Nel panorama di quella che per comodità chiamiamo world music, con tutti i limiti strutturali della categoria, il campano Francesco Di Cristofaro si distingue come studioso, polistrumentista e compositore dalla spiccata versatilità. Ricercatissimo musicista, capace di far dialogare fiati tradizionali, corde e fisarmonica con linguaggi musicali plurimi, si muove su traiettorie sonore del tutto inedite: dalle ibridazioni dei Brigan, di cui è fondatore e asse portante, alla rilettura per pianoforte del corpus di Vardapet Komitas, dalle collaborazioni internazionali per colonne sonore cinematografiche al lavoro live con Moni Ovadia, Peppe Barra e Flo fino alle sperimentazioni elettroniche a suo nome con i Degoya. La sua già prolifica carriera rappresenta un viaggio continuo tra espressioni del Sud Italia, influenze iberiche, suggestioni del Mediterraneo e del mondo caucasico, cultura elettronica e sound art. Con la creazione della label Liburia Records ha tradotto in pratica esecutiva il suo abitare universi sonici differenti, costruendo un roster artistico di grande valore culturale. Nei primi mesi del 2026 ha realizzato due importanti lavori discografici: “Pacienza, pane e tempo”, a suo nome, album elettro-acustico dal taglio narrativo (con la voce di Cesare Basile), ispirato a “Morte dell’inquisitore” di Leonardo Sciascia, e con i Brigan “Voci di Mare e di Vento”, esito di una residenza boreale nel nord norvegese in collaborazione con il musicista Sámi Torgeir Vassvik. Essenza di entrambi i lavori è il superamento di confini di genere, con la ricerca di connessioni inedite tra forme e linguaggi. L’ultimo disco è entrato nella prestigiosa “Longlist” del “Preis der deutschen Schallplattenkritik” (Premio della critica discografica tedesca) che celebra l’altissima qualità e l'originalità delle registrazioni musicali. Del fervore creativo, delle recenti produzioni musicali, del lavoro con Liburia Records e della personale e ricerca espressiva che si apre a riflessioni di più ampia portata oltre la sfera individuale, abbiamo discusso con Francesco Di Cristofaro.
È un lavoro che ha preso forma molto lentamente a partire dal 2020 ed è concluso nel 2025. Tutto nasce dalla mia passione per Leonardo Sciascia e, in particolare, per il suo testo “Morte dell’inquisitore”, pubblicato nel 1964. Non si tratta di un romanzo tradizionale: Sciascia lo definiva un “racconto-saggio” o “romanzo-inchiesta”, perché intreccia ricerca storica, riflessione politica, ricostruzione narrativa e indagine morale. Al centro del libro c’è la figura storica di Diego La Matina, frate agostiniano di Racalmuto — lo stesso paese di Sciascia — perseguitato dall’Inquisizione siciliana nel Seicento. Dopo anni di carcere e torture, La Matina riuscì a uccidere l’inquisitore spagnolo Juan López de Cisneros durante un interrogatorio: un caso quasi unico nella storia dell’Inquisizione. Per Sciascia, però, questa vicenda storica è soprattutto un modo per parlare del presente. L’Inquisizione diventa il simbolo di ogni potere che pretende di controllare il pensiero, manipolare la verità e reprimere il dissenso. Lo scrittore vedeva nei meccanismi inquisitoriali un’anticipazione dei totalitarismi moderni e delle degenerazioni della giustizia contemporanea. Uno degli aspetti che mi ha più colpito del libro è proprio il metodo di lavoro di Sciascia. Non avendo a disposizione tutti i documenti originali – molti archivi erano andati perduti o distrutti – costruisce l’opera come un’indagine aperta, fatta di ipotesi, frammenti, intuizioni e interpretazioni. Quasi un lavoro da detective letterario. Il titolo “Pacienza, pane e tempo” deriva invece da una frase incisa sui muri delle carceri dell’Inquisizione nello Steri di Palermo, documentata negli studi sui graffiti dei detenuti inquisitoriali.
Come si sono intrecciati l’elemento musicale, quello antropologico e quello narrativo?
Al centro dell’idea compositiva c’è l’aspetto narrativo, che parte proprio dall’interno delle celle attraverso i graffiti presenti a Palazzo Steri, attraversa la fuga a Racalmuto di Fra Diego e arriva fino all’autodafé
conclusivo. Ho sviluppato il disco come una sorta di colonna sonora immaginaria, in cui frammenti di testo, field recordings d’archivio legati a Palermo, strumenti sospesi tra tradizione iberica e Sud Italia ed elementi elettronici cercano di creare una continuità narrativa. L’obiettivo era far convivere elementi differenti all’interno di un unico percorso sonoro, quasi cinematografico e visivo.
La voce narrante è quella di Cesare Basile. Come è nata e come si è sviluppata la vostra collaborazione?
