The Klezmatics – We Were Made For These Times (Asphalt Tango, 2026)

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Che si possa suonare grande musica e al contempo prendere nette posizioni politiche è inciso nel profilo quarantennale di The Klezmatics, la band che ha portato la sensibilità della New York dell’East Village nella musica klezmer, raggiungendo popolarità su larga scala, vincendo un Grammy e spaziando tra teatro, cinema e danza. Per celebrare la loro longeva carriera ci consegnano “We Were Made For These Times”, album manifesto forte di collaborazioni interculturali, prodotto da Danny Blume, che era già stato il produttore dell’acclamato “Wonder Wheel” (2007), insignito del Grammy. Di recente, The Klezmatics sono stati i protagonisti di una cover story sulle nostre pagine con un’intervista raccolta insieme a una live session al WOMEX 25 in occasione della ristampa di “Rhythm+Jews Revisited” a cui vi rimandiamo per ripercorrere la loro lunga vicenda artistica. L’attuale line up comprende Lisa Gutkin (violino e voce), Matt Darriau (clarinetto, sax alto, kaval e voce), Frank London (tromba, piano, organo e voce), Lorin Sklamberg (voce e cori, fisarmonica, chitarra e piano), Paul Morrissett (basso, tsimbl e voce), Richie Barshay (batteria, percussioni e voce). La copertina di “We Were Made for These Times” adotta l'estetica di manifesti novecenteschi di protesta dalla grafica costruttivista e social realista (xilografia e linoleografia), restituendo un’immagine incentrata su gesti simbolici delle mani che si tendono verso l’alto a rappresentare protesta, lotta, resistenza ma anche accoglienza, solidarietà e benedizione. Del nuovo lavoro dicono gli stessi Klezmatics che è “radicato nell'esperienza migratoria e nella memoria condivisa; l'album si rivolge all'esterno, parlando a culture e generazioni diverse, insistendo sulla dignità, la connessione e la resilienza collettiva. In un momento in cui le questioni di immigrazione, lavoro e appartenenza dominano nuovamente la vita pubblica, il ruolo storico del klezmer come musica degli emarginati non sembra d'archivio, ma urgente. 'We Were Made For These Times' tratta la tradizione non come conservazione, ma come azione: musica che ricorda da dove viene, parlando direttamente al presente.” E così lo presenta lo storico membro Frank London: “È senza dubbio il momento culminante dei ricchi e vibranti 40 anni di storia di The Klezmatics. Unisce la nostra passione nel cantare can zoni per rendere il mondo un posto migliore con il nostro amore per la collaborazione con artisti diversi. Questo è il fulcro di The Klezmatics: musica yiddish per la giustizia sociale, radicata nella nostra storia, in tre lingue e con un messaggio universale. Una dichiarazione […] radicalmente positiva in questi tempi difficili”. Nel solco della cifra ibrida della band, “We Were Made For These Times” offre trascinanti ritmi da ballo di ispirazione ebraica ashkenazita e canzoni e ballate corali. Si inizia con “Un Du Akerst” (“And You Plow”), in cui contribuiscono il Lavender Light Gospel Choir e le percussioni delle colombiane La Manga, Su musica composta dal trombettista e polistrumentista Frank London, ascoltiamo una potente canzone che affonda le sue radici nei movimenti operai del XIX secolo. Il testo originale tedesco di Georg Herwegh fu adattato in yiddish dal filosofo e critico letterario ebreo Chaim Zhitlovsky, diventando un inno del socialismo ebraico e del Bund. Oggi, i Klezmatics lo trasformano in un grido attuale che unisce culture sotto la bandiera della
