Pianista e compositore fiorentino da decenni di base in Irlanda, Antoni O'Breskey, all'anagrafe Antonio Breschi, quest’anno ha tagliato lo straordinario traguardo dei dieci lustri di carriera e ha scelto di festeggiarli con “50 Years of Music”, uno splendido cofanetto, composto da tre dischi che, nel loro insieme, compongono non una semplice antologia, ma una vera e propria autobiografia in musica. Questo triplo album giunge a corollario di una serie di celebrazioni che si sono tenute a Dublino durante questa estate: dalla proiezione al Lighthouse Cinema del documentario "The Piano Nomad" di Luke McManus, il 21 giugno, fino al concerto evento del 15 luglio alla National Concert Hall, dove O'Breskey ha condiviso il palco con il suo Nomadic Piano Ensemble, la figlia Consuelo Nerea Breschi, il piper Joe McHugh, il chitarrista flamenco Juan José Manzano e l'ospite storico, il fisarmonicista Máirtín O'Connor. Per capire la portata di questo cofanetto bisogna, però, tornare indietro nel tempo, alle radici di una vocazione artistica che nasce quasi per eredità clandestina. Antonio Breschi cresce in una famiglia di jazzisti che durante il fascismo, quando il jazz era bandito dal regime, organizzava jam session segrete a Firenze - al punto che padre e zio arrivarono a suonare, in una di queste riunioni clandestine, con Louis Armstrong in persona. A sedici anni il giovane Antonio fonda la Florence Jazz Society, mentre studia pianoforte e tromba al conservatorio, sfiorando l'espulsione per la sua insofferenza verso l'accademismo che allora escludeva jazz e musiche etniche dagli studi ufficiali. Tra il 1970 e il 1973 attraversa Alabama e Louisiana per scoprire le radici del jazz e del blues, imparando a suonare il dulcimer degli Appalachi e scoprendo, con sorpresa, quanto la musica irlandese avesse influenzato il jazz delle origini. È un'intuizione che lo accompagnerà per tutta la vita e che troverà conferma, anni dopo, nelle pagine di Michael Ventura su "Shadow Dancing in the U.S.A.", dove si racconta di come il jazz sia nato dall'incontro tra schiavi africani, irlandesi deportati da Cromwell nei Caraibi e nativi americani nell'area del Mississippi. Arrivato in Irlanda negli anni Settanta con l'EP "Songs of Love and Struggle from the Irish People", O'Breskey - come racconta lui stesso nelle note del booklet - fa presto di quel paese la sua casa, diventando negli anni Ottanta uno dei pionieri della fusione tra musica tradizionale irlandese, jazz, flamenco e sonorità arabe, ben prima che qualcuno coniasse le etichette "World Music" o "New Age". È in questo contesto che negli anni Novanta decide guardare all’Irlanda e lo dimostra la scelta del nome d’arte Antoni O'Breskey che racconta più di mille biografie il suo attaccamento all’isola verde, terra d’azione mai davvero sentita come tale, perché per lui - come confessa nel booklet - "amore" e "lotta" sono le due forze che hanno attraversato la sua vita come passi intrecciati di una danza. Il suo percorso discografico, che conta oltre quaranta album, aveva già trovato due tappe di sintesi importanti in "Nomadic Piano, Ready To Sail" (Animamundi, 2012) e in "Sorkuntzaren Trenean. When Bach was an Irishman and Mozart a Gypsy Boy" (Pamiela, 2015), due lati diversi della stessa anima artistica in continuo movimento. Il primo volume, "The New Orleans Jig", è il racconto degli inizi, quando O'Breskey scopriva le connessioni tra tradizione irlandese e jazz nascente. Ad aprire la strada sono "Jig in the Castle" e "The New Moon", entrambe tratte da "Ode to Ireland" (1982), dove il pianismo si fa asciutto e ritmico, sostenuto dal mandolino e dal basso di Steve Cooney, dai flauti e dal violino di Johnny McCarthy, dalle percussioni di David "Hopi" Hopkins. La title track e "Charlie Harris' Reel", entrambe da "When Jazz Was an Irish Baby" (2004), portano dentro il disco la voce e le parole del compianto Gabin Dabiré, cantante burkinabé, in un dialogo tra Congo Square e le contee irlandesi che O'Breskey descrive come l'incontro di due popoli segnati dalla schiavitù e dalla servitù forzata negli Stati Uniti, gli africani e gli irlandesi deportati. "Barbara Allen", "Dancing on the