Cesare Basile è stata una conseguenza naturale della ricerca sul suono della voce narrante del disco. La sua storia artistica, oltre al suo timbro vocale, mi sembravano perfetti per rappresentare l’aspetto narrativo dell’intera vicenda inquisitoria. C’è nella sua voce una dimensione profondamente umana, aspra e intensa, che sentivo molto vicina all’atmosfera del progetto. La collaborazione si è sviluppata in modo molto spontaneo, lasciando grande libertà interpretativa alla parola e alla sua presenza sonora all’interno del disco.
Che ruolo ha il ritmo in questo lavoro?
Il ritmo rappresenta un elemento circolare all’interno dell’intero percorso sonoro. Non riguarda soltanto il mondo delle percussioni, ma anche il movimento ossessivo di alcuni droni e di parti apparentemente meno ritmiche. È una sorta di pulsazione continua, a tratti quasi invisibile, che accompagna tutto il disco e ne sostiene la tensione narrativa.
Come si attraversano linguaggi musicali differenti mantenendo una coesione narrativa?
Il disco ruota attorno all’Inquisizione spagnola in Sicilia, in un Mediterraneo che da sempre vive di mutazioni, contaminazioni e intrecci culturali. Ho cercato di riportare questa mescolanza sonora all’interno del lavoro, lasciando convivere linguaggi musicali differenti in maniera il più possibile naturale. Per me non si tratta di sovrapporre elementi distanti, ma di far emergere connessioni che appartengono già alla storia sonora del Mediterraneo.
Che funzione hanno i field recordings dentro “Pacienza, pane e tempo”: documentaria, ritmica, di atmosfera?
Hanno principalmente una funzione atmosferica ed evocativa. Le registrazioni dedicate ai mercati storici di Palermo, ad esempio, servono a richiamare quei luoghi e a trasformarli in uno spazio sonoro immersivo.
Sono elementi che contribuiscono a trasportare l’ascoltatore dentro l’ambiente narrativo del disco, creando una relazione diretta tra memoria, spazio e suono.
Come cambia il tuo processo compositivo tra un lavoro solista più sperimentale, la scrittura per immagini o per testi e il lavoro con i Brigan, dove esiste un’identità sonora collettiva molto forte?
Il processo compositivo, in realtà, rimane abbastanza simile. Nel lavoro con i Brigan entra però in gioco anche la visione di Andrea Laudante, che amplia ulteriormente le possibilità sonore e narrative.
La differenza principale riguarda forse il rapporto con la dimensione live: nei miei lavori solisti non sento necessariamente l’esigenza di riprodurre dal vivo ciò che viene registrato, e questo mi permette una maggiore libertà nella scrittura e nella produzione. Con i Brigan, invece, c’è sempre un’attenzione particolare alla possibilità di portare sul palco il materiale del disco.
Oltre alla fisarmonica e agli strumenti a corda, lavori molto anche con fiati come duduk e flauti tradizionali. Come riesci a rispettarne la natura timbrica e, allo stesso tempo, a spingerli verso linguaggi contemporanei?
Ormai è qualcosa che avviene in modo piuttosto naturale, senza un approccio troppo razionale. In questo lavoro ho utilizzato i diversi strumenti soprattutto per la loro forza timbrica, cercando di farli emergere in modo decontestualizzato rispetto al loro utilizzo più tradizionale. Mi interessa mantenere il carattere sonoro e identitario di questi strumenti, ma allo stesso tempo inserirli in contesti che possano aprire nuove possibilità espressive.
Hai collaborato con musicisti e artisti molto diversi tra loro. Che cosa ti lascia ogni collaborazione? E quanto riesci, ogni volta, a mantenere riconoscibile la tua identità musicale?
Ogni collaborazione permette di entrare in contatto con visioni differenti della musica e della vita. È un processo di continua crescita, sia artistica che umana. Cerco di fare tesoro di tutte queste esperienze e di riversarle nei lavori che realizzo. Allo stesso tempo provo sempre a mantenere una riconoscibilità personale, sia dal punto di vista timbrico che nel linguaggio musicale, che negli anni si è costruito attraverso studi, esperienze e soprattutto viaggi.
L’etichetta indipendente che hai creato, Liburia Records, ha ormai una storia solida, produce materiali in digitale e in supporti fisici, anche con distribuzione estera. Cosa comporta gestire una label in Italia, oggi?
