Lero Lero sono un collettivo di artisti che lavora sui repertori di tradizione orale siciliani attingendo a materiali fissati nelle ricerche sul campo del secondo dopoguerra, per elaborare un'originale traiettoria sonora. Dietro questo nome ci sono tre figure di spicco della scena palermitana: Alessio Bondì (voce, chitarra classica, chitarra battente e percussioni), cantautore che nel suo più recente lavoro solista “Runnegghiè” (2025) aveva già esplorato la rilettura creativa di documenti sonori isolani del secondo Novecento; Donato Di Trapani (sintetizzatori, drum machine e cori), musicista eterodosso che attraversa i generi popular da Paolo Nutini a Colapesce Dimartino; e Fabio Rizzo (voce e chitarra palermitana), chitarrista e produttore attivissimo nel circuito indipendente cittadino. Nel 2024 hanno pubblicato l’EP “Lero Lero Vol. I”, una prima ricognizione sui canti popolari, a cui sono seguiti vari live in Italia e una residenza artistica all’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi. Ad aprile 2026 hanno poi pubblicato il loro album di lunga durata per Panta Records, Black Sweat Records e Shhh/Peaceful, alla cui registrazione ha partecipato anche Giovanni Parrinello (drum pad e percussioni). La copertina – che ospita l’artwork di Giulia Parlato – mostra una tavola apparecchiata con avventori avvolti nella penombra, sotto la quale striscia un coccodrillo. Giuseppe Pitrè descrive la presenza di animali impagliati nelle drogherie palermitane, utilizzati dagli esercenti allo scopo di suggestionare la clientela ed evocare la provenienza esotica di spezie e preparati. Nel cuore della Vucciria, in un locale di via Argenteria, pende dal soffitto un coccodrillo del Nilo imbalsamato. Secondo la leggenda, l’animale un tempo abitava il Papireto, il corso d’acqua sotterraneo
della città; per disciplinare i bambini del quartiere, si usava raccontare che emergesse all’imbrunire dalle acque della fontana del Garraffello per divorare chi si attardava a giocare in strada. L’animale “mediterraneo” diviene qui simbolo di un rimosso culturale, di una memoria che i Lero Lero intendono ricomporre e riattivare non come relitto di un passato ma come corpus dall’enorme valore culturale e musicale. Qui sta il cuore del progetto Lero Lero – nome derivato da una serie di sillabe nonsense che si ascoltano nei canti come strategia improvvisativa –, musicisti che parlano di un atto di riappropriazione, rielaborazione e restituzione alle comunità di voci e suoni. Un’azione culturale e politica che anima da certo lasso di tempo molti artisti siciliani, ma non solo, e che non si traduce in semplice rilettura. Perché, se da un lato si sottraggono all’estetica folkloristica e pittoresca della sicilianità musicale, dall’altro non si pongono del tutto sulla scia di passate esperienze folk revivaliste, ormai storicizzate, ma offrono un riposizionamento che si rapporta non solo con la propria formazione musicale di matrice angloamericana e nord europea che – nel caso dei Lero Lero – affonda nel rock e nell’elettronica ma, soprattutto, percorre rotte che portano verso il Maghreb e l’Africa configurando ritmiche, intervalli e melopee estranee al canone occidentale, ma che si si rintracciano nelle espressioni del canto isolano.
“Blogfoolk” ha discusso con i tre protagonisti il progetto e l’album, scelto come nostro disco del mese di luglio.
Alessio Bondì – Da una decina d’anni scrivevo canzoni in siciliano quando mi sono imbattuto in questi documenti sonori. Ho iniziato ad ascoltarli con la sete di chi vuol sapere di più sulla propria cultura. Erano gli anni post-pandemia. Una certa idea di mondo contemporaneo, di progresso crollava. C’è chi si tappava il naso, chi gli occhi, e chi invece provava a fare un passo indietro. Lero Lero è il mio passo indietro: “Andiamo ad ascoltare cosa c’era prima”, mi sono detto. E ho scoperto un Atlantide di cui sapevo quasi nulla. È normale che questa materia si sia riversata dentro le mie produzioni artistiche, non solo a livello timbrico o compositivo, ma di consapevolezza. Seguire le radici aiuta a trovare l'acqua.
Donato Di Trapani – Io vengo da un percorso di studio del pianoforte e di sperimentazione della musica elettronica, per cui mi sono ritrovato a suonare in vari progetti, sia nazionali che esteri, e a sperimentare molto con appunto la sintesi, il campionamento, per cui nel collettivo è stato molto interessante anche applicare tutta questa ricerca ai canti, a un materiale così ancestrale.
