In questo luogo incantevole, circondato dalle montagne e affacciato su un lago, il pittore norvegese Nikolai Astrup ha vissuto e lavorato; e proprio qui il musicista Karl Seglem, in un breve set, ha alternato l’uso di corni animali e sax tenore per rileggere i repertori coreutici tradizionali. Tra gli artisti in cartellone abbiamo rivisto con piacere le frizzanti Sabela Caamaño (all’organetto cromatico) e Antía Ameixeiras (violino e voce), vivaci nella loro rielaborazione di forme musicali galiziane, e il virtuoso duo serbo-bosniaco formato da Daniel Lazar (violino) e Almir Meskovic (fisarmonica), che ha animato diverse venue per la comunità intergenerazionale di Førde. Tra le fusioni che ci hanno piacevolmente impressionato spiccano gli Áhpparas: un trio guidato dallo joik del sámi Viktor Govasli Wilhelmsen, che fonde il canto tradizionale basato sull’uso di sillabe non lessicali e melodie ripetitive e circolari, con una nerboruta sezione ritmica di batteria e basso rock, unita a riff di chitarra elettrica desert blues e di stampo hendrixiano. Il principale centro culturale della cittadina, la Førdehuset, è l’arena deputata ai concerti rivolti a un pubblico numeroso e sempre attento. Proprio qui, all’insegna del tema pacifista, si è tenuto il concerto di apertura del 2 luglio
all’Idrettshallen, che ha coinvolto numerosi artisti in un paio di brani corali. Nella giornata di venerdì 3 luglio il ritmo del festival si è fatto davvero serrato, offrendo una serie di live che hanno lasciato il segno. Nel primo pomeriggio è stata la volta delle Daughters of Donbas, progetto guidato dalla cantante, etnomusicologa e corrispondente di guerra ucraino-canadese Marichka. Lo spettacolo, intitolato “Songs of the stolen children”, porta in scena la tragedia dell’adozione forzata di bambini nella regione contesa del Donbas: un mix di racconti, testimonianze e musica di matrice pop-folk-classica dal fortissimo impatto emotivo. La compagnia Frikar, una delle compagnie di danza più innovative del Nord Europa, diretta dal coreografo norvegese Hallgrim Hansegård, ha portato in scena un adattamento della Völuspá (La profezia della veggente), canto dell’ “Edda” poetica narrato dalla völva (la veggente). Una combinazione di danze tradizionali norvegesi (in particolare l'halling) con stili urbani e fisici come breakdance, capoeira, parkour e circo contemporaneo per imitare creature mitologiche, e animali come lupi, corvi nonché le forze primordiali della natura norrena. L'antica saggezza del poema
prende corpo attraverso il movimento e il suono, intrecciando la storia mitologica con le urgenze del presente riprendendo il principio cardine del carme escatologico norreno (“tutto è sacro e tutto è connesso”). La veggente usa il racconto partendo dal caos della creazione fino alla distruzione del Ragnarok, l’apocalisse nordica, e alla rinascita per lanciare un avvertimento contemporaneo: mette in guardia il pubblico di oggi contro la crisi climatica, la frammentazione sociale e l'esclusione sociale. Sul palco danzatori e musicisti dal vivo che agiscono come co-creatori dello spazio scenico: hanno fatto entrare il pubblico in un universo abitato da divinità e uomini, su una colonna sonora in cui il folk incontra forme di scrittura contemporanea. Uno dei concerti più entusiasmanti dell’intera manifestazione è stato senza dubbio quello dei Jawa, ensemble dedito alle musiche associate al sufismo nella martoriata città siriana di Aleppo. Il sestetto siriano-marocchino-belga, in cui spicca la voce di Khaled Alhafed, si presenta in formazione con oud, qanun, nay, violino e percussioni. Hanno eseguito suite wasla, che seguono i modi
del maqām e complessi cicli ritmici, alternando passaggi solisti e improvvisativi a un magnifico tessuto sonoro d’insieme, il tutto coronato dal vorticoso danzare del derviscio Hatem Aljamal. Completo cambio di scena e di ritmo con le energiche colombiane La Perla (voci e percussioni). I live serali sono poi proseguiti con la “Notte Celtica” sul palco dell’Idrettshallen, dove sono saliti prima il quartetto scozzese Kinnaris Q (violino, violino baritono, chitarra e mandolino) con il groove acustico da ballo che unisce tradizione caledone e influenze bluegrass; a seguire i catalani El Pony Pisador, travolgenti e divertenti nel loro set festivo (voci, mandolino, flauto, contrabbasso, chitarra, batteria) capace di spaziare dalle danze catalane allo yodel, dal canto armonico alle irregolarità ritmiche balcaniche. Tutt’altro scenario nella suggestiva chiesa parrocchiale lignea (costruita nel 1885 e ricostruita nel 1947, con una pala d’altare del XVII secolo), che ha ospitato la bosniaca Amira Medunjanin. Accompagnata da un formidabile trio – composto dai croati Leopold Stašić (violino) e Antonio Vrbički (fisarmonica) e dallo
