Con “MASSA”, Fatoumata Diawara si spoglia di ogni filtro e consegna al pubblico il disco più intimo e personale della sua carriera. La voce maliana, da sempre capace di intrecciare le radici del Mali con sonorità jazz, blues e rock, questa volta si fa veicolo di un dolore privato e universale insieme: la perdita del padre, il peso e la bellezza della maternità, la responsabilità di essere testimone del proprio tempo per i figli e per un pubblico che considera famiglia. Prodotto con la direzione artistica di -M-, l’album non abbandona i temi sociali che hanno sempre contraddistinto il percorso di Diawara – dai matrimoni forzati alla condizione femminile – ma li filtra attraverso una lente più matura, nata dall'esperienza diretta e dal confronto con le sorelle e le donne della sua vita. Cantato in bambara, "MASSA" rivendica con orgoglio il valore di una lingua e di una tradizione che, lungi dall’essere un limite, diventano ponte verso un’umanità condivisa. Nella title track, che dà il nome al disco, Fatoumata condensa un messaggio di uguaglianza, dignità e destino comune: un invito a tornare al vero significato dell'essere umani, in un mondo che spesso premia la durezza più della gentilezza. Abbiamo parlato con lei di tutto questo: della sua ferita ancora aperta, dell'equilibrio tra arte e maternità, e della musica come strumento di guarigione collettiva.
“MASSA” è presentato come il tuo album più personale di sempre. Qual è stato il punto di partenza emotivo di questo disco e in che modo la tua vita in questa fase ha plasmato il lavoro?
Sì, lo so. Questo album è uno dei miei lavori più intimi. Il mio pubblico è come la mia famiglia, come i miei migliori amici; quindi, voglio sempre essere sincera con loro. Ho bisogno di raccontare loro quello che sta succedendo davvero nella mia vita. Perché noi vediamo le cose dall’esterno, ma le persone non sanno sempre molto di me. Questo era il mio modo di dire: “Ok, mi manca mio padre, e sono molto emozionata per questo”. Mi manca tantissimo perché ogni volta che prendo il telefono vorrei chiamarlo, e poi mi rendo conto che non c’è più. È una cosa molto difficile da accettare. Volevo che i miei ascoltatori, e anche i miei figli, capissero quello che sto vivendo. Stanno crescendo in fretta, e attraverso questo album volevo mostrare loro ciò che sento nel momento presente. È per questo che parlo della mia realtà. Il mio pubblico mi dà fiducia, come se fossero i miei psicologi. Mi aiutano, e io parlo con loro di quello che so e di quello che penso. Sì, mi manca mio padre. Non se ne va mai davvero. Dobbiamo imparare a convivere con questo.
La tua musica ha sempre mescolato la tradizione maliana con sonorità contemporanee. Come hai affrontato questo equilibrio in “MASSA”, soprattutto con la direzione artistica di -M-?
Per me è molto facile, perché quando ho iniziato a cantare avevo già lavorato in molte collaborazioni, nei bar e con musicisti jazz. Ascoltavo già molti tipi di musica, soprattutto a Parigi. Quindi non è stato soltanto attraverso la musica maliana che ho iniziato a capire me stessa. Ero già aperta a diverse tradizioni. Per me è naturale trovare un equilibrio tra la musica maliana e la musica occidentale, o con qualsiasi altro tipo di musica, che sia blues, rock o jazz. È sempre stato parte della mia vita.
Molte delle tue canzoni affrontano temi sociali come i matrimoni forzati e i diritti delle donne. Come evolvono questi temi in questo album in relazione alle tue esperienze personali?
In questo album non parlo di violenza e sofferenza nello stesso modo di prima, ma c’è una canzone che per me è molto significativa. Parla della condizione di molte donne. Ho molte sorelle e conosco molte donne che soffrono tantissimo nei loro matrimoni, che non sono felici. Ho voluto parlare di questa situazione. È una cosa molto seria e, a volte, quando ne parlo sembra quasi un consiglio: non approfittarti di tua moglie, dei tuoi figli, delle tue sorelle. Se non ami qualcuno, non restare con quella persona solo perché hai bisogno di aiuto. Non restare senza amore. Quindi sì, c’è un modo di affrontare la condizione delle donne attraverso le canzoni, ma per me nasce anche dalla mia esperienza, perché ho molte sorelle che si lamentano sempre.
