Da qualche mese i concerti del pianista, cantante e compositore sudafricano Nduduzo Makhathini hanno un titolo, quello del libro che sta scrivendo: “An Ongoing Rehearsal”, una continua prova, ispirata ai modi in cui il suono intreccia e la conoscenza del mondo e il dargli senso. Ha cominciato a febbraio 2025, con il Movement #1 insieme al contrabassista Herbie Tsoaeli, alla YoungBlood Gallery di Cape Town. In un’intervista con “JazzTimes”, Makhathini ricordava come l’antropologo “Steven Feld parli di ‘acustemologia’ come di un modo per mettere a fuoco il suono e l'episteme. Non è un concetto nuovo per noi che veniamo dal continente africano. È una pratica molto antica”. Con “continua prova” Makhathini invita a prendere coscienza che viviamo una costante evoluzione di cui non riusciamo a sapere tutto. Per i musicisti, “provare” è un processo in cui si impara a “ripetere” determinati passaggi con sempre maggiore qualità, per poterli esprimere compiutamente in concerto e nelle registrazioni. L’invito e l’auspicio che rivolge a chi suona con lui è di riuscire a provare a sufficienza da non ripetere più nulla sul palco, adottando una modalità di “svuotamento” piuttosto che di acquisizione, divenendo aperti a ogni nuova possibilità. Quest’alchimia era evidente nel trio con Zwelakhe-Duma Bell le Pere al contrabbasso e con il batterista di origine cubana Francisco Mela con cui ha inciso “uNomkhubulwane” (Blue Note, 2024). Poi, già due anni fa, alla batteria si è inserito il cubano, residente a Parigi, Lukmil Perez (già in altre formazioni del pianista fin dal 2021) già protagonista dell’ottimo album “Airotele Ona” (2024). Da Johannesburg, è arrivato l’anno scorso al contrabbasso Dalisu Ndlazi, anche lui già colaboratore occasionale di Makhathini. È questo il trio base del quarto album
in sei anni per la Blue Note, con contributi di Makhathini anche vocali, con vocoder e col sintetizzatore. All’articolata produzione di quest’ottimo album ha collaborato il figlio diciottenne, Thingo Makhathini. Il risultato è una miscela di spiritual jazz, poliritmi Zulu e afrocubani e sonorità venate anche dall’elettronica. Nell'album sono presenti tre voci: Omagugu, moglie e collaboratrice di lunga data di Makhathini, nelle due versioni del delicato brano in inglese “What People Say”; Thando Zide nel neo-soul “Tetheredl”; e Muneyi nella due splendide versioni di “Linwalo Ia Mubebi”, un omaggio all'amore paterno cantato in lingua Tshivenda. A rafforzare il gruppo intervengono anche Ayanda Sikade, che suona la batteria in “Primordial Egg” e “Zimthilili”, la chitarra di Keenan Ahrends in “Umbono” e il dance-programming di Black Coffe nella seconda versione di “What People Say”. È il trombettista Robin Fassie a introdurre, con note improntate a un tenero lirismo, il primo dei sedici brani; nello stesso registro gli rispondono il piano acustico e il canto di Makhathini mentre emerge un accogliente coro sui cui volano le frasi di Fassie. Il senso di “legato” del primo brano lascia il posto a un linguaggio staccato nella successiva "Imvunge KaNtu" con fraseggi e canti organizzati intorno ai ritmi di clave afrocubana, sottolineati anche dal battito delle mani dei musicisti. È esplicito, e lega brani così diversi nel lavoro compositivo del pianista, il ricorso a “citazioni” (i miti che scegliamo) e il ruolo che hanno nel suo dar corpo alle funzioni curative della musica. Racconta in proposito sempre a “JazzTimes”: “La pratica della citazione ha a che fare con una nozione ampliata di ontologia, all’ incapacità e impossibilità di essere soli. Perché siamo qui con gli spiriti del passato e gli spiriti del futuro come una rete a nostra disposizione. In questo senso, la citazione, questa guarigione, riguarda l’essere in sintonia con l’ontologia più ampia e con la rete degli antenati che ci segue ovunque. Quando le persone pensano che io abbia composto qualcosa, io penso di esere stato semplicemente pronto a citare qualcosa e a portarlo qui, da questa parte”. Questa capacità istantanea di citare-improvvisare è veicolata in modo esemplare nell’avvolgente e articolato dialogo sviluppato, con piano e voce, in “Liyoze Line Nangakithi”, col flauto di Shabaka, fra i parenti-musicisti più affini a quest’etica artistica e sociale.
Alessio Surian
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