Cosa succede quando il futuro sultano dell’Oman serve in un reggimento scozzese? Sembra l’inizio di una strana freddura poco felice, eppure é proprio qui che comincia questa storia.
Sta di fatto che Qaboos bin Said, durante il suo periodo nei Cameronians, si innamora del suono delle cornamuse e da lì quello strumento finisce per entrare a pieno titolo nel patrimonio musicale omanita. C’è una Royal Pipe Band, ça va sans dire, equivalente a quelle del Regno Unito. Sebbene la cosa possa sembrare un semplice retaggio estetico del passaggio dell’impero, fatto di uniformi e cerimonie, in Oman, però, la cornamusa prende anche un’altra strada. Esce dalla parata, incontra le voci, le percussioni, le scale mediorientali e diventa qualcosa di profondamente locale.
“Songs of Returning and Leaving” racconta proprio questa zona di confine. Sulla costa sud-orientale dell’Oman, nella regione di Ash-Sharqiyah, sopravvive la tradizione dell’Al-Mudema, canti di marinai eseguiti soprattutto in swahili e in arabo, accompagnati dalla qurbah, la cornamusa appunto. A custodirli sono comunità discendenti dagli africani arrivati in Oman attraverso la tratta degli schiavi nell’Oceano Indiano, spesso indicate come Zanzibari o, localmente, Khal.
Il titolo del disco fa riferimento proprio alla diaspora degli schiavi, eppure sembra parlare anche della storia stessa dello strumento. La tradizione di cantare sopra le cornamuse infatti non appartiene soltanto all’Oman. La ritroviamo in altre parti del mondo, dalle Highlands scozzesi alla Penisola iberica, dal Nord Africa all’Iran, sempre con sfumature diverse ma con lo stesso potere evocativo. In questo caso, però, l’effetto è particolare, perché la cornamusa uno strumento che, dopo aver girato il mondo, torna verso una delle sue antiche geografie. Le prime testimonianze di aerofoni a riserva d’aria arrivano infatti dall’area del Vicino Oriente e della Mezzaluna Fertile. Sentirla suonare in Oman, a pensarci bene, è meno assurdo di quanto sembri. I ritrovamenti archeologici, infatti, dimostrano che la cornamusa (Qurbah) è stata rinvenuta per la prima volta nella regione della penisola arabica oltre duemila anni prima della sua comparsa in Inghilterra. Altro elemento strumentale distintivo della musica Al-Mudema è la conchiglia marina suonata a fiato (jem), un indicatore dei legami di questa musica con il mare.
L’album é sincretico nel senso più concreto del termine. La tradizione dell’Africa orientale, di Zanzibar e il patrimonio musicale omanita non vengono messi uno accanto all’altro convivono dentro una pratica ancora molto sentita. La musica ha una forte valenza spirituale e rituale. I canti sono legati al viaggio, alla diaspora, alla malinconia che deriva dall’essere strappati alla propria terra. Una sorta di antesignano mediorientale del blues delle origini. Contemporaneamente sono propiziatori, preghiere per navigare in pace. Questi elementi multiculturali e apotropaici, sono tipiche delle tradizioni musicali marittime e marinaresche.
Due diversi gruppi – Al Ajial ("Generazioni") e Al Khair ("Merci importate") – si sono ritrovati sulla spiaggia per la registrazione. Entrambi composti da otto membri principali; tutti, ad eccezione del suonatore di cornamusa e di conchiglia marina, contribuivano con percussioni di vario tipo, tra cui il majur (una cintura fatta di zoccoli di capra che si indossa intorno alla vita). Mentre suonavano, alle loro spalle sfrecciavano barche da pesca.
Musicalmente, va detto, non è un album facile per tutti. I sei brani, equamente divisi tra i due gruppi (Al Ajial, tracce 1, 3, 6 e Al Khair, tracce, 2, 4 e 5), cantati in swahili e arabo, si fondano su ritmi che insistono, scale pentatoniche che girano attorno al bordone delle pipes, voci che sembrano entrare ed uscire da uno stato di preghiera. L’effetto quello di una musica per la trance mistica, qualcosa che dalle nostre parti potrebbe far pensare, con tutte le differenze del caso, alla taranta. Ernesto de Martino avrebbe sicuramente apprezzato. Come per altri progetti sul campo, il celebre produttore Ian Brennan e la sua compagna Marilena Umuhoza Delli hanno registrato i brani in situ risultando in un sound ruvido. Più che un progetto discografico nel senso classico quindi, è un documento storico-antropologico raccolto nel contesto in cui quella musica continua ad avere una funzione.
Individuare un brano di cui parlare in modo particolare risulta complesso. I pezzi sono lunghi, si assomigliano, procedono per ripetizione e accumulo. Ricordano altre tradizioni di canto sopra il bordone, dai canti di Cape Breton ai gaiteiros de Coimbra, dove la cornamusa crea un ambiente sonoro dentro cui la voce serve sfogarsi ed esorcizzare. Il piacere dell’ascolto non nasce dalla varietà formale, ma dall’immersione.
Per citare uno dei più grandi piper italiani, Fabio Rinaudo, la cornamusa è uno strumento “per amatori”. Bisogna amarne profondamente il suono penetrante. Non puó lasciare indifferenti, e questo disco non fa eccezione. È prezioso, ma resta un prodotto di nicchia nel panorama musicale e discografico attuale. Può interessare melomani curiosi, cornamusisti e appassionati di antropologia musicale ma l’ascolto rischia di essere a tratti ostico per un pubblico meno avvezzo agli aerofoni a sacco o alla scoperta.
Con questa osservazione non intendo in alcun modo sminuirlo. Personalmente lo trovo un progetto affascinante e – da cornamusista – non posso che apprezzarlo. Serve solo a mettere in guardia gli ascoltatori incauti. “Songs of Returning and Leaving” va approcciato per quell oche é: non un disco da cui cercare il brano memorabile ma un documento sonoro, una Rapsodia di premesse apparentemente sconclusionate che risulta in una musica rituale. glitterbeat.bandcamp.com/album/oman-bagpipe-singers-songs-of-returning-and-leaving
Jacopo Dentice
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