Al punto che, a parecchie orecchie straniere, sembrò fosse quello il suono francese per eccellenza. Mica male per chi in Francia era, da secoli, mal sopportato e sbeffeggiato, quando non peggio: non sono dimenticati i vergognosi cartelli in vigore nelle scuole o nei bar parigini “Défense de cracher et de parler breton” (Divieto di sputare per terra e parlare bretone) tra fine XIX e inizio XX secolo. Numerose persone non sapevano esprimersi che nelle proprie lingue regionali mentre le scuole pubbliche si prefiggevano l’obiettivo opposto di insegnare quella ufficiale a tutti i bambini della nazione. I divieti imposti per legge, ovviamente, hanno portato a un calo generalizzato della conoscenza delle lingue d’origine, anche all’interno delle stesse singole famiglie. Il movimento di rinascita culturale si è lungamente e attivamente impegnato a organizzare l'insegnamento del bretone, come a preservare danze, musica e costumi regionali attraverso raccolta di canti popolari e organizzazione di eventi e festival. Questo impegno ha comportato l’onnipresenza di alcuni simboli tra cui i più famosi sono diventati, appunto, il triskell, la bandiera bianca e nera (gwenn ha du) e gli ermellini. Tutto ciò è oggi, storia consolidata nel mondo folk. La parola “triskell” tradotta come “cerchio celtico”, è un termine coniato nel XX secolo al fine di designare i, sempre più numerosi, gruppi di danze tradizionali armoricani che dagli anni Venti iniziavano a comparire anche all’interno della regione parigina. Ma, musicalmente, questo termine è fuorviante perché definisce danze che non sono affatto di origine celtica, le più antiche discendono dai passi delle branles rinascimentali e quindi non possiedono benché minimo legame con quelle irlandesi, scozzesi o gallesi. Addirittura in Bretagna esistono vari gruppi di danza che hanno da molto tempo bandito dal proprio linguaggio la parola “triskell”. La lingua bretone è indubbiamente una di quelle inizialmente parlate dal ceppo brittonico ma il “calderone” di etichetta e rivendicazione “celtica” ha finito per mettere in ombra altri aspetti della cultura locale, relegandoli ai margini, a cominciare dalla lingua gallese di origine romanza, parlata e (troppo poco, purtroppo) cantata nell'Alta Bretagna. Il compianto Erik Marchand sosteneva che di questa lingua “il francese rappresentasse la forma letteraria”. Lacuna a cui ha parzialmente cercato di mettere riparo il linguista Bèrtran Ôbrée che, prima di essere impegnato come cantante solista e all’interno di Ôbrée Alie, aveva redatto, già nel 1995, un dizionario bilingue gallo-francese. Dietro apparenze e convenzioni, la Bretagna possiede una doppia cultura (un po’ come avviene nel territorio belga) e, senza rinnegare l’aspetto “celtico”, risulta grave dimenticare puntualmente di citare l’importanza di quello romantico. In Bassa Bretagna (la parte “occidentale” e più antica) le danze sono gavotte, rondes, laridés…le più recenti le troviamo tutte invece, nell'Alta Bretagna: quadriglie, avant-deux, danze di coppia…Nelle numerose figure presentate dai danzatori, si va dalle due parti (in alcune regioni dell'Aven, del Cap Corse…) alle tre (nel resto dell'Aven, nella regione di Glazig, del Bigouden, del Poher, del Dardoup, del Fisel, del Fañch...), fino alle quattro
(nel Trégor e nella regione di Loudéac). In alcune località queste sequenze di danza hanno finito per disgregarsi come nel Pays Vannetais, dove elementi sono tuttora presenti, ma ballati in maniera separata. Si tratta di evoluzioni inevitabili dove ciascuna variazione ha una propria importante ragione d'essere spesso legata a luogo e storia: ognuno nel suo angolo di territorio esprime a modo suo, la propria creatività. Le danze medievali, peraltro, sono campo abbastanza misterioso e, parzialmente, inesplorato dato che quello che generalmente definiamo Medioevo, fa riferimento a un periodo temporale di circa un millennio (dal 476, fine dell’Impero Romano al 1492, ora della scoperta dell’America) e quindi a realtà