La chitarra è uno strumento che non ha minimamente bisogno di presentazioni. Ma, per introdurre l’analisi di oggi, vale la pena prendere in prestito le parole dell’attore Marco Giallini all’interno di una puntata a lei dedicata del programma televisivo “Lui è peggio di me” (2021): “Lei non è uno strumento qualunque. Lei è una compagna di vita, una testimone dei nostri trionfi e delle nostre ferite”. Poche parole che riassumono in tutto e per tutto la vera e propria divinizzazione della chitarra, soprattutto elettrica, da Jimi Hendrix al giorno d’oggi. Sono innumerevoli i chitarristi che hanno trasmesso il proprio modo di suonare lasciando un segno per i posteri e sono per la maggior parte o americani o europei. Ma io invece, voglio portarvi completamente da un’altra parte del mondo: nella Repubblica del Mali, in Africa occidentale. Qui nasce il 30 giugno 1984 Gaoussou Kouyate, in arte Sobra, chitarrista e autore del disco “Sobra Dance”. Nato in una famiglia di musicisti griot (termine francese per indicare una sorta di bardo con lo scopo di conservare la tradizione orale degli avi), inizia a suonare la chitarra all'età di otto anni sotto la guida del maestro Karfa Doumbia, che viveva a Kignema, un villaggio mandinka vicino a Narena, nel distretto di Kangaba. Per perfezionare le sue competenze nella musica mandinka (musica tradizionale dell’Africa occidentale), Gaoussou studia con Doumbia per un anno. Successivamente, diventa allievo di Dielimady Tounkara, membro della Rail Band (gruppo del Mali nato nel ’70) per completare la sua formazione come chitarrista professionista. A venticinque anni si reca a Niafinké, dove trascorre un anno ospite della famiglia di Ali Farka Touré Kanau (31 ottobre 1939 – Bamako, 7 marzo 2006), cantante e chitarrista maliano, per studiare lo stile musicale Songhoï, noto anche come “Desert Blues”. Inoltre, G. Kouyate registra brani e si esibisce con alcuni dei più grandi artisti del Mali, tra cui Loby Traoré, Kassé Mady Diabaté, Toumani Diabaté e molti altri.
Parlando del disco in sé, “Sobra Dance” segna il debutto di G. Kouyate non più come turnista, ma come compositore e bandleader a tutti gli effetti. La formazione è questa: Mariam Kouyate ai cori, Abilaye Diabate al balafon (strumento africano che ricorda lo xilofono), N'to Thomas B. Sissoko alle tastiere e al flauto, David Dembele al basso e Jean Diarra alla batteria. Ciò che rende “Sobra Dance” un disco particolare è la somma delle eredità che Kouyate porta con sé: la tradizione griot, la sofisticatezza elettrica della Rail Band, il desert blues del delta del Niger. Protagonista di tutto l’insieme, come accennato all’inizio, è la chitarra. Nello specifico, G. Kouyate usa una chitarra elettrica SubZero Paradigm SH Vintage Ivory, caratterizzata da un taglio a “f” sulla cassa tipico delle chitarre semiacustiche e dai pick-up P90, non troppo aggressivi come gli humbuckers delle Les Paul, per esempio, e nemmeno troppo taglienti come i single coils di una comune Stratocaster. Dal punto di vista del suono Kouyate lavora soprattutto su un suono pulito, arricchito da delay e riverbero che allargano lo spazio della chitarra senza mai renderla invadente, una scelta che lascia respirare il balafon e le tastiere, mantenendo l'equilibrio corale tipico della tradizione griot. Però, in alcuni brani, come “Sadjona” e “Dibyzou”, il registro cambia: un leggero overdrive scalda il fraseggio, avvicinandolo più al blues elettrico, mentre il cry baby (effetto conosciuto anche come “wah wah”) interviene colorando le frasi senza scivolare mai nell'effetto fine a sé stesso. È soprattutto nell'improvvisazione che Kouyate si mette a nudo: la chitarra si allontana spesso dal tema per aprire spazi solistici, amalgamati però con naturalezza nel tessuto ritmico della band, senza mai risultare puro e semplice virtuosismo.
Insomma, “Sobra Dance” è un disco riuscito: nonostante la provenienza geografica e culturale lontanissima dalle sonorità a cui l'ascoltatore occidentale potrebbe essere abituato, l’album si lascia ascoltare con estrema facilità, senza mai risultare ostico o di nicchia. Merito soprattutto della chitarra di G. Kouyate, che qui non è solo strumento tecnico ma, per tornare alle parole di Giallini, una vera “compagna di vita”: testimone di un percorso che attraversa griot, Rail Band e desert blues, e che oggi si racconta con la naturalezza di chi ha fatto della chitarra la propria voce.
Francesco M. Tommasino
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