Gestire una label indipendente in Italia oggi significa, prima di tutto, avere la determinazione di andare avanti in un mercato profondamente cambiato. Lo streaming ha reso la musica accessibile come non lo è mai stata, ma allo stesso tempo ha modificato il modo in cui viene percepito il suo valore, soprattutto quello del supporto fisico, e ha reso il panorama molto più competitivo. Per questo oggi un’etichetta non può limitarsi a pubblicare dischi: deve costruire un'identità precisa, instaurare un rapporto di fiducia con gli artisti e con il pubblico e, soprattutto, cercare di raccontare una visione. In Liburia Records continuiamo a credere nel digitale, che è uno strumento imprescindibile, ma anche nel supporto fisico, perché un disco non è soltanto un oggetto: è memoria, cura, esperienza. Ogni nostra pubblicazione nasce da un percorso che unisce ricerca, produzione, promozione e attenzione ai dettagli, cercando sempre di mettere la qualità e la coerenza artistica davanti alle logiche del mercato. Essere indipendenti significa soprattutto avere la libertà di fare delle scelte, senza inseguire le tendenze del momento o i numeri a tutti i costi. Cerchiamo di costruire qualcosa che possa durare nel tempo, mettendo la musica e gli artisti al centro di ogni scelta.
Passando al lavoro con i Brigan, quanto il materiale popolare è punto di partenza per un’esplorazione contemporanea?
In questo lavoro, in particolare, il materiale popolare è entrato progressivamente man mano che il disco prendeva forma. Nei lavori precedenti, invece, ha rappresentato spesso un punto di partenza fondamentale, sia dal punto di vista musicale che nei testi.
Come siete finiti a Gamvik?
Qualche anno fa abbiamo conosciuto al WOMEX il musicista sami Torgeir Vassvik, con il quale è nato
immediatamente un rapporto artistico, culminato poi nella collaborazione a un brano del nostro disco Liburia Trip. I suoi racconti sul villaggio d’origine, Gamvik, sulle condizioni estreme di vita e sui lunghi inverni artici ci hanno incuriositi fin da subito. Abbiamo iniziato a immaginare un confronto tra il nostro territorio, al centro del Mediterraneo, e un luogo così distante, aspro e apparentemente inospitale. Grazie al finanziamento di Creative Europe, abbiamo avuto il modo di poter organizzare questa residenza artistica proprio lì ed insieme a Vassvik.
In che modo le condizioni ambientali estreme hanno modificato il vostro ritmo di lavoro e il suono stesso del progetto?
Soprattutto dopo i primi giorni abbiamo avuto molte difficoltà ad abituarci alle pochissime ore di luce, circa due o tre al giorno, vivendo il resto del tempo completamente immersi nel buio, ma con la grande possibilità di osservare l'aurora boreale quasi tutti i giorni. Questa condizione, così lontana dalla nostra esperienza quotidiana, ci ha portati verso una dimensione di forte immersione nel lavoro, quasi di isolamento e profondità. Credo che questa sensazione sia poi finita inevitabilmente anche nella scelta dei suoni e nelle idee nate durante la composizione collettiva del disco.
In che misura il soggiorno in Norvegia ha cambiato il tuo rapporto con lo spazio sonoro, dal silenzio alla riverberazione naturale?
Vivere in un luogo in cui l’impatto dell’inquinamento acustico è praticamente pari a zero e poter percepire realmente i suoni della natura senza alcun filtro è stata un’esperienza fondamentale. Quasi una forma di pulizia dell’ascolto.
Come si traduce musicalmente quella che hai definito “la luce del Nord artico”?
Abbiamo cercato di inserirla come una presenza quasi invisibile, attraverso numerosi field recordings registrati direttamente lì, capaci di restituire la sensazione sospesa e rarefatta di quei luoghi.
Nella presentazione dite che questo lavoro è un “gesto di ascolto”. Ci dici qualcosa in più su questa prospettiva?
In un’epoca in cui tutto è sempre più veloce e consumabile – compresi i tempi della musica, sia nella produzione che nella fruizione – questo lavoro si muove volutamente nella direzione opposta. È un disco pensato come un’unica traccia narrativa e sonora, che richiede tempo e attenzione. Per noi era importante restituire quell’esperienza vissuta e tradurla in circa un’ora di suoni, parole e immagini sonore. In questo senso, il disco vuole essere davvero un gesto di ascolto: un invito a rallentare e immergersi completamente nel racconto.
Come si è costruito, nella pratica, l’elaborazione musicale?
Abbiamo allestito un vero e proprio studio mobile all’interno della casa del guardiano del faro di Slettnes che abbiamo avuto a disposizione per l'intera durata della residenza, tra gennaio e febbraio 2025. Durante le poche ore di luce uscivamo a esplorare il villaggio e la tundra; il resto della giornata era occupato da lunghe sessioni di registrazione, lavoro sui testi, sviluppo delle idee e ascolto dei materiali raccolti. In diversi momenti abbiamo avuto anche la possibilità di intervistare alcune persone del villaggio, raccogliendo racconti e testimonianze che sono poi confluiti nei diari e che hanno contribuito a costruire quell’immaginario, a tratti anche onirico, dell’estremo Nord.