che incorporano tra loro, differenze anche sostanziali. Niente si conosce di quello che veniva danzato prima del XII secolo, dei balli che arrivano poi al XV non si possiedono che descrizioni o melodie parziali e imprecise: “virelai”, “carole”, “rondeau”, “ductie”, “estampie” ...sappiamo solo che quest’ultimo nome deriva etimologicamente da “stampare” che, in quanto riferimento letterario, non può essere certo d’aiuto nel sapere dove mettere i piedi! Per fortuna, alla fine del XIV secolo, giunsero le partiture del Llibre Vermell, inizialmente composto da 172 fogli scritti sulle entrambe le facciate, delle quali tuttavia, 35 andarono perduti. Rimasero solo le pagine tra la ventunesima e la ventisettesima a contenere musica scritta. L’intero patrimonio musicale medievale veniva custodito all’interno del Monastero di Montserrat (vicino a Barcellona) ma fu criminalmente saccheggiato e distrutto dalle fiamme delle truppe napoleoniche. Si trattava di preziosi canti anonimi in catalano, occitano e latino, trascritti sul finire del XIV secolo ma risalenti a ben prima di quella data: scempio e perdita irreparabili! Sono rimaste, ovviamente, anche le numerose composizioni di trovatori, trobairitz, trouvères, trouveresses, le “Cantigas de Santa Maria” e i “Carmina Burana” (citando unicamente i manoscritti più conosciuti). In Europa, altri nomi di danze medievali avevano intanto fatto la loro comparsa, a cominciare dalla "baixa dantza" (bassa danza) che troviamo in una poesia spagnola del XIV secolo. Qualche estratto compare all’interno dei fogli sparsi del “Catholicon” di Salisbury, oppure in un foglio di guardia della “Cronaca di Giovanna d’Arco”. Si tratta di documenti di metà XV secolo, redatti a mano da tre maestri di danza italiani: Domenico da Piacenza, Guglielmo Ebreo (poi Giovanni Ambrogio) da Pesaro e Antonio Cornazzano. Includono pure danze composte da Lorenzo il Magnifico ma il loro valore principale sta proprio nel fatto di riportare partiture musicali, sequenze di danza e nomi di passi (descritti, in verità, in maniera abbastanza scarna). Comunque della medievale-franco-borgognona “basse danse” nulla è sopravvissuto, un gran numero di scritture musicali tra XIII e XV secolo possiede piccole ricchezze studiate a fondo, ma ricostruzioni del tutto certe, rimangono impossibili da raggiungere. Di conseguenza nonostante ingegno e buona volontà, si danza un repertorio che di fatto non c’è e che non sarebbe esistito senza una certa dose di immaginazione o creatività. Questo vale sia per le danze italiane del XV secolo che per i manoscritti, appunto in franco-borgognone, dello stesso periodo (come “Il Libro Delle Danze Basse” di Margherita d’Austria o “L’arte E L’Insegnamento Del Buon Ballo” di Michel Toulouze). La “bassa danza” originerà in seguito un altro
celebre ballo aristocratico di corte, di enorme splendore durante tutto il Cinquecento: la “pavana”. Sembra non esistesse una sola corte europea dove questa “passeggiata cerimoniale” non fungeva da introduzione. Volendo avventurarsi nelle danze più antiche, per studiare i movimenti (anche delle braccia), c’è chi si è basato su varie iconografie in grado di suggerire indicazioni (pur se un po’ generiche) di cerchio chiuso, cerchio aperto o farandole. Va specificato però che gli autori dei manoscritti miniati e dei dipinti, generalmente, non avevano intenzione di documentare propriamente le danze, quand’anche esse vi compaiono. In ogni caso balza agli occhi immediatamente come le raffigurazioni dei contesti popolari risultino sempre esuberanti, mentre i nobili danzano con un'espressione seria, contrita, sguardi e portamenti corporei piuttosto irrigiditi. Ciò poteva forse rappresentare uno specchio fedele della realtà di quei tempi oppure era il risultato di trasformazioni operate dalla natura estetica delle opere o dallo status sociale dei mecenati che le commissionavano. Non va dimenticato che questi quadri provengono da un’élite di gente molto attenta alle pose sociali, come dimostrano