Fabio Rizzo – Vengo dalla chitarra, ma in realtà ho sempre avuto un rapporto un po’ irrequieto con lo strumento. Fin da quando ero alle prime armi mi interessava capire cosa ci fosse oltre il linguaggio più convenzionale della chitarra, e per questo per anni ho lavorato molto con accordature aperte e slide guitar, soprattutto nel periodo dei Waines. Parallelamente mi sono sempre occupato di produzione musicale, collaborando alla realizzazione di dischi di artisti come il Pan del Diavolo, Dimartino ed Eugenio in Via di Gioia. Questo percorso mi ha portato anche a co-fondare insieme a Donato gli Indigo Studios a Palermo,
che oggi rappresentano il laboratorio permanente dove sviluppiamo la nostra visione musicale di Mediterraneo contemporaneo. Dall’incontro con Alessio Bondì ho trovato nel siciliano il centro magnetico della ricerca artistica. Da lì le domande si sono fatte sempre più profonde ed essenziali.
Come vi siete avvicinati agli archivi siciliani?
Alessio Bondì – Non eravamo interessati a qualcosa di specifico, ma con le orecchie spalancate davanti a un archivio che canta con mille voci diverse. Immaginiamo che questo primo archivio con cui noi abbiamo avuto un contatto è il sito delle Teche Rai, che è diviso per province, e sotto ogni provincia centinaia e centinaia di player con il titolo assegnato, quindi basta cliccare sul player per ascoltare il contenuto della registrazione. Così siamo andati, come dire, ad istinto, abbiamo iniziato ad ascoltare delle cose. Magari poi ci scocciavamo della provincia dell’agrigentino che è la prima, che appare in ordine alfabetico, allora ci dicevamo: “Vediamo cosa c’è a Palermo”. Ad esempio di Palermo a noi non era arrivato nulla di quello che si può ascoltare negli archivi, un’eco nel sangue ce l’hai, è una cosa molto strana ma rimane. Intendi dire che tu senti quelle cose e dici: “Ma io questa cosa non l’ho mai sentita ma la conosco”.
Cercavate materiale preciso o è stato uno studio di lunga durata?
Alessio Bondì – Abbiamo iniziato la nostra ricerca negli archivi in maniera più massiccia nel 2022. Questo
significa quasi post pandemia. Lo dico perché – secondo me – la nostra ricerca e anche questa temperatura che si è formata intorno a certi temi è proprio figlia di quegli anni. Ricordo benissimo, anche se come tutti gli altri, come moltissime persone tendo a rimuovere, quel momento pieno di incertezza ma allo stesso tempo di vita e di domande esistenziali importanti. Non posso dimenticare che è stato un momento in cui abbiamo messo in discussione profondamente l’essere umano come specie, il senso della vita su questa terra, una certa idea di mondo contemporaneo che, in qualche modo, crollando, sbriciolandosi, eccetera eccetera, ha dato vita a delle domande esistenziali, fondamentali, importantissime. Domande che, inevitabilmente, ti riconducono a una sorta di passo indietro, a chiederti cosa c’era prima di tutto questo e se non abbiamo lasciato in realtà qualcosa di importante alle nostre spalle. Questo è lo scenario in cui si inserisce una ricerca che dal 2022 abbiamo iniziato a realizzare con maggiore intensità ma che aveva i suoi presupposti già da qualche anno. Già da qualche anno possedevo l’archivio della RAI, il link dell’archivio della RAI che, ripeto, è gratuito, libero su internet, lo si può consultare in qualsiasi momento, chiunque può andare sul sito Teche Rai e andare a vedere cosa è stato raccolto della sua regione, della sua città, da vari etnomusicologi nel corso dei decenni, a partire dagli anni Cinquanta. Già quattro anni prima, Donato aveva portato in studio un vinile che aveva ritrovato tra le cose di suo nonno, un vinile credo degli anni Settanta in cui un’amministrazione locale illuminata di questo paesino che si chiama Villalba nel Nisseno aveva raccolto le voci dei contadini, dei lamentatori soprattutto. Lì, ci fu un primo vero contatto con questa materia ardente che ha acceso tutti noi. Da lì la curiosità è sempre andata
Come avete selezionato i materiali su cui lavorare?
Fabio Rizzo – La selezione dei materiali è avvenuta in modo molto istintivo. Durante l’ascolto di centinaia di documenti sonori capitava che alcuni canti ci colpissero immediatamente: poteva essere una melodia, un melisma, un timbro particolare o quel modo di cantare così diretto, mai addolcito, capace di contenere insieme dolore e vitalità. Abbiamo seguito queste folgorazioni, raccogliendo una ventina di canti che ci avevano particolarmente scosso. Da lì è iniziato un lavoro lungo e minuzioso: settimane passate a decifrare i testi, comprenderne ogni dettaglio e imparare a cantarli nel modo più fedele possibile. Quello è stato il primo nucleo del progetto, il materiale che abbiamo portato dal vivo nei primi due anni. Il disco, in fondo, è il condensato di quel percorso: un lavoro nato in maniera del tutto spontanea, dall’ascolto e dall’urgenza di entrare in relazione con questi canti.