Green" e "The Swallow's Tail" (da "Blessed Sadness", 2021, con radice nell'originale "Ode to Ireland") rallentano il passo in ballate quasi sospese, mentre "Bach Irish Dixie" gioca con la citazione classica innestata su un basso ritmico che profuma di New Orleans. Il momento più intenso resta "Song for Carla", cantata dalla famiglia Schmidt Breschi in un'edizione speciale di riunione familiare: dietro questo brano si cela una delle storie più dolorose e insieme più luminose raccontate nel booklet, quella della figlia Raffaella Carla, scomparsa nel 1979 e ritrovata a Buenos Aires diciassette anni dopo grazie a un lontano parente diventato detective che sentì il brano in onda su NPR. "We Are the Music Makers" chiude il volume con la voce declamata di Ronnie Drew dei Dubliners sull'armonica di Mick Kinsella, sigillo perfetto su un capitolo che è insieme radice e primo distacco. Il secondo volume vira decisamente a Sud. "El Baile de la Luz" e "Viaje Gitano", entrambe da "Al Kamar" (1989), mettono in scena il chitarrista flamenco Josémi Carmona, la percussione di Antonio Carmona di Ketama e il violino di Jamal Ouassini in una scrittura dove flamenco e Maghreb si intrecciano senza cesure, con le palmas di Ricardo e José Espinosa e lo zapateado di Elena Vicini a scandire il tempo. "Punta Umbria" e "Hija Mia", riprese da "Ready to Sail" (2011), riportano alla luce un materiale del 1987 rivestito di nuova urgenza. "Ojos Negros" e "Jaun Baruak", entrambe raccolte in "From Dublin to Bilbao", portano dentro il disco il canto di Benito Lertxundi e la lingua basca, testimonianza di un legame che O'Breskey descrive nato dall'incontro con la famiglia Zarrabeta in Grecia e coltivato poi con il poeta J. A. Irigarai, che gli ha regalato l'appellativo di "Mezulari", messaggero di popoli e culture. "Lu Rusciu de lu Mare", dal respiro salentino con Biancastella Croce a charango e siku, e i due lunghi "Movimento: Mediterranea" e "Movimento: Andina" da "Orekan" (1992) - il disco che O'Breskey definisce il suo tentativo di costruire una sinfonia "non temperata" tra pianoforte e strumenti etnici - spingono l'ascolto fino alle Ande, chiudendo il cerchio con "Jota" e l'intensissimo "Viaje Gitano" cantato da Tomás de los Reyes.
Il terzo volume è il più raccolto e forse il più sorprendente. "Nomadic Mantra" e "Dolphin Waltz in Dingle" restituiscono il pianoforte solo nella sua essenzialità più nuda, mentre "Beethoven in the Appalachian Mountains" e "Mozart in the Scottish Fields" - entrambe da "When Bach Was an Irishman and Mozart a Gypsy Boy" - giocano con la citazione classica travestita da folk con un'ironia sottile e mai gratuita. "Buenos Aires", composta proprio nei giorni in cui O'Breskey scopriva che la figlia ritrovata viveva in quella città argentina, vibra di una commozione che si sente nelle dita più che nelle parole. "Xi'an Reel" introduce accenti di microtonalità orientale, "The Whale's Lament in Waterville" e "Studio in Sol - Cantharellus Cibarius" alternano dolcezza e ironia (i titoli dedicati ai funghi non sono un caso, ma un gioco privato del compositore), mentre "The Whispering Shore", ripresa da "Tierras, Mares y Memorias" del 1986, chiude con un lungo respiro di quasi dieci minuti che è forse il vertice contemplativo di tutto il cofanetto. "Lamento Nativo", con la voce di José Seves degli Inti-Illimani, sigilla il volume in una dimensione andina che riporta l'ascoltatore, circolarmente, alle origini sudamericane evocate nel secondo CD. Ad ascoltare per intero, "50 Years of Music" si rivela meno un bilancio che una filosofia messa in musica: come scrive lo stesso O'Breskey nelle note, la sua non è stata una carriera lineare ma "una danza tra perdita e scoperta, tristezza e gioia, esilio e incontro". È in questa oscillazione costante - tra Dublino e l'Andalusia, tra il lutto privato e la festa collettiva, tra la citazione classica e il tradizionale rivisitato - che il cofanetto trova la sua cifra più autentica, quella di un musicista che ha sempre scelto di "passare" la musica piuttosto che possederla, in perfetta sintonia con il pensiero taoista che egli stesso cita a chiusura del booklet.
Salvatore Esposito
