Umbria Jazz, Perugia, 3 - 12 luglio 2026

Umbria Jazz 2026 si è svolto nel segno di un cartellone eterogeneo e, sulla scorta di questo, di alta qualità. Il festival, d’altronde, è giunto alla cinquantatreesima edizione e sa bene cosa vuole – palpando i movimenti artistici internazionali e recependo, con attenzione sempre più evidente, i gusti del pubblico. La prima riprova di questa postura generale è stata la proposta del weekend di avvio della manifestazione, che ha visto – tra gli altri (tutti non si possono citare né seguire: un’altra caratteristica del festival è, infatti, la ricchezza della proposta musicale) – le esibizioni di Serena Brancale, Sting, Perigeo, Beat, Annie and the Caldwells, Jon Batiste, Jonté Marion, Francesco Bearzetti e Giovanni Guidi, Paolo Fresu, Gianni Coscia, Gabriele Mirabassi con Vito Modugno & Quartetto Ascanio. Già questi nomi sarebbero sufficienti per un grande festival. Ma, ripeto, erano in cartellone solo per i primi tre giorni. Viene da chiedersi se davvero Umbria Jazz sia un solo festival. Se non sia, cioè, qualcosa di più, di più misterioso. Un organismo enorme, un fenomeno vagamente fuori dalla nostra portata. Eppure – mi ripeto
– ciò che è oggi è il tratteggio multiforme, cresciuto e espanso negli anni, di un visionario che oggi ha ben novantatré anni. Una visione che – ai nostri occhi di seguaci famelici – non appare mai nella sua organica interezza. Eppure Carlo Pagnotta, che ha inventato Uj nel 1973, è sempre lì ai piedi dei palchi, nelle radio, sui giornali, sulla soglia magica tra il palcoscenico del teatro e le quinte. Guarda e partecipa con empatia e distacco disincantato. Elabora il suo programma dando voce ai più diversi artisti, ai più diversi microfestival che compongono la sua visione di jazz. Allora, forse, si può fare lo stesso da spettatori. Sperimentando e assorbendo, in modo apparentemente disgregato, le particelle del festival. D’altronde – mi dico mentre rimbalzo tra i punti cardine del programma – forse è l’unico modo per comprenderne lo spirito. Per comprendere la volontà ferrea e la tenacia che sostengono una programmazione che potrebbe svolgersi, senza lasciare vuoti scandalosi, in tre o quattro settimane. Così, in questo primo weekend, ascoltiamo Sting in trio (con Dominic Miller estatico), passiamo al Teatro
Morlacchi per perderci nella poesia di Paolo Fresu che celebra i cento anni di Miles Davis e, trasbordanti di suoni e barcollanti, ci inebriamo della scandalosa bravura di Jon Batiste. Il quale – forse più di tutti – ci fa capire la visione jazz del festival perugino. Perché ne è stata la rappresentazione più plastica, più multiforme e naturale. Lo spettacolo è stato un flusso di ritmi diversissimi, una grande suite, forse un’unica canzone, che ha connesso blues, jazz, world e classica. Percepisco a pieno, però, la mistica dell’eterogeneità di Umbria Jazz la sera del 7 luglio, durante la performance di Laurie Anderson – siamo al martedì – e l’Arena di Santa Giuliana, il main stage della manifestazione, non si capacita di quanto sia straordinaria questa artista. Lo spettacolo è un insieme di musiche evocate, quasi accennate, intrecciate e strette in una narrazione incessante, tra politica contemporanea, letteratura e poesia. E tra rimandi imperdibili alla cultura americana, con Bob Dylan, John Cage, Allen Ginsberg e William Burrough. In concerto è la figura della Anderson a spiccare, che condivide una visione di performance totale. 

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