Lero Lero – Lero Lero (Panta Records/Black Sweat Records/Shhh-Peaceful, 2026)

C’è un coccodrillo che si infila sotto una tavola apparecchiata sulla copertina del primo album di lunga durata dei Lero Lero. Se ne sta lì, in attesa che qualcuno abbia l’ispirazione e l’immaginazione di chiedergli di raccontare le storie di un’isola fatta di meraviglie sonore ibridate. Quell’isola è la Sicilia, un crocevia di ieri e di oggi che i Lero Lero attraversano virtualmente non con la pigrizia della riproposta, ma come fosse un pellegrinaggio profondo nei documenti sonori che stillano vita, sono materia viva, di per sé, se la si sa interrogare. E se sono “impolverati” è solo perché quei canti “disturbanti” hanno a lungo conflitto con un’idea di progresso unidirezionale e perché esteticamente, sovente, non si vuole apprendere dal passato dedicandovi del tempo per conoscere e capire. Piuttosto, si cercano strade facili nel consumo e nella riproposta del già esposto. Molti di quei canti non accomodanti per emissione e colore timbrico, dietro cui si disvela una visione del mondo “altra (seppure non sempre da condividere o da confermare), si ascoltano in questo bellissimo lavoro che non poteva non iniziare se non con un lamento, “Com’aiu fari”, riarticolato per tre voci, le cui procedure canore rimandano ai rituali della Settimana Santa; in origine era il canto di una lavandaia sulla perdita della madre, qui simboleggia il vuoto culturale lasciato dalla tradizione, ci dicono i musicisti. La seconda traccia, “Franculina”, rappresenta uno dei passaggi più fulgidi del lavoro “rigenerativo” della band: il profilo melismatico di un canto di carrettiere della zona di Bagheria accompagnato dalla chitarra microtonale dal mood mediorientale e da un groove potente dalla matrice rockeggiante di basso-synth e tamburello siciliano. Dall’agrigentino, “Bedda ca cantari a mia sintisti” (raccolto nel 1955 a Palma di Montechiaro) è in origine un canto del carcere accompagnato dall’incedere tagliente del marranzano. Si sviluppa su una ritmica scura e tesa, dominata da un drone avvolgente. La rielaborazione tesse una sorta di continuità tra i versi originali e altri canti nella forma dell’ottava siciliana: “un canto d’amore e struggimento, di solitudine e desiderio, di un’umanità squarciata dalla perdita della libertà e dal pensiero dell’amata lontana e irraggiungibile”, chiosano i musicisti. Invece “Salinai”, con la sua forma melodica più pacata, deriva dalla prassi di cantare per aiutarsi a tenere il conto delle ceste di sale, urlando delle filastrocche surreali, anche in forme nonsense, per favorire la rima ma finendo per generare un crescendo che diviene occasione di denuncia della durezza di vita e della condizione di miseria del lavoratore. Chitarre ed elettronica dalle venature pop nella splendida “Cuori ri canna”, un canto di sdegno non privo di ironia. Segue la formidabile riscrittura di una novena natalizia, “Monrealesi”, che era eseguita per zampogna a chiave e voce. Qui è trasposta su una chitarra (la cosiddetta palermitana) dal riff potente che riproduce la vocalità e le modalità strumentali non temperate. La melodia “alla viddanisca” di un altro canto di sdegno dell’agrigentino (“Aieri ci passava”) si staglia implacabile tra l’iterazione di basso-synth, scansione percussiva e riff di chitarra. Ancora, si profila la gustosa “Ova nichi”, un’abbanniata, espressione canora usata dai venditori per reclamizzare le merci in cui la voce originale del documento è campionata e dialoga con le voci di oggi. In chiusura “Ninna Nanna (U viersu)”, raccolta nel ragusano nel 1961, conserva il suo andamento ipnotico generato da arpeggi di synth bass. Riplasmare i suoni di questo patrimonio musicale lasciandosi guidare da un ascolto attivo, trasformarli maneggiandoli con cura e rispetto per chi li ha espressi, tra ricerca sulla memoria, visionarietà e creativa rielaborazione artistica. Emozionanti: Lero Lero! blacksweat.bandcamp.com/album/lero-lero

Ciro De Rosa

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