giustizia sociale (“Meritiamo un salario dignitoso / Lasciamo che i padroni sentano la nostra rabbia / Uniti il nostro potere è grande / Lotteremo finché non saremo tutti liberi!”).  La successiva “Plane Wreck at Los Gatos (Deportee)” di Woody Guthrie è tradotta in yiddish e spagnolo complice la voce dell’argentina newyorkese Sofia Rei e di un arrangiamento di ottoni che spinge la canzone in territori da ranchera. Nella title track sono affiancati dal cantante gospel Joshua Nelson e dal Lavender Light Gospel Choir: “Non perdere la speranza, siamo stati fatti per questi tempi. / Mostra la tua anima, brilla come oro in questi tempi bui. / Non perdere la speranza, non perdere la speranza / Siamo stati fatti per questi tempi, siamo nati per questo / Mostra la tua anima, brilla come oro in questi tempi bui. / Abbiamo forza /E diciamo la verità / Restiamo umani”. Il titolo proviene da una canzone di Angela Gabriel della Poor People’s Campaign, ispirata dalla “Lettera a un giovane attivista in tempi difficili” (Letter to a Young Activist During Troubled Times) di Clarissa Pinkola Estés. Nel nitore dell’arrangiamento si esalta la qualità melodica del tradizionale “Crimean Freylekhs”, tema condiviso nei repertori dei musicisti tatari e dai klezmorim, in cui si unisce alla band la chitarra del tataro di Crimea Enver Izmaylov. Si parano, poi, atmosfere jazz di “Ikh Ken Nit Zogn Vitsn” (“I Can’t Tell Jokes”), il cui testo deriva da una poesia di David Edestadt (1866-1892), scrittore, giornalista e attivista anarchico russo-statunitense di origine ebraica, dove entra la voce di Janis Siegal, cantante dei Manhattan Transfer. Lisa Gutikin ha composto il successivo strumentale, “Forty Year Freylekhs”, brano le cui prime parti sono state scritte durante la malattia di Frank London mentre la traboccante felicità per le migliorate condizioni del trombettista tornato sul palco si traducono nella festosità delle parti che completano il motivo. Tempi e ritmi dispari in “Kegn Gold Fun Zun / Tara Dance”, basata sulla canzone dei tatari di Crimea, “Altin Yüzük”. Inizio lirico e slow su cui interviene London giocando da par suo con inserti dance; mentre Enver aggiunge il suo ispirato tocco chitarristico. I due membri fondatori, London e Sklamberg, firmano rispettivamente la vorticosa “Payklers Tants” (“Drummer’s Dance”) e “Lashinke Vaysinke”, quest’ultima una rivisitazione (in musica e testo) di una folk song dell’Est Europa in lingua yiddish di cui esiste anche una versione russa che influenzò Pete Seeger per il suo inno pacifista Where have the flowers gone?” Così racconta Sklamberg nelle note di approfondimento sull’album che si leggono sul sito della band: “Visti i tempi che corrono, ho sentito l'ispirazione di mettere in musica questo testo sotto forma di ballata cumulativa — una riflessione sul cerchio globale della violenza che sembra non finire mai (ho anche scritto una strofa per ricollegare la fine della poesia originale al suo inizio). Matt [Darrau, ndr] ha composto gli interludi strumentali, curiosi e misteriosi, che completano il nostro arrangiamento, il quale continua ad arricchirsi e farsi più profondo a ogni esecuzione”. Si schiudono passaggi free jazz in “Elegy for the Innocent”, che porta ancora la firma di London, tributo alle vittime innocenti, da Gaza agli ostaggi israeliani agli ucraini bombardati: “l'unico modo in cui potessi esprimere questi sentimenti musicalmente. Così tanto dolore e tanta rabbia. Nessuna parola, ma tutto elevato dalla presenza di due dei musicisti più potenti e spirituali nel mondo del free”, dice Frank, menzionando i due strumentisti presenti, i visionari James Brandon Lewis (sax tenore) e William Parker (contrabbasso). Dal repertorio di Holly Near, icona dei movimenti femministi e LGBTQIA+, proviene “I Am Willing”, sempre ritrattata con l’aggiunta di liriche yiddish e la partecipazione di Joshua Nelson & Lavender Light Gospel Choir. Le voci di Sklamberg e Nelson si fondono con calore straordinario, invitando i Lavender Light a cantare con insolite sfumature. Infine, le percussioni del collettivo La Manga contribuiscono al profilo funky-latino-klezmer di “Di Tsukunft – El Futuro”, che mette in musica un’ode scritta da Morris Winchewsky, socialista ebreo che fu tra i co-fondatori del quotidiano in lingua yiddish “The Forward”. Al traguardo dei quarant'anni di carriera, i Klezmatics riprendono l’essenza profonda e meticci del klezmer in una reinvenzione continua nel segno di ritmo, impegno sociale, spiritualità e ironia. 


Ciro De Rosa

Foto di Adrian Buckmaster

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