Fabio Macagnino – BIOMA with Movimento Terra & Orchestra Conservatorio Cilea (HI-Qu Music/Warner Italy, 2026)

L’attenzione che da qualche anno i Conservatori calabresi riservano alla musica pop ed etnica è davvero notevole, lo fanno mettendo in campo progetti culminanti in performance che vedono protagonisti suonatori tradizionali e cantautori insieme con vere e proprie orchestre sinfoniche. D’altra parte non poteva essere che così in una terra che storicamente si pone come luogo di incontro di diverse culture musicali. A questa categoria appartiene “BIOMA”, il lavoro di Fabio Magagnino, autore di testi e musiche e chitarrista, ormai consacrato cantautore calabrese. Il progetto parte dalle sue canzoni, di solito proposte con il gruppo Movimento Terra (Alfredo Verdini a batteria e percussioni, Benedetta Romeo alla chitarra classica, Gabriele Ganda Macrì a lira calabrese, pipita, flauto e marranzano, Guido Tassone a mandolino e chitarra elettrica, Rocco Montepaone al basso, Rocco Novella a chitarra battente, chitarra elettrica e voce, Saverio Pittelli alla fisarmonica). Questa formazione incontra il tessuto sonoro dell’orchestra dei giovani del Conservatorio di musica “Francesco Cilea” di Reggio Calabria che si integra nel lavoro in modo naturale, tesaurizzando il sound etnico di stampo cantautorale di Fabio Macagnino. Il titolo dell’album si rifà al concetto di biosfera, inteso come insieme di forme vitali che si incontrano diventando una sonosfera, uno spazio in cui dialogano diversi generi musicali. I dodici brani raccolti nel cd e scritti in momenti diversi del suo percorso, sono proposti in una registrazione basata su un concerto dal vivo che si è tenuto nella serata del 9 marzo 2026 al Teatro Cilea di Reggio Calabria e prodotto da Publidema. L’ambiente sonoro creato in “BIOMA” ci ricorda che, se la tarantella è la cellula viva e il primo tratto identificativo della musica calabrese, la sua linfa vitale più profonda è nel canto, o meglio nelle parole cantate spesso legate alle attività lavorative agropastorali. L’endecasillabo, che fu il verso eletto da Nosside, l’antica poetessa saffica calabro-greca, nelle canzoni di Macagnino viene piegato alle moderne esigenze comunicative, con modalità ora narrative ed epiche, ora lirico ed espressivo ma sempre utilizzando un linguaggio semplice e diretto. La cellula metrica trocaica della tarantella compare spesso con funzioni divergenti rispetto al messaggio del testo, mentre il contrappunto degli archi ne coglie il vero senso. Come nella tragedia greca l’orchestra si fa personaggio che commenta e interviene drammaturgicamente e non semplicemente come tappeto riempitivo. La lira calabrese, magistralmente rivisitata senza snaturarne il suono originario dal liutaio Vincenzo Piazzetta, suona accanto ai violini e agli altri archi determinando un profondo spessore musicale e culturale. Il brano di apertura, “Esperia”, prende spunto dal nome che gli antichi greci davano all' occidente, ma la Calabria è a sua volta l’oriente dell’occidente e questo concetto viene efficacemente reso dai suoni dell’orchestra occidentale che si mescolano con quelli degli strumenti della tradizione orientale come la lira e la zampogna. L'ellenico endecasillabo si piega nel brano all’espressività immediata e, a metà brano, la melodia è innalzata di un’ottava evocando lo stile di una “muttetta”. Una voce calda da saudade calabra, la troviamo in tutto il lavoro ma in particolare in “Io sono un bergamotto”, l’artista diventa egli stesso metafora del bergamotto, l’agrume che trova il suo habitat solo nel Sud della Calabria, simbolo della resilienza degli abitanti di questa terra. Tra l’amore di una donna e quello per la Calabria si sceglie il secondo, la lira calabrese si lancia in una passata