un po’ tutti i dipinti d’epoca. I ricchi si auto-consideravano rappresentanti di una cultura raffinata e ricercata, se ne sentivano araldi e rimarcavano in tutti i modi, distinzioni rispetto alla povera e zotica gente comune, raffigurata mentre sguaiatamente alza i piedi, si trova spesso fuori passo, propone movimenti bruschi e atteggiamenti rozzi a testimonianza di rustica incapacità ad osservare regole comuni comportamentali. Nelle aggregazioni danzerecce bretoni fiorite negli ultimi cinquant’anni, presentare melodie sconosciute ai più, ha significato anche liberarle da convenzioni, aiutando a comprendere come il Medioevo non fosse stata solamente un'epoca di gente sporca e trasandata, che puzzava, sputava, imprecava e ruttava continuamente ma anche un periodo storico ricco di deliziose melodie, cattedrali gotiche, creazioni artistiche a testimonianza di un vasto e raffinato patrimonio culturale. Uno dei termini bretoni che genericamente si utilizza per esprimere la parola “liberare” è “dinaskañ” che risulta anagramma di “diskanañ” ovvero "non cantare", espressione che ritroviamo beffardamente proprio all’interno del “kan-ha-diskan” ovvero del più celebre stile di danza cantata presente nella Bretagna centrale. Oltre che nella “canzone d’autore” anche nei gwerzioù e nelle festoù-noz attuali, molti plinn, cerchi, fisel o mazurke, incrociando tradizioni bretoni e world music, combinano testi antichi con nuove liriche riguardanti tematiche di grande attualità ambientali, lotte sociali, diritti delle donne, difesa di culture minoritarie, resistenze e denunce di soprusi. La danza, non oscura in alcun modo la sostanza. A metà del secolo scorso le tradizionali festoù-noz stagionali contadine dell’Alta Cornovaglia bretone erano oramai sulla strada di una generale estinzione. Ciò non avvenne solamente grazie all’opera “eroica” di Loeiz Ropars (e pochi
altri, come Albert Trévidic) che fecero loro prendere l’attuale forma di ballo pubblico, diventando così momento intenso di espressione sociale musicale, coreografica e danzante. Comunque sia, musica popolare e tradizioni vanno sempre a finire nelle danze, anche senza spettacoli o costumi caratteristici, prosperano, si evolvono, attirano appassionati, esteti, curiosi, ferventi, occasionali, attivisti, sognatori. Una gamma di sonorità vocali e strumentali prevalentemente acustiche, eteree e profonde al tempo stesso, che getta ponti immaginari ma solidi, tra gioia di musicisti in esibizione e di ballerini in movimento. La tradizione crea un tutt’uno tra differenti aspetti della contemporaneità, nel ballo non si battono solo i piedi a ritmo ma vengono risvegliati sentimenti e desideri sepolti nel profondo di ognuno, viene donato respiro alle gambe, le braccia si aprono come tende. In Bretagna spesso un enorme serpentone si dispiega lungo le vie degli affollati sabati sera, senz’altro scopo che il proprio piacere, imponente, lento e sinuoso ma del tutto privo delle interazioni muscolari presenti, ad esempio, nella danza (e musica) africana. Assai distante, insomma, dagli spaventosi pericoli di un possente “black mamba” (2). Nelle piazze, coppie si fronteggiano incatenate in differenti figure incrociate e ondeggianti, in moulinet, pastorelle, valzer o “avant-deux” importate in regione armoricana alla fine del XVIII secolo e che sono andate a sostituire progressivamente le rondes cantate locali (conservandone però i passi). Quando la storia industriale ha spazzato via il modo di vivere tradizionale, nuovi movimenti hanno iniziato a venire danzati e nella seconda metà del XX secolo i gruppi li hanno abbondantemente formalizzati per lo spettacolo. Danzare anche senza saperlo realmente fare oppure fregandosene del peso della vergogna per la propria goffaggine, alla ricerca semplicemente di armonia tra ritmi, con corpi sconosciuti, può significare non sentirsi soli e unicamente nella propria pelle, ma esistere simultaneamente in un movimento multiplo. Il crearsi, insomma, di una specie di istinto intelligente