svedese Jesper Nordberg (contrabbasso) – la cantante dalla personalità magnetica ha attinto a piene mani dal repertorio della sevdah. Nonostante Nordberg fosse stato reclutato all'ultimo momento, si è inserito perfettamente nella cifra stilistica della band, il cui interplay ha conferito un'incredibile creatività al recital dalla voce calda di Amira. Per chi non era ancora domo, c’è stata l'occasione di ascoltare e ballare il cool folk norvegese dei Pumpegris, l’interessante combinazione tra scacciapensieri e violino hardingfele di Kenneth Lien con live electronics di Center of Universe. La giornata di sabato 4 luglio è iniziata al mattino al Tropp Ned, una casetta gialla sul fiume Jølstra che funge da negozio di tessuti e centro culturale; uno di quei luoghi intimi che rendono speciale il Festival. Qui, Håkon Høgemo e Erlend Viken, conosciutisi originariamente come maestro e allievo presso l'Accademia di Musica Norvegese tradizionale, hanno incrociato violino e hardingfele. I due suonatori hanno appena pubblicato “Aordal”, un vinile in cui il duo si immerge nella tradizione degli slåtter (melodie tradizionali norvegesi destinate alla
danza) della regione interna del Sogn. L'album esplora l'interazione tra il violino Hardanger e violino baritono, offrendo melodie energiche, ritmiche e ballabili. Subito dopo ci siamo portati nel parco cittadino per ballare sul fitto dialogo tra balafon, strumenti ritmici e voci dei burkinabé Kanazoé Orkestra. Tornati nella sala concerti della Førdehuset, abbiamo assistito all'esibizione del senegalese (residente in Gran Bretagna) Seckou Keita, maestro della kora che decenni fa iniziò la sua carriera proprio a Førde. Una vera celebrazione collettiva: dopo una prima fase solista all’arpa-liuto, si sono uniti a lui i musicisti norvegesi Olav Torget (chitarra e ngoni) e Lajla Storli (voce) in un dialogo originalissimo. Nello stesso edificio, ma nella Teatersalen, sono saliti sul palco i fratelli Parveen (voce) e Ilyas Khan (tabla e beatboxing), figli d'arte dotati di ottima tecnica, il cui set necessita forse ancora di trovare una narrazione sonora più coesa. La serata è proseguita con il Concerto per la Pace (con Vera Synne e Martin Steinum Brun, le Daughters of Donbas, i Jawa, il trio di Seckou Keita e i Tarabband), mentre la club night
sul palco del Larris dell’Hotel Scandic ha tenuto banco con le lezioni di danza del Klubb Komle di Bergen e la musica dei Folksomt. Sempre all’insegna del ballo sono arrivati in seguito i funamboli ucraino-polacchi HrayBery (violini, cimbalom e percussioni) in costumi tradizionali tardo ottocenteschi e primo novecenteschi. Nel frattempo, un piano più su, il trio malawiano Gasper Nali Band sfoderava un'energia danzante impressionante (voce, babatone, chitarra e percussioni). Il tripudio acustico della nottata si è consumato nella session denominata Columbi egg, nello stesso albergo, miscelando scenari sonori norvegesi e indiani. Domenica 5 luglio, dopo il “tradizionale” breakfast familiare collettivo alla Følkhuset, la matinée al Sunnfjord Museum ha proposto i viser (canti popolari) del duo Bendik Qvam (chitarra e bukkehorn) e Synnøve Plassen (voce e chitarra), quest’ultima già protagonista canora della pièce della compagnia Frikar. Le loro solide radici nella musica delle regioni montane norvegesi si fondono con sfumature blues e l’utilizzo di accordature aperte, dando vita a una deliziosa e intima proposta. Nel primo
pomeriggio ci si è trasferiti al FjordamatTunet di Jølster, un centro di cultura gastronomica dove un fienile è stato trasformato in sala concerti. Qui il trio scandinavo composto dal norvegese Olav Luksengård Mjelva (violino e hardingfele) e dagli svedesi Erik Rydvall (nyckelharpa) e Ale Carr (cittern) ha creato un suono denso di risonanze timbriche e bordoni, fondendo forme folkloriche, influenze barocche da camera e sequenze improvvisative. Infine, il concerto conclusivo domenicale, spostato alla Larris Scene per via del maltempo, è stato affidato ai Tarabband, combo di Malmö guidato dalla frontwoman iracheno-svedese Nadin Al Khalidi: gustosa alchimia di ritmi e melopee mediorientali venati di rock, jazz e folk, tra brani e originali e classica, tra cui un tributo alla grande cantante libanese Fairuz.
Ciro De Rosa
Foto di Ciro De Rosa eccetto Arve Ullebø (5), Amalia Pop (7)
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