Come si è sviluppata la rielaborazione sul piano musicale?
Donato Di Trapani – La rielaborazione è stato un percorso interessante per tutti noi perché ci ha trovati in un periodo del nostro percorso artistico e umano molto particolare, io in particolare ero spesso in viaggio in varie camere di hotel e Fabio e Alessio si scambiavano continuamente documenti, si scambiavano canti anche di presenza, vicenda, me li mandavano e io mandavo indietro delle altre cose, quindi è stato un momento molto bello quello diciamo dell'inizio dello scambio di materiali, per cui quando ci siamo
ritrovati insieme ci è sembrato naturale esprimere quelle che sono le nostre personalità artistiche in maniera spontanea, quindi magari Alessio cantava una melodia e io andavo indietro con un giro di sinto, viceversa a me veniva in mente qualcosa su cui Alessio decideva di appoggiare una cantata e Fabio subito con la chitarra o con un beat, a seconda del resto, per cui si è sviluppato in maniera molto naturale e gioiosa proprio perché avevamo davanti un campo sterminato.
Quale approccio a canti di un mondo che viene dal passato e nel quale non siete nati?
Alessio Bondì – L’approccio è quello di un corpo a corpo con un materiale vivo, ancora incandescente. Non ci interessa un lavoro museale, né l’idea di conservare o imbalsamare dei reperti del passato. Il primo passo è stato immergerci completamente nei canti: impararne le melodie, i melismi, le inflessioni, il modo stesso di concepire la voce. Questo processo ci ha portati inevitabilmente a mettere in discussione molte delle categorie musicali con cui siamo cresciuti, a partire dall’idea occidentale di intonazione, e più in generale una serie di modelli che consideriamo il risultato di precise dinamiche storiche e culturali, di fatto coloniali. Per noi non si tratta di recuperare qualcosa di perduto, ma di riattivare una relazione viva con un patrimonio che sentiamo nostro. Allo stesso tempo, non rinunciamo a ciò che siamo oggi: musicisti e persone del presente, attraversati da esperienze, ascolti e linguaggi contemporanei. Per questo parliamo di un corpo a corpo: questi canti non vengono semplicemente riprodotti, ma entrano in dialogo, e talvolta in conflitto, con tutto ciò che siamo.
Donato Di Trapani – In realtà non abbiamo mai preso una posizione dogmatica su cosa si dovesse fare con la riappropriazione di questo materiale, è stato fin dall'inizio un approccio molto gioioso e giocoso e la condivisione è stata fin sa subito la priorità di questo progetto: condivisione appunto tra di noi ma anche con la gente. Questo è uno dei motivi per cui amiamo particolarmente portare queste tracce dal vivo e per cui ad esempio abbiamo anche deciso di aprire a un luogo simbolo di Palermo come la Trattoria d’Apino, vero e proprio punto di riferimento della nostra città, la nostra musica, cercare di fare sì che la gente si possa riappropriare degli spazi, dei suoni e della combinazione tra suoni e spazi da sempre negata. Quindi non abbiamo mai pensato a cosa si dovesse fare e cosa non si dovesse fare: pensiamo che la tradizione sia fatta proprio per essere continuamente cambiata e rinnovata.
Uno spazio estetico ed etico che guarda alla sponda sud del Mediterraneo ma non solo. Modelli? Influenze? Letture? Ascolti che hanno contribuito a tracciare la rotta?
Alessio Bondì – In questi tre anni di confronti fitti tra noi del collettivo oltre ai documenti sonori che abbiamo esplorato, più che scambiarci dischi, ascolti eccetera eccetera ci siamo scambiati un sacco di libri, fonti, pensiero fondamentalmente. Quindi costruire questa idea o comunque questa messa in discussione di una serie di cose è passato anche per una serie di letture. Una primissima che mi viene in mente in questo momento è “Mediterraneo Blues” di Iain Chambers all’interno del quale, appunto, di questo libro abbiamo trovato una idea di Mediterraneo – come dire – che mette in discussione una serie di
mappe culturali che ci sono state imposte messe addosso per una serie di motivi storici, economici coloniali e quindi, sì, intanto io posso lanciare questa primissima suggestione di “Mediterraneo Blues”.
Fabio Rizzo – Invece un disco che mi viene in mente, che sicuramente ci ha per un momento colpito per una ricerca simile, ma che ha portato a una direzione diversa, è quello di questo misterioso gruppo greco che si chiama Aeson Zervas, che hanno pubblicato un disco di musica che ha un suono sicuramente, in qualche modo, riconoscibile come greco ma veramente molto misterioso, molto d’avanguardia e ci affascinava quello che facevano loro e questa etichetta di Atene che è uno di quei mondi a cui ci rivolgiamo.