collettivo. La danza, nella sua forma più pura, non è semplicemente una sequenza di passi ma arte antica e fenomeno universale che trascende generi ed epoche, tema inesauribile che ha ispirato spesso poeti, musicisti, pensatori. Non a caso le sue prime testimonianze risalgono addirittura ad oltre ventimila anni fa (come attestano alcune pitture rupestri) quand’era pratica primitiva e mimetica che assolveva diverse funzioni essenziali o rituali, quali celebrazioni di fertilità, riti di caccia e preghiera, culti funebri. Quand’ancora si parlava con gli antenati attraverso ossa, fumo o piume d’uccello, la danza trasmetteva già conoscenze e miti, svolgendo ruoli educativi all'interno delle comunità. Nella civiltà egizia, mesopotamica o greca occupava un posto centrale in teatro e cerimonie religiose, poi col tempo, si è perso gradualmente l’aspetto ritualistico per indirizzarsi verso quello di intrattenimento, dove a dominare è diventata la
dimensione estetica. Non dimentichiamo che in pressoché tutta l'Europa medievale, l’allora potentissima Chiesa cristiana proibiva e condannava la danza, considerandola pratica pagana eccessiva e demoniaca. Ma il popolo contadino se ne fregava e danzava clandestinamente in differenti occasioni di celebrazione ritualistica, al punto che alcune di queste pratiche (come il canto natalizio e il “branle”) finiranno adottate pure dalle aristocrazie, evolvendosi in danze di corte (prime basi formali del moderno balletto). In Bretagna, un ballo tradizionale di coppia che incontrò un immenso successo nel XIX secolo (specialmente nelle zone delle Côtes-d'Armor) fu la “dérobée”, presente nel corso di ogni festa di villaggio a Dinan, Lamballe, Moncontour, Guingamp, Paimpol, Trégier o Lannion (esclusa, ovviamente, dalle festoù-noz collettive). Comprende una passeggiata intervallata da diverse figure durante le quali, senza che sia presente un ritmo musicale, si possono lanciare furtivi segnali di corteggiamento. Un’altra danza molto comune risulta il “fisel” che si caratterizza per la posizione fissa dei corpi maschili mentre le gambe si liberano in calci secchi e precisi di effetto molto spettacolare (sempre a fini di corteggiamento). La “gavotta” bretone invece è una suite che comprende tre o quattro danze tra cui una “di riposo” (tamm kreiz) e talvolta un “pachpi” (ronda tipo “passapiede”) (3) o un “jabadao” (ispirato alle controdanze francesi di fine XVIII secolo). Può essere svolta a due, quattro o otto persone ma la più celebre è “a catena aperta” e viene quasi sempre definita “delle montagne” in riferimento ai Monts d’Arrée. Si chiama così nonostante il suo nome non abbia niente a che vedere con le gavotte del sud francese, né tantomeno con quelle barocche. In Cornovaglia, Trégor o Pays Vannetais viene detta “kernew” e il suo passo fondamentale in otto tempi, conosce numerose varianti a seconda delle località: menez, dardoup, bidar, kost ‘er c’hoet, pourlet, pondi, aven, porzay, bigouden…la forma in catena mista chiusa ha avuto evoluzioni notevoli durante il XIX e XX secolo, passando attraverso tappe che corrispondevano più o meno cronologicamente, all’emancipazione della coppia rispetto al gruppo. Il “pile menu” invece è una ronde danzata (e cantata) soprattutto nella parte meridionale della Regione (ovvero da Ploërmel, a sud di Rennes) che nel Pays de Josselin viene chiamato “guédillée”. I ballerini mantengono la faccia al centro e contemporaneamente alzano e abbassano le braccia, i passi ricordano quelli di una branle doppia rinascimentale (ma più vivace e serrata) e il suo nome deriva dall’abitudine di impilare a terra sull’aia (dopo averla frantumata) la (molto presente in tutta Bretagna) pianta di ginestrone. Nell’Alto Leon si danza invece l’omonimo ballo frontale con un accompagnamento essenzialmente vocale diviso tra solista e coro, occasionalmente viene chiamata anche “dañs a-benn”. Il periodo del Rinascimento ha segnato una svolta fondamentale nella formalizzazione e futura sofisticatezza delle danze in genere, è del 1588 il primo manuale che descrive con precisione, passi e figure di balli quali la gavotta o la volta (antenato del valzer). Si deve alla pubblicazione da parte di Thoinot-Arbeau, della propria celebre “Orchesographie”. A livello internazionale, molto tempo dopo, in reazione a rigidità e narrazioni del balletto classico, arriverà l’era