di tarantella e ne diventa metonimia musicale. Il personaggio si chiama “Mimi” e scusate, ma non riesco a non pensare Mia Martini ascoltando questo brano. “Labbra purpurini” utilizza in modo originalissimo il giro di do intessendo una delicatissima ballata. Ancora intensissima è “Preghiera i l’amanti” il cui incipit è un pentacordo minore ascendente, uno dei topos musicali più usati per l’endecasillabo e che riprende il tono di preghiera della tradizione calabrese, anche se qui si tratta di una preghiera d’amore. Il brano seguente, “’Mpernu” è basato su un ostinato accordale della chitarra che termina con un divergente accompagnamento degli archi, come a dirci che vita e morte in fondo convivono e che a volte l'inferno è sulla terra. “Menti sentimenti” è fresco, leggero e coinvolgente seguito da “Canzuni duci” che si svolge su uno stile quasi in finger style con le parole dialettali il cui suono si assapora anche non comprendendone il significato. “Blue Dalia”, nonostante il titolo è l’unico brano in lingua, vi si intessono atmosfere che ricordano il primo De Andrè e in cui un grande contributo viene dato dalle sezioni degli archi e dei fiati. “Movimento Terra” è quasi una tammurriata, presentata con la ripetizione dell’espressione sdrucciola “Movile-movile-movilemo” che non a caso crea il ritmo della tarantella. Il brano è introdotto dalla lira calabrese dando vita ad un sound che simbolizza lo sconvolgimento della Terra, voluto da poche persone che detengono il potere e provocano le guerre, un invito a non fermarsi mai e a resistere. “Tarantella locca” è basata su modello tradizionale, una metatarantella ironica che cita il popolare motto “ciciari e pasta, ciciari e pasta, ciciari, ciciari, ciciari e pasta”, con cui i bambini imparano a “suonare a bocca” il ritmo della tarantella sul tamburello. Il paradosso voluto è che il brano è cantato nello stile del blues. “Zzafratatrance” ha un frenetico ritmo terzinato incastrato su una accentuata pulsazione da cui si snoda una tarantella cantata come un veloce scioglilingua che racconta ironicamente lo svolgimento del ballo antropologicamente organizzato dagli uomini. L’ultima traccia “Pupu di li mammi” è una dolce ninnananna di Sonia Serazzi trasformata in canzone che Macagnino tratta con delicatezza. Si sviluppa con una tranquillizzante melodia a zig zag, uno stilema tradizionale molto praticato, uno dei pochi momenti in cui le donne avevano modo di parlare dei loro problemi quotidiani sotto la metafora del buio della notte e l’attesa del giorno. Il lavoro presenta uno sguardo al passato da parte del cantautore calabrese ma rivolto al futuro. Spero vivamente che il concerto di Reggio Calabria non sia stato una tantum ma venga replicato nei teatri e nelle piazze calabresi, mai più di oggi ce n’è un gran bisogno, i numeri e il gradimento, ne sono sicuro, verranno anche. La giovane Orchestra del Conservatorio “F. Cilea” di Reggio Calabria è diretta da Andrea Francesco Calabrese con: primi violini: Maria Antonietta Bagalà, Laura Gangemi e Santina Nibali Lupica; secondi: Alba Orlando, Chiara Siclari, Giada Politanò; viole: Marilena Fusà e Saba Safavi; violoncelli: Giovanni Caridi e Teresa Crupi; trombe: Melissa Miglio e Marta Scopelliti; trombone: Ida Spanò; tuba: Anna Spanò. La produzione è di Demetrio Mannino con le orchestrazioni realizzate da Blanko Records che ha curato anche editing, mix e mastering insieme a Guido Tassone e Giuseppe Novella, responsabile della direzione e del coordinamento musicale con il contributo artistico di Fabio Macagnino e Movimento Terra. Alessandro Luvarà ha provveduto alla registrazione live, la copertina è di Vanessa Macagnino e il progetto grafico di Maria Grazia Costa. 


Francesco Stumpo

Posta un commento

Nuova Vecchia