Canti in bambara, mantenendo un forte legame con le tue radici. Cosa significa per te portare una lingua così profondamente radicata a un pubblico internazionale?
Per me è molto importante cantare nella lingua maliana, perché molte persone vogliono ascoltare canzoni nella loro lingua madre. Noi siamo cresciuti con questo, quindi per noi è naturale. Voglio che il mondo sappia chi siamo. Cantare in bambara fa parte della mia tradizione, ma appartiene anche al mondo. La gente lo apprezza. Penso che siamo fortunati, perché non tutti hanno questa possibilità. È bello e porta qualcosa di diverso alla musica. Quando ascolti la nostra musica, senti qualcosa di speciale, qualcosa che può essere davvero diverso e molto bello da ascoltare. Abbiamo tutti bisogno di questo tipo di diversità e di vibrazione. La musica guarisce, ed è buona per lo spirito del mondo.
In che modo l’essere madre ha influenzato la tua voce artistica e le tue priorità?
Mi sento una sorta di testimone. Allo stesso tempo, a volte è difficile, perché senti di dover essere responsabile per te stessa e per i tuoi figli. Devi sempre essere forte. Capisco molte donne che rinunciano alla carriera per prendersi cura dei propri figli. Cantare ed essere una donna, soprattutto senza un uomo accanto, non è facile. Sto cercando di avere tutto: la mia arte, la mia casa e prendermi cura dei miei figli. Non direi che sia impossibile, ma bisogna essere pronti. Serve uno spirito buono e una mente forte. L’equilibrio nella vita è molto importante, soprattutto qui. Prendersi cura di tutti, mettere insieme le cose, fare in modo che tutti possano essere felici: richiede sacrificio. Ma ti insegna anche a capire il valore delle cose.
Il brano che dà il titolo all’album porta con sé un messaggio di uguaglianza, umanità e destino. Quale messaggio speri che gli ascoltatori di culture diverse possano ricavarne?
Penso che ogni persona che ascolta l’album prenderà da esso ciò di cui ha bisogno. Ognuno vive le cose in modo diverso e le sente in modo diverso, e questo è molto importante per l’umanità. La canzone è spirituale. Dice che anche se qualcuno è diverso da te, questo non significa che valga di meno. La dignità non dovrebbe dipendere dalla ricchezza, dalla salute o dalla condizione sociale. Siamo tutti fatti dello stesso sangue. Dobbiamo tornare al vero significato dell’essere umani, perché è molto facile essere crudeli, e molto più difficile essere gentili. Nella mia musica voglio ricordare alle persone che si può essere gentili e forti allo stesso tempo. A volte il mondo dà più valore ai cattivi comportamenti che alla bontà, ma non è questo il vero metro di misura di una persona. Si può essere gentili, forti e rispettati. Questo è il messaggio che voglio trasmettere: pace, amore, rispetto e dignità per tutti.
