Kenavo deoc’h, Melaine Favennec (1950 – 2026)

Due altri addii in poco più di un mese sono davvero troppi per una regione così piccola come la Bretagna, prima il bardo Manu Lann Huell, il dieci di giugno a Brest, ora Melaine Favennec a Pont-l’Abbé. Segni di un’epoca che sta giungendo al tramonto. Anche in Armorica c’è stato chi ha combattuto attraverso la musica, chi ha lottato contro un nemico o contro le menzogne, i suoi primi tre dischi sono stati contemporaneamente poesia e requiem di oltraggio e pudore mescolati, nell’espressione di energie recuperate sia dal cosmo che dalla quotidianità. Scriveva testi sensuali e irreali che la maggior parte delle volte non si rivelavano del tutto alla sola lettura ma occorrevano della voce per raggiungere epica e nitore. L’harmonium (suo strumento preferito) unito a violino, bombarda, pianoforte, sassofono, chitarre e violoncello, hanno riscritto una tradizione bretone in continua evoluzione. Per raccontare, simbolizzandoli, lamenti e rivendicazioni, si è rivolto al pibroc’h scozzese (“La Morte Mi Assale”), all’antica poesia cinese (“Il Miglio Tchou”), alla guida spirituale Oglala/ Lakota Alce Nero (“Al Vischio L’Anno Nuovo”). Amante della poetica universale non ha cantato solamente i bretoni ma anche il fiammingo simbolista Emile Verhaeren (“Gioia Di Vivere”), il sofferente brasiliano Manuel Bandeira (“Canzone Dei Piccoli Schiavi”) o il pacifista Premio Nobel 1960 per la Letteratura, Saint-John Perse (“Ai Paesi Frequentati”). Con i vecchi compagni del Trio EDF si è spinto in anni più recenti all’”Alleluia” di Cohen e alla ballata per il figlioletto morto di Eric Clapton, “Tears In Heaven”, tradotta in bretone da Bernez Tangi. “La canzone, per piccola che sia, mi tiene i piedi per terra e il canto mi porta in volo verso
il futuro, cerco la respirazione più profonda delle parole, ancora non oso sostenere il tempo dei ritornelli, divulgo il grido finché non trova asilo nelle parole. Un grido segreto per ritornare con canzoni semplici e canti di largo respiro verso uno spazio ai limiti delle nostre forze e piantarvi, in ogni albero, l’immagine della foresta intera”
. Melaine Favennec era il seducente cantautore che cercava di farsi posto con delicatezza verso l’apogeo di una vita talvolta latebrosa, si svegliava, usciva al mattino sotto la pioggia o nella nebbia, con la testa già piena di domande. Il cantore di quelli che si scaldavano le mani con gli scarichi delle auto nell'inverno bretone, intanto stava attualizzando la tradizione popolare con lo stupefacente nuovo folk di Dans Le Faubourg De Ballazeux. Senza mai dimenticare la musico-terapia della "clessidra orizzontale", destrutturava le convenzioni cantate, salmodiava una danza con le cadenze della propria pulsione cardiaca ma le velocità di un’equazione cosmica di comunione sociale. Al tempo della sua giovinezza anche nella Piccola Bretagna, le persone si riunivano, la peonia lavorava la terra, l'ortica mordeva le pietre, la parola stava in allerta e melodie penetravano la pelle: “si crede di vedere la luna ondeggiare, perdersi, cantare una ninna nanna, vacillare nel futuro percorrendo il giorno”. Come ovunque, andava affermandosi una nuova generazione inquieta e contestatrice che si opponeva a inquinamenti chimici, biologici, radioattivi, si rivoltava contro le micidiali maree nere del falso progresso. La storia andava raccontata e anche lui fece la sua parte: “Il mio canto è una corsa nell’aria salina che crepita, una sedia che parla, l’estasi è alle nostre porte che bussa e ci risveglia con il suo corteo di splendori e passi falsi. Io non sono il cantore della voluttà dell’an-dro e del fervore del plinn, la tradizione che mi attraversa mi dice incessantemente di spingere il mio canto contro il grigiore”. Inizialmente, in verità, aveva anche lui partecipato al folk assieme a Diaouled ar Menez (Diavoli della Montagna), storico gruppo bretone formatosi nel 1971 a Carhaix grazie a Yann Goasdoué (futuro direttore della Coop Breizh) e all’eccelso chitarrista Bernard Benoit. Altri si aggiungeranno, a mescolare strumenti tradizionali ed elettrificati nella rinascita della
musica da ballo della Regione. Si facevano chiamare Avel ar C'hwitell (Vento del Fischietto) sarà l’indimenticato bardo Youenn Gwernig a fornire loro nuovo nome, affermando: “la musica prodotta da questi birbanti è destinata all'esaltazione dei corpi che all'elevazione delle anime”. Nelle festoù-noz del Finistère d’inizio anni ‘70, Favennec suonava al violino, gavotenn, dans plinn e fisel, tamn kreiz, ton doubl con l’ardore di un vecchio irlandese. Aveva interpretato il commediante, il fotografo, pubblicato la raccolta di racconti illustrati Noël d’Orange, si era formato nel campo dell’espressione corporea, aveva scelto di vivere a Plouigeneau per meglio scoprire “fantasticherie e sofferenze collettive”. Ben presto sarà anche l’ora della Cooperativa Névénoé, a Morlaix, centro di creazione artistica e organizzativa indipendente, rivoluzionaria e comunitaria, i decenni trascorreranno, vincerà i Premi dell’Accademia Charles-Cros e de La Création en Bretagne, perderà la voce, diventerà pittore di barche, tornerà la voce. Originario di una famiglia di musicisti di Quimperlé, da molto tempo Melaine si era stabilito con la famiglia, nel Pays Bigouden, vicino alla Chapelle Saint-Budoc (XIII secolo) con le sue vetrate contemporanee e vicino, l'antico calvario. Non molto tempo fa mi aveva gentilmente inviato tutti i testi non compresi nel suo esordio discografico Basse Danse (che la moglie Mary aveva all’epoca, trascritto alla macchina da scrivere) aggiungendo la considerazione: "Elles sont souvent effacées par le temps, mais je les vois toutes là, gravées dans la pierre" (Vengono spesso cancellate dal tempo ma io le vedo tutte li, incise nella pietra). Ora purtroppo, tocca a lei concludere: “Melaine est parti dans les heures où il finissait ses spectacles et rentrait” (Melaine è partito all’ora nella quale gli spettacoli finiscono e si ritorna a casa). Kenavo deoc’h anche dall’Italia. 


Flavio Poltronieri

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