In Bretagna le danze tradizionali continuano a godere di vasta popolarità ad ogni stagione e in qualsiasi fest-noz, piccola o grande che sia, la gente balla kost ar c’hoat, plinn, fisel, gavotte des montagnes, an dro, hanter dro…e da qualche parte, un triskell troneggia sempre. Simbolo “celtico” per eccellenza, si ritrova anche in altre culture, tra le antiche popolazioni germaniche o nelle incisioni runiche del I secolo d.C. È proveniente da una millenaria grafìa nomade del gruppo indoiranico dei popoli indoeuropei e sta a significare energia vorticosa, ruota danzante di creazione che istilla vita nell’intero creato. Si comprende come questa concezione dinamica di polarità energetica si adatti facilmente ad ogni tipologia di idee che tenda a un qualche ripristino di equilibri cosmici, personali o sociali. Col tempo è divenuto pure elemento architettonico-ornamentale e lo vediamo presente sulle facciate di chiese gotiche non solo bretoni. Certo, a una parte di noi italiani fa inorridire il solo pensiero che sia stato associato all’autonomismo veneto e all’immaginario storico-culturale dei movimenti leghisti delle origini, nei confronti dei quali, l’apartitico triskell rappresenta universo concettuale e valoriale esattamente agli antipodi. Tuttavia quella corrente indipendentista, durante gli anni Novanta del secolo scorso e inizio del nuovo millennio, lo stampava regolarmente sulle proprie bandiere, magliette e gadget di ogni sorta mentre farneticava di un velleitario “sole celtico padano”. Va da sé che quella folla non aveva mai conosciuto “La ballade des gens qui sont nés quelque part” di Georges Brassens (1964), né ascoltato “Les Pays N'Existent Pas” di Maurice Benin (nato Moïse Ben-Haïm, in Marocco) o le affermazioni del provenzale Patrick Vaillant nella sua “Que Du Vent” (1): “…l’identità non è che vento come le vostre fierezze territoriali…volete del vento? Tenete! Maestrale, vento caldo di tramontana, vento di mare, da sud, vento greco, libeccio, vento bianco, vento dell’est, di sopra, di sotto, di uragano, vento di ponente, scirocco…”
Avevamo in precedenza imparato a conoscere il simbolo del triskell quando venne abbondantemente utilizzato durante il revival musicale armoricano degli anni Settanta a ribadire con forza e chiarezza, il profondo legame di quel movimento culturale con le radici celtiche, in opposizione alla politica della soffocante cultura francese. Alan Stivell lungamente ne ha indossato uno di metallo al collo, esibito con orgoglio durante ogni occasione concertistica mondiale. In quella esaltante stagione, in Bretagna nessuno ragionava inquadrato nel piccolo arco temporale della propria vita, anche se esistevano ovviamente, storie che si svolgevano in un’unica giornata, l’immaginazione possedeva un orologio assoluto, regolato nella prospettiva dei secoli. Sonorità di arpe, bombarde e biniou parevano vere e proprie saette lanciate nella fantasia. Anime di un mondo brumoso e immateriale che traducevano la personalità più profonda di una Regione le cui genialità tradizionali e innovative, fondendosi, hanno fatto sbocciare le opere pregevoli di una serie impressionante di musicisti.
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