Gli Impopolari si muovono in un territorio diverso, quello della memoria, della storia collettiva, della canzone come documento di un passato che ha ancora tanto da insegnarci. “D’altro canto” è il loro modo di far parlare quel passato nel presente - lo dicono loro stessi - e dentro il disco ci sono canti raccolti, storie dimenticate, vite ai margini ritrovate e restituite con cura artigianale. Francesco Bufarini porta in ogni brano anni di ricerca sul campo, voci raccolte, memoria viva. Riccardo e gli altri componenti del gruppo cuciono questa materia con una sensibilità da costruttori di ponti tra generazioni. Il canto tradizionale d’emigrazione “Italia Bella Mostrati Gentile” apre il disco con una semplicità quasi disarmante, una melodia popolare che suona familiare e aliena allo stesso tempo, come qualcosa che sapevi ma avevi dimenticato. “Lu Polverone”, dal repertorio di Matteo Salvatore, ha il sapore della polvere di strada, ritmo scalzo e voce che non si abbellisce, che non si nasconde. “Mamma mia dammi 100 lire (La maledizione della madre)” è il pezzo più dilatato, quasi sei minuti e mezzo di narrazione in cui la tradizione orale si trasforma in ballata drammatica, con una vocalità che porta il peso di generazioni. Tra i momenti più intensi del disco c’è la bella versione dell’emblematica “Il Galeone”. Quello degli Impopolari è un lavoro che richiede attenzione e disponibilità - non si lascia consumare in fretta - ma che una volta entrato dentro di te difficilmente se ne va. E poi ci sono i DePookan, e con loro si cambia aria, si cambia cielo.
“Sang et Cendre” - titolo che in francese significa sangue e cenere, come il disco stesso ricorda spesso nel suo percorso - è un’opera totale che intreccia musica, teatro, arti visive, mitologia e spiritualità in un unicum difficile da incasellare. Il gruppo torna con un album di inediti dopo trent’anni, e lo fa con l’ambizione di chi non ha fretta di piacere ma ha molto da dire. Nove pezzi che profumano di Medioevo proiettato nel futuro, dove la tradizione celtica e la world music eccentrica si fondono con un rock sperimentale che non segue sentieri battuti. La title track “Sang et Cendre” apre con una presenza densa, quasi rituale, fissando subito le coordinate emotive del viaggio. “Talyesin Merlino” evoca mondi artusiani con una leggerezza ingannevole, mentre “Eleen Aroon” porta la vocalità verso lidi gaelici con una cura melodica rara. “Blood Red Shoes” introduce una tensione più oscura, ritmi tribali che abbracciano il rock sperimentale senza mai tradire la coerenza del progetto. “Schule Agra” è uno dei momenti più intensi del disco, un esempio di come suoni lontani possano convergere in un’emozione universale. Ogni brano è un tassello di un puzzle che ha senso solo se visto nella sua interezza. Tre dischi, dunque, tre posture diverse davanti alla stessa materia - quella del tempo che scorre e della musica che tenta di tenerlo. I Mandalamarra con la forza dell’impegno e della militanza cantata, gli Impopolari con la grazia silenziosa del recupero e della restituzione, i DePookan con una proverbiale audacia visionaria.
Salvatore Esposito
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