Donato Di Trapani – Poi c’è anche l’elettronica balearica della Ola Interior, di Le Disques de Bongo Joe Records a Svizzera. Sì, molto bello. Quando si inizia ad aprire il canale verso certi mondi musicali poi è una sorta di abbraccio con i propri cugini, la propria famiglia, con tutto il Mediterraneo. Io aggiungo questo livello. Vedere che esistono delle scene, dall’Algeria alla Tunisia, insomma tutto il mondo arabo insieme a tutto quello che ribolle in Spagna con produttori tipo Raül Refree insieme a una nuova Occitania. Insomma si ricostruisce tutto un Mediterraneo interessantissimo in cui appunto ci sentiamo incastonati in mezzo.
Come nasce la chitarra palermitana?
Fabio Rizzo – A un certo punto ci siamo accorti che gli strumenti temperati occidentali non bastavano per seguire davvero le inflessioni delle voci che ascoltavamo nell'Archivio sonoro siciliano. In quei canti c'erano note intermedie, sfumature microtonali che una chitarra standard non riesce a restituire. Non abbiamo quindi ricostruito uno strumento antico: abbiamo dovuto inventarne uno nuovo. L’incontro con strumenti del Mediterraneo orientale, come il bağlama turco, ci ha suggerito una strada. Da lì è nata la cosiddetta “chitarra palermitana”, uno strumento pensato per muoversi dentro quelle intonazioni e riportare nel presente una ricchezza sonora che la standardizzazione musicale aveva in parte cancellato.
Ascolti che confermano una Sicilia da sempre terra di incroci!
Alessio Bondì – L’archivio racconta una Sicilia molto diversa da quella folkloristica. Dentro quei canti si sentono il Mediterraneo, il Nord Africa, il Vicino Oriente, ma anche echi che arrivano da mondi lontanissimi. Le urla dei carrettieri, i melismi delle lavandaie, certi canti dei salinai mostrano una parentela profonda con pratiche vocali diffuse in molte aree del bacino mediterraneo. Brani come “Beda ca cantari” o “Franculina” rendono particolarmente evidente questa dimensione di attraversamento e di scambio.
Possiamo dire che la drone music è sempre esistita...
Donato Di Trapani – Molte delle pratiche musicali che oggi definiremmo drone esistevano ben prima che la categoria venisse codificata. Nei canti di lavoro, nelle nenie, nelle invocazioni rituali si ritrovano note tenute, bordoni, ripetizioni ipnotiche che servivano a sostenere il gesto, il lavoro o la memoria. Più che applicare un'estetica contemporanea al materiale d’archivio, ci interessava riconoscere come certe forme di trance e di sospensione fossero già presenti in quelle musiche.
Avete usato dei campioni, ma soprattutto avete suonato e cantato voi: in che modo avete riproposto quelle modalità vocali "altre"?
Alessio Bondì – Non volevamo imitare i cantori dell’archivio. Sarebbe stato impossibile e anche poco interessante. Abbiamo cercato piuttosto di capire i principi che stavano dietro quelle emissioni vocali: il rapporto con il corpo, con il lavoro, con lo spazio aperto, con la necessità di farsi sentire a distanza. Da qui nasce una vocalità che conserva melismi, inflessioni e intonazioni oblique, ma che resta profondamente contemporanea. Le voci diventano così materia sonora, intreccio, richiamo, non semplice riproduzione filologica.
Nella tracklist che proponete ci sono dei brani più rappresentativi di questa singolarità di repertori?
Fabio Rizzo – Ogni brano apre una finestra diversa sull'archivio. “Salinai” mostra la durezza e la dimensione collettiva del lavoro; “Cuori ri canna” restituisce invece una tensione più intima e liberatoria.
In generale ci interessava far emergere la varietà di questo patrimonio: ninne nanne, lamenti, canti di sdegno, richiami dei carrettieri. L’archivio rivela un continente sonoro molto articolato.
Come si sviluppa nella dimensione performativa dal vivo il progetto Lero Lero?
Donato Di Trapani – Dal vivo il progetto non è una semplice riproposizione del disco. Cerchiamo di costruire uno spazio in cui il materiale tradizionale torni a essere esperienza condivisa. L'intreccio tra chitarra palermitana, sintetizzatori, percussioni e voci permette ai brani di espandersi e assumere forme diverse ogni sera. Ci interessa che il concerto mantenga quella dimensione comunitaria e orale da cui questi canti provengono, pur parlando con un linguaggio completamente contemporaneo.
Ciro De Rosa
La recensione
Foto tratte dalla pagina Facebook del Collettivo Lero Lero











