"Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male".
Con l'ironia che lo ha sempre contraddistinto Guccini immaginava nel 1983 la sua dipartita con la canzone "Gli amici". Invece ci ha lasciato in un torrido agosto, come il suo amico Claudio Lolli, lasciandoci sbigottiti, persi, senza punti di riferimento.
Non è facile raccontare il mio legame con Francesco Guccini.
L'incontro con la sua musica è avvenuto in tenera età. Girando per casa, chiesi ai miei genitori cosa stessero ascoltando. Mi trovai davanti tre vinili: "Signora Bovary", "Quello che non " e il mitico doppio live "Fra la via Emilia e il West".
Rimasi folgorato da quel vocione con la erre arrotolata, da quelle canzoni lunghissime dove usava parole complicate che mi richiedevano l'uso del vocabolario.
In poco tempo comprai tutti i vinili che mancavano, raccoglievo articoli di giornale e finalmente ad undici anni lo vidi in concerto per la prima volta.
Una data storica quella del 13 novembre 1992 al Palatrussardi di Milano con diecimila fans (compresi quelli fatti entrare dal cantautore perché avevano comperato biglietti falsi) che lo acclamavano festosamente.
Come da tradizione apertura con "Canzone per un'amica" e chiusura con "La locomotiva ", ma quella sera accadde una cosa strana, eseguì "Un altro giorno è andato" come bis allo scoccare della mezzanotte. Io lo presi simbolicamente come il suo personale augurio per il mio compleanno (14 novembre). In fondo se qualche anno più tardi scrisse "E che l'ambiguo segno dei Gemelli governi il corso della mia stagione, scontrandosi e incontrandosi nel cielo dello Scorpione?" Vorrà dire qualcosa.
I miei coetanei mi
guardavano con sospetto riguardo ai miei gusti musicali, ma io ero tranquillo perché ai tanti concerti che ho visto incontravo almeno tre generazioni diverse, unite dalla sua grandezza. Non ho mai visto nessuno tenere il palco come faceva lui, tra cabaret e canzoni serissime, con il pubblico seduto che si alzava solo nelle ultime canzoni, sempre con gli stessi grandi e fedeli musicisti, sempre con lo stesso manifesto, sempre coerente con sé stesso e con i suoi ideali.
Mi è capitato di incontrarlo varie volte, una veloce stretta di mano, una foto, qualche autografo, senza turbare quella magia che si creava, senza insistere troppo sull'antidivo che era.
La notizia più dolorosa è stata sicuramente il suo ritiro artistico. Ci siamo sentiti orfani, nonostante sapessimo che c'era con i suoi libri, le sue interviste, le sue rarissime apparizioni televisive con quella vocina che da "ruggito era diventata belato".
Sì, perché quel montanaro cresciuto tra castagne ed erba spagna era ritornato a Pàvana, in quel paese dove ritrovava ancora quattro soldi di civiltà, le sue radici e per rafforzare il suo legame profondo con il passato. Il legame di Guccini con quel piccolo angolo di Appennino è davvero importante e rappresenta molto anche della sua visione della vita. A ben pensarci i Iuoghi sono una costante nei suoi brani, nella sua poetica. Da Pavana a Bologna, da Modena a via Paolo Fabbri 43, dall'America ai mondi immaginari dell'Ultima Thule. Francesco Guccini, il cantastorie, quello de “La Locomotiva”, che Leydi definì “la più grande ballata popolare del 900”, ma anche fine cultore della parola, mai scontata, mai abusata, mai ridondante, ma ricercata e colta. Francesco Guccini che racconta la vita, ricercandone continuamente il senso, attraverso storie che narrano di personaggi comuni, di affetti, di amici. A me Guccini è sempre sembrato, pur con quell'aria un po' burbera dovuta forse alla sua fisicità imponente, un uomo disposto alle amicizie, all'accoglienza, all'ascolto. Mi è sempre sembrato curioso, uno che se ti avvicinavi cercava di capire chi fossi. E poi quel senso quasi di meraviglia infantile quando ci si complimentava con lui è un tratto bellissimo della sua personalità. Nel panorama musicale italiano “il maestrone” è stato unico, uguale a nessuno e nessuno uguale a lui. Una carriera lunga, inanellata da grandissimi capolavori che sarebbero
difficili da nominare, forse Amerigo, perché è la storia di tanti italiani, perché è ancora così dannatamente attuale. Ci ha insegnato che la canzone è una stella filante, che qualche volta diventa cometa, una meteora di fuoco bruciante, però impalpabile come la seta, è una scatola magica spesso riempita di cose futili, ma se la intessi d'ironia tragica ti spazza via i ritornelli inutili, è un manifesto che puoi riempire con cose e facce da raccontare, esili vite da rivestire e storie minime da ripagare, che con carambola lessicale può essere un prisma di rifrazione, cristallo e pietra filosofale, svettante in aria come un falcone, ma può essere lama, martello, una polveriera, che a volte morde e colpisce basso e a volte sventola come bandiera. Nell'ultimo disco hai detto che eri un "Semplice essere umano, costretto a costretti ideali, son solo un umile artigiano e volo con piccole ali e fabbrico sedie e canzoni, erbaggi amari, cicoria, un grappolo di illusioni, che svaniscono dalla memoria e non restano nella memoria", io dico che restano e resteranno, perché il cuore è di simboli pieno e il pugno ancora alzato contro l'ingiustizia.
Grazie Maestrone, dal tuo eterno studente!
Marco Sonaglia
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