco, l'idea mi piace molto. Ma a un certo punto avevo sette canzoni sul bosco e sette fiabe: un giorno mi è uscita l'ottava canzone sul bosco, e ho deciso di finire prima questo progetto, evidentemente mi ispirava di più. Magari, a Dio piacendo, scriverò altre tre o quattro fiabe e proverò a farle uscire.
Sei anche direttore artistico del Django Festival…
A me non è che calzi molto naturalmente questo ruolo, ma l'ho affrontato volentieri perché c'è sempre da imparare tante cose burocratiche, aspetti che per me sono sempre stati faticosi. Ho cercato comunque di imparare quello che potevo, e adesso abbiamo messo in piedi un'associazione. Sono molto contento di come sia andata l’ottava edizione. E’ stata una grande soddisfazione, ma anche una grande fatica.
Sei già al lavoro per la prossima?
No, non ancora: da agosto a settembre mi fermo. Ma "lavoro" vuol dire anche pensare a chi potrò chiamare l'anno prossimo, quindi in un certo senso sì. La cosa difficile, però, non è tanto la scelta artistica: la direzione artistica è quasi la parte più semplice. Se pensi a cosa significhi organizzare un festival, ti accorgi che è fatto di mille elementi diversi: sicurezza, permessi, alloggi, vitto. Sono aspetti faticosi, che richiedono una vera squadra.
Salvatore Esposito e Daniele Cestellini
Maurizio Geri – Canzoni da Bosco (Autoprodotto, 2026)
Nel songwriting di Maurizio Geri convergono il rigore della tradizione appenninica toscana e la leggerezza affabulatoria del cantastorie, il tutto esaltato dal suo inconfondibile timbro vocale. Cresciuto alla scuola del recupero del repertorio tradizionale della montagna pistoiese, allievo sul campo di Caterina Bueno, per anni chitarrista, cantante e autore di Banditaliana al fianco di Riccardo Tesi, oggi direttore artistico del Django Festival, Geri torna con "Canzoni da Bosco", disco che nasce, come racconta lui stesso, da un'intuizione affidata da David Riondino per il programma web "TG Suite": raccontare il mondo con l'andatura dei cantastorie contemporanei, i "cantacronache", scegliendo però come soggetto non la cronaca del giorno, ma il bosco che circonda la sua casa di montagna. Da quella prima scintilla, "Il Fungo" apre il disco come una spora lanciata nell'aria: un pezzo che gioca sul ribaltamento di sguardo, in cui il fungo osserva il mondo "giù dal basso", nato "nella muffa" con "formidabili visioni", e diventa metafora di un essere ancora indecifrabile alla scienza, che non riesce a farlo crescere in serra, avvolto in un mistero botanico. Da qui l'album si dipana in un percorso di undici tracce, popolato da creature che parlano in prima persona o vengono osservate dall'esterno: "Il Cervo", "La Ghianda", "La Castagna", "La Puzzola" (scritta a quattro mani con G. Conte), "Il Gufo", "La Lumaca", "La Tortora", "Lo Scoiattolo Ben", "Il Lupo" e "Ti", chiusura che si stacca dal bestiario per farsi dedica più intima. Musicalmente Geri sceglie la via della sottrazione: chitarra, basso e voce sono affidati a lui stesso, con l'aggiunta discreta di clarinetto e tromba a colorare gli arrangiamenti, senza altre sovrastrutture. È una scelta coerente con la sua poetica, già sperimentata in lavori precedenti come "Perle d'Appennino": dare fiato a ogni strumento, senza ingolfare il disco, cercando un equilibrio formale che lasci respirare il testo. Il gypsy swing, cifra stilistica riconoscibile del suo linguaggio chitarristico manouche, qui si stempera in una scrittura ironica, mentre altrove Geri si allontana volutamente da quell'estetica. E’ il caso de "La Castagna", forse il brano più intimista dell'intero lavoro, nel quale abbraccia un'andatura più sospesa e malinconica, necessaria a raccontare la nascita in "uno scrigno di spine" e l'attesa delle "coglitore", le donne che un tempo raccoglievano le castagne sulla montagna, in un'immagine che si fa quasi storia d'amore fra il frutto e chi lo raccoglie, fino al gesto finale dell'arrostire e del bollire, chiuso da un "ci sentiamo fra poco" che gioca ambiguamente fra sapore e sentimento. Il registro cambia ancora con "Il Gufo", dove la vista acuta dell'animale diventa spunto per un rovesciamento di prospettiva sull'osservare e l'essere osservati, o con "La Lumaca", piccola lezione di lentezza che si oppone alla frenesia contemporanea con la leggerezza di chi sa che non tutto deve andare veloce per avere valore. Ogni canzone, del resto, isola un tratto distintivo dell'animale protagonista e lo trasforma in chiave di lettura del mondo umano: la comunicazione, l'equilibrio, la sostenibilità, la convivenza, temi che Geri stesso individua come il cuore pulsante del progetto, nato "per affezione" più che per calcolo, canzone dopo canzone, fino a diventare concept album quasi senza che l'autore se ne accorgesse. C'è, in "Canzoni da Bosco", la stessa attenzione al dettaglio linguistico e paesaggistico che Geri ha sempre riservato al proprio territorio, quello dell'Appennino pistoiese, terra di confine fra Toscana ed Emilia che nel disco si fa universo simbolico più che semplice ambientazione geografica. “Canzoni da Bosco” è una brillante raccolta di canzoni intessute con la precisione affettuosa di chi, guardando gli abitanti del bosco, finisce per raccontare, con levità e mestiere, le fragilità e le abitudini di noi stessi, animali fra gli animali, ospiti spesso distratti di un mondo che continua a parlarci, se solo impariamo ad ascoltarlo.
Salvatore Esposito
Foto di Lorenzo Gori (1), Mauro Chivacci (2), Stefano Lupi (3)