Salvatore Esposito
Fatoumata Diawara – MASSA (Nare Productions/Nø Førmat!, 2026)
Sono passati vent’anni da quando Fatoumata Diawara venne scelta per interpretare il ruolo femminile principale in “Bintou Wéré” all'Opéra du Sahel di Bamako e cominciò a collaborare musicalmente con Cheick Tidiane Seck e Oumou Sangaré. Cinema, teatro e musica si intersecano nel suo lavoro e le conferiscono un carisma narrativo capace di fondere musiche maliane e black music nordamericana, anche quando canta in un registro più intimo, punteggiato dalla giusta miscela di chitarre acustiche ed elettriche, come avviene in "Sigui". Il sottotitolo del brano è “la vita in una grande famiglia”: sia il simbolismo delle immagini, sia i testi (trascritti dal bambara in calce a tutti i video YouTube), non solo qui, ma in tutto l'album sembrano comporre un unico affresco che unisce i dodici brani esprimendo le diverse colorazioni affettive che attraversano le relazioni familiari e quanto scorre fra genitori e figli in chiave di emozioni, dolori, memoria, saperi condivisi fra le generazioni. Versi e narrazioni sono sempre avvolti e sospinti dalla chitarra: il primo dialogo sulla scena è proprio quello fra le sei corde e la voce, funzionale al pathos di ogni singola canzone, colonna vertebrale compositiva e, nei suoi sincretismi, veicolo di creatività artistica, molto più di quanto non avvenisse in “London Ko” tre anni fa. Recentemente, ad “AfroPop”, ha raccontato com’è nata la sua predilezione per la chitarra: “Il chitarrista mi chiamò per dirmi che dovevamo annullare due concerti perché non poteva esserci. Ho capito che se vuoi stare sul palco devi scrivere la tua storia. Quindi il mio rapporto con la chitarra è iniziato in modo molto difficile. Ho iniziato a lavorare sodo per poter salvare i due concerti che altrimenti avrei dovuto annullare a Parigi e, da quel momento, considero la chitarra parte della mia libertà, parte del mio gruppo, davvero una delle chiavi più importanti del mio lavoro. Da allora non ho mai rinunciato alla mia chitarra. Permette di scrivere quando vuoi, di avere la libertà di comporre e dirigere le persone velocemente facendo in modo che capiscano davvero la tua musica. Quindi la chitarra è davvero importante per me, non posso salire sul palco senza la chitarra”. Il nuovo album è curato dal produttore e polistrumentista -M- (Matthieu Chedid): con lui Fatoumata Diawara condivide l’esperienza nell'ensemble franco-maliano Lamomali, due album (“Lamomali”, nel 2017, e “Totem”, nel 2025) e gli incontri e il sostegno a colleghe più giovani, come nel caso di Lubiana (con cui ha registrato anche il recente “Women Who Run with the Wolves”), in questo video insieme allo Zénith di Nantes. Geograficamente, l’album attinge a un terzo territorio, quello del Lago di Como dove vive con la famiglia e dove l’ha registrato: ad un occhio italiano, risulterà relativamente familiare il paesaggio alle sue spalle nei video che presentano “Tati Bakary” e la canzone da cui l’album prende il titolo. "Djanne" apre l’album con un esplicito invito a ballare, sospinta da riff funk e dai sintetizzatori vintage di -M- e Joseph Chedid: i versi invitano chi ascolta a essere un viaggiatore consapevole, memore delle proprie radici mentre si allontana dai luoghi dell’infanzia. In "Mogo" i suoi riff di chitarra si amalgamano con basso e batteria in un impeccabile disco-dance che si fa più pensosa in “Tcheba” in cui mette nel mirino gli uomini in dialogo con le tastiere -M-. A metà album “Lahidou” e “Fala” offrono una delicata oasi acustica e parole di conforto a chi affronta difficoltà e malinconia. La chitarra elettrica torna a proporre linee melodiche blues in “Denko”, dedicata ai bambini con disabilità e in "Farana" (Lasciami in pace). "Nden" e "Djo" chiudono l’album in chiave acustica, nel primo caso con una ballata che una madre rivolge al figlio in tono consolatorio (Ko ko ko bè yen Mun de bè yen/Qual è il problema?) e nel secondo guardando alle relazioni familiari cercandovi il senso dell’essere umani, ricorrendo al dialogo fra la voce solista, il coro femminile e la brezza gentile della chitarra elettrica a sospingere gli arpeggi di quella acustica. Cuore dell’intero percorso resta “Tati Bakary”, l’omaggio al defunto padre di Fatoumata Diawara, un brano che incede solenne e affettuoso, traducendo i collanti, l’idea stessa di origini e del far memoria in chiave profondamente personale: “Papà... aspetta che ti suoni un po' del mio piccolo blues” la sentiamo cantare e omaggiare al contempo amici e maestri come Amadou Bagayoko (del duo Amadou e Mariam) e Toumani Diabaté, attraversando le diverse sfumature della sua vocalità ed espressività strumentale.
Alessio Surian
Foto di Marcello Perego