Hai trovato punti di contatto tra i modi del Sud Italia e quelli del mondo artico? Avete lavorato su possibili convergenze estetiche?
Dal punto di vista estetico abbiamo percepito una forte distanza tra il nostro mondo sonoro e quello artico.
Tuttavia, sul piano delle funzioni della musica, abbiamo trovato diversi punti di contatto, soprattutto nelle musiche legate alla caccia e alla pesca. Nel disco abbiamo cercato di mettere queste esperienze sullo stesso piano narrativo e simbolico, come accade ad esempio nel brano “La mattanza”.
Come avete lavorato con l’esperienza sonora e culturale dello joik di Torgeir Vassvik per entrare nella profondità di quel canto?
Abbiamo cercato innanzitutto di integrarci, per quanto possibile, nei luoghi e nei ritmi di vita di quel territorio. Il canto joik è stato uno dei punti di riferimento fondamentali per sviluppare l’intero impianto compositivo del lavoro, sia per il suo valore rituale che per la sua relazione profonda con il paesaggio e con la memoria.
Con i Brigan, la componente d’insieme è fondamentale. Quanto spazio lasciate all’improvvisazione e quanto, invece, a una struttura rigorosamente scritta?
In generale c’è sempre una struttura molto definita e pensata in partenza. Nei live, però, lasciamo diversi spazi all’improvvisazione, che per noi rappresenta una parte importante del dialogo musicale e della dimensione performativa.
Sul piano organologico e timbrico, il lavoro a latitudini estreme ti ha portato a ripensare l’uso di alcuni strumenti?
Non particolarmente. Abbiamo utilizzato strumenti che sentivamo adatti non solo a evocare un immaginario sonoro artico, ma anche a proseguire il percorso timbrico che caratterizza i Brigan negli ultimi sei o sette anni.
Probabilmente “L’antico maestro”, l’ultimo brano della tracklist. È una ballata dedicata all’imponenza del mare, visto quasi come una figura ancestrale, un grande maestro. È nato durante una sessione notturna negli ultimi giorni di residenza e rappresenta forse l’aspetto più emotivo e intimo dell’intero viaggio.
In post-produzione, come integrate elettronica e mixaggio senza perdere la grana organica degli strumenti acustici?
In questo c’è sicuramente la grande mano di Andrea Laudante, sia nell’uso dell’elettronica che nel lavoro di missaggio. Fin dall’inizio abbiamo pensato questo disco non in funzione della dimensione live, e questo ci ha dato una maggiore libertà nell’utilizzo di elementi difficilmente riproducibili dal vivo. Il lavoro tra elettronica e strumenti acustici cerca comunque sempre di amalgamare tutto in un unico suono coerente e organico.
In questo progetto musica e diario di viaggio sembrano intrecciarsi continuamente. Quanto era importante restituire il senso totale dell’esperienza?
Il senso del progetto è esattamente questo: cercare di restituire, nel modo più sincero possibile, la nostra esperienza in un luogo così distante da noi, sia geograficamente che culturalmente.
Allo stesso tempo volevamo mantenere viva l’idea del viaggio come esperienza di ascolto e confronto con culture altre, cercando poi di integrare tutto questo all’interno del nostro linguaggio musicale.
È anche un lavoro che richiede tempo e attenzione in un’epoca di fruizione velocissima della musica. A quale pubblico pensate possa parlare?
È una domanda che in realtà non ci siamo mai posti davvero. Sicuramente è un lavoro che parla a chi sente
Quando lavori su materiali tradizionali, senti di più il peso della responsabilità o la libertà della reinvenzione?
In questo momento sento soprattutto la libertà della reinvenzione, senza particolari filtri o rigidità.
Nel nuovo lavoro il silenzio sembra avere un ruolo quasi compositivo. È qualcosa che hai maturato negli anni?
Il silenzio è una parte fondamentale dell’ascolto ed è un elemento che, soprattutto negli ultimi lavori dei Brigan, ha assunto un ruolo sempre più importante all’interno della scrittura.
Dopo questo viaggio, cosa senti di aver portato indietro musicalmente e umanamente?
Sicuramente un’esperienza memorabile sotto ogni aspetto: umano, artistico e anche personale, nel confronto con condizioni climatiche ed esistenziali molto estreme. Lavorare in quelle condizioni è stato duro ma anche estremamente stimolante. Spero che in futuro possano nascere nuove esperienze di questo tipo.
Come si traduce dal vivo “Voci di mare e di vento?”
Non ci sarà una vera e propria versione live. Fin dall’inizio abbiamo deciso di racchiudere questo progetto esclusivamente nella forma del disco, accompagnato da un libretto con fotografie dei luoghi e i diari di viaggio, scritti interamente da Andrea Laudante.
Ciro De Rosa









