
“Pacienza, pane e tempo” è ispirato alla storia, narrata da Sciascia, del frate agostiniano “eretico” Diego La Martina, incarcerato più volte dall’Inquisizione siciliana fino all’esecuzione capitale a seguito dell’uccisione dell'inquisitore Juan López de Cisneros. Il compositore campano Francesco Di Cristofaro (sintetizzatori, fisarmonica, punteiro, friscalettu, marranzano, elettronica, chitarra elettrica e classica, basso, pianoforte, bağlama, duduk, cori, voce), insieme a Cesare Basile (voce narrante) e con la collaborazione in alcune tracce di Alfredo Pumilia (violino), Antonio Di Costanzo (clarinetto) e Francesco Paolo Manna (zarb, riqq, tamburello), plasma in nove tracce una colonna sonora dai tratti scuri, visionaria e terrosa al contempo (“Pensa beni a la morti”, “La desiderata libertati”, “Fuga a Racalmutu”, “Palermu”, “Haec est terra tenebrosa”, “Morte dell’inquisitore”, “Tamburu sona”, “L'ultima notte di Fra Diego”, “Vivo abrugiato, fossero al vento le di lui ceneri disperse”). La vocazione teatrale si rivela l'impianto ideale per rievocare tutta la drammaticità di questa vicenda storica, in una produzione che attraversa i generi stratificando espressioni popolari, timbri che percorrono il bacino musicale mediterraneo, frammenti di testo, trame elettroniche, elementi ambient e field recording. Lo spoken word di Cesare Basile restituisce la parola a una figura resa marginale dalla Storia. I testi utilizzati provengono dai graffiti di Palazzo Chiaramonte (Steri) – antico carcere dell’Inquisizione di Palermo – e da due poesie di Leonardo Sciascia (“La notte” e “Insonnia”), tratte dalla raccolta “La Sicilia, il suo cuore”. Il testo conclusivo è invece estratto dal diario dell’autodafé del 17 marzo 1658.
Tra note di viaggio, immagini, parole e musiche, “Voci di mare e di vento” è la nuova produzione dei Brigan, realizzata nell’estremo settentrione della Norvegia da Francesco Di Cristofaro (narratore, doppio flauto, low whistle, mandolino, punteiro e bouzouki), Andrea Laudante (narratore, voce, elettronica, chitarra elettrica e percussioni) e Ramon Rodriguez Gomez (tamburo a cornice quadrato, pandereta, tamburo sciamanico, kanjira, marranzano ed effetti). Il lavoro è l’esito “radicale” della residenza artistica “Voices of Sea and Wind”, sostenuta da Creative Europe e dal Goethe-Institut, che a inizio del 2025 ha portato i musicisti a 71°05’22.42”N 28°13’05.63”E, presso il faro di Slettnes (in copertina dell’album), nella penisola di Nordkyn, vicino al villaggio di Gamvik. Si tratta di un’opera in cui i musicisti del Sud dialogano con un esponente della cultura Sámi, Torgeir Vassvik (voce, chitarra, munnharpe e tamburo). Le condizioni ambientali, le risposte alle sensazioni percepite e l’ascolto in una terra in cui natura e vita umana sono profondamente intrecciate, hanno “modellato” la creazione musicale, che raccoglie elementi testuali popolari e colti, frammenti sonori, litanie, registrazioni d’archivio e composizioni originali. “La Tundra” rappresenta l’inizio del viaggio, dove “la terra finisce” incontrando il Mare del Nord. Il vento, il canto degli uccelli, il fraseggio del flauto, lo joik di Vassvik e la voce narrante di Laudante ci trasportano nel Nord boreale. Il brano sbocca ne “L’invocazione”, dove si citano versi dai “Canti del popolo napoletano” raccolti da Luigi Molinaro del Chiaro (1880). Guidata da marranzano, tamburi, doppio flauto, nacchere e macchine, “L’occhio” è una tarantella dal profilo folk-electro. Suoni ambientali accompagnano la visita al faro (“Nel ventre”), mentre ne “La bufera” corde orientali vanno di pari passo con il penetrante timbro del chanter della gaita gallega. Nel buio dell’inverno artico l'udito si acuisce per cogliere il crepitio del ghiaccio, il suono del vento o i propri passi. Dopo il resoconto onirico (“Il Sogno”), incontriamo il minimalismo de “L’addio”, in cui la voce di Vassvik si appoggia a una chitarra essenziale. “Il Gamvik Handel” registra la cronaca di vita ed è il preludio a un viaggio nel Mare Artico. Segue “La Mattanza”, un tenebroso e potente episodio che riprende registrazioni d’archivio realizzate a Favignana, in Sicilia, fino alle conclusive sequenze danzanti. “L’antico maestro” rivela, tra la narrazione e le placide note di una ballata acustica, la presenza del mare, che “parla attraverso i musicisti”. Infine, “La luce” segna l’apertura, la celebrazione di fronte al sole che si affaccia dopo tanti giorni della mørketid (notte polare), mentre lo sciabordio delle acque ci conduce alla conclusione. L’Artico non fornisce ai Brigan una mera ispirazione estetica, ma suscita un modo per ridefinirsi tra i ghiacci del Nord. “Voci di mare e di vento” non è un semplice disco, ma un’opera che restituisce un’esperienza profonda, totalizzante e trasformativa di incontro e di riconoscimento reciproco. Si inscrive in quel percorso intrapreso con “Liburia Trip” e proseguito con “Luna, cera e vino”, che si rivela coraggioso e dirompente. È un approccio che invita chi ascolta a “rallentare” – dice Di Cristofaro nell’intervista –, a immergersi totalmente nel racconto e ad abbracciare una decostruzione sonora visionaria. Una scelta di coraggiosa quella dei Briganm, non priva di asperità, ma che ribadisce il percorso originale della formazione che rifiuta le sponde rassicuranti folk e si distanzia dalle più abusate riletture revivalistiche della tradizione orale.
Ciro De Rosa
Tags:
Campania
