Shye Ben Tzur, Jonny Greenwood & The Rajasthan Express – Ranjha (World Circuit Limited, 2026)

Se Paul Thomas Anderson (un regista che ama la musica giusto un grammo meno del cinema, come ci dimostrano i suoi film) si fece avanti per fermare in un documentario “Junun”, l’album del 2015 che ha avviato la collaborazione tra Shye Ben Tzur, Jonny Greenwood e il Rajasthan Express, possiamo stare certi che ne valeva la pena. Quell’album ha spinto Greenwood, il musicista più famoso di questo ensemble composto da tre nuclei, nell’antico forte Mehrangarh di Jodhpur, la “città blu” nel deserto del Rajasthan, dove nel giro di qualche settimana sono stati registrati i brani che lo compongono. L’atmosfera – così come le intenzioni e, immaginiamo, l’ispirazione generale – era quella un po' mistica e un po' romantica della scoperta e dell’incontro tra espressioni musicali differenti, con una cornice di ricerca e rielaborazione delle influenze del “qawwali”. Un’atmosfera che ha generato un album intrecciato alla prospettiva (soprattutto) di Shye Ben Tzur, poeta, musicista e compositore di origini ebraiche. L’altro nucleo, il Rajasthan Express, ha fatto il resto, sostenendo prospettiva e sperimentazione con la tenuta di una tradizione imperniata su ritmo e polifonia. Come comprendiamo, gli elementi per andare avanti – grazie anche al successo di quell’album e, crediamo, alle vibrazioni che i nuclei si sono scambiati – c’erano già tutti. E, ci dicono le cronache, alcuni di questi – si sono affacciati in questi anni sotto forme differenti: accenni, comparse a qualche concerto, collaborazioni sfiorate, ricordi, richiami. Poi, finalmente, i tempi sono maturati e i musicisti in questione sono riusciti a riunirsi per registrare il nuovo album “Ranjha”: composto e scomposto, evocativo ma anche “pratico”, molto netto, mai prudente e, allo stesso tempo, però, sicuro, equilibrato, pieno di musica bellissima e di ritmi, suoni e timbri innovativi (“Shiqwa”). Il contesto di nascita è completamente diverso. Greenwood, infatti, optando per una mistica meno folcloristica, ha invitato tutti nel suo studio nell’Oxfordshire, dove si sono svolte le sessioni degli Smile. L’atmosfera è effettivamente cambiata – ci sono meno purismo e più presenza, meno sublimazione e più elaborazione (la title-track “Ranjha”) – ma il tocco è riconoscibile e, se così si può dire (dato che siamo al secondo album), intatto, marcato da elementi netti: fiati, voci, chitarra, percussioni, elettronica. Insomma, ciò che ci piace, al di là delle sfumature, è l’atteggiamento (“Ishq-e-Majnun”). In “Ranjha” non è così diverso da quello di “Junun”: non che vogliamo per forza la riconoscibilità ma, quando emerge in un tratto così breve di produzione, rassicura. Questo corpo ha una forma precisa, senza riflessi: è essenza fisica. Gli undici brani di “Ranjha” si sono scrollati quella bellezza alta che – grazie alla poetica di Shye Ben Tzur – aveva inebriato l’ensemble agli esordi. Qui i musicisti non si affidano all’idea, alla visione, alla conoscenza e all’elaborazione delle tradizioni espressive a disposizione. Si intrecciano per sovrapposizione e poi per sottrazione, in un movimento più performativo, in cui ogni tratto di musica ne contiene e, allo stesso tempo, nel scarta mille altri (“Saqi”). Non si è perso neanche un millimetro della strada percorsa in Rajasthan. Al contrario “Ranjha” la contiene tutta, ma svela una direzione nuova: provare per credere “Marbolot”. 


Daniele Cestellini

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