della danza moderna quando pioniere come le statunitensi Isadora Duncan o Martha Graham spezzeranno in maniera rivoluzionaria, codici consolidati per concentrarsi su emozioni, contrazioni e rilasci di espressioni interiori. Negli anni '50 e '60 del ‘900 la danza contemporanea si svilupperà grazie all'impulso delle coreografie della tedesca Pina Bausch o dell’americano Merce Cunningham, che l’allontaneranno dalle narrazioni tradizionali per esplorare struttura, movimento astratto, improvvisazione e interazione con gli spazi. Ma in terra d’Armorica, come detto, le danze popolari antiche continuano a godere di ottima salute ancor oggi, anche se dopo gli anni della “moda stivelliana” i media francesi tornarono ad occultare progressivamente l’arte in genere di Bretagna. Musicalmente parlando, se non si è di nuovo dimenticato kan ha diskan o gwerz è dovuto principalmente all’impegno culturale di illuminati come Yann-Fañch Kemener e Erik Marchand, cantanti-ricercatori perfettamente coscienti del tesoro che costituiva il repertorio popolare della propria regione, danze comprese. Prendendo il testimone dai fratelli Morvan, agricoltori del villaggio di Botcol, comune di Saint-Nicodème, Côtes-d'Armor, e dalle più (internazionalmente) famose Ar C’hoarezed Goadeg (sorelle Goadec) di Treffrin, vicino a Carhaix, Alta Cornovaglia. Maryvonne (1900-1983), Eugénie (1909-2003) e Anastasie (1913-1998), memoria di un popolo intero, appresero la tecnica canora, quand’erano ancora fanciulle, da cantanti tradizionali che non avevano una melodia fissata in precedenza a sostenere le loro voci. La ricerca dell’aria da interpretare corrispondeva a un corto vocalizzo improvvisato onomatopeicamente e privo di relazioni con la storia che sarebbe stata in seguito narrata. Si ponevano in questo modo nel registro a loro più consono, elaborando progressivamente la melodia che sarebbe diventata matrice del canto. “Goadeg” in lingua bretone, ha per radice la parola "sangue": forse il Destino ha deciso di salvare un patrimonio genetico attraverso Tanon, Eujeni e Tazi. Queste tre contadine bretoni hanno generato tredici figli e tutti sapevano cantare e pure un loro fratello, morto in guerra nel 1914, era un ottimo cantante. Possedevano un repertorio derivante per la maggior parte da una zia canterina che portava al pascolo le vacche a inizio secolo ma conoscevano anche un cantante che era una celebrità dell’epoca, tal Michel Bidan (di Langonnet) che godette di un gran successo intorno al 1910. Se potevano, alla fiera di Carhaix acquistavano fogli volanti con alcune di quelle vecchie canzoni anonime, i genitori gestivano un caffé-pasticceria e il sabato sera arrivava la gente, “Chi è capace di farci ballare?” e Maryvonne che aveva 8 anni iniziava a cantare. Yann-Fañch Kemener non ha permesso che molto di ciò rientrasse nell’oblìo, proprio come già nel XIX secolo, il Visconte Théodore Hersart De La Villemarqué aveva fatto con l’arte poetica contenuta nei gwerzioù de Le Barzaz Breiz. Purtroppo, sette anni fa, il micidiale morbo di Krabbe lo ha falciato a Trémeven (Finistère) a soli 61 anni e l’anno scorso anche Erik Marchand è improvvisamente mancato nel corso di un viaggio in auto nella sua tanto amata città adottiva Caransebeș. Restano le eredità.
Flavio Poltronieri
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(1) In Bastian Contrari (2007)
(2) Serpente chiamato anche “sette passi” (il numero massimo che riesce a farne colui è morso) noto per il suo micidiale veleno, riconoscibile oltre che per le dimensioni intorno ai quattro metri di lunghezza, anche per la testa a forma…di bara.
(3) Danza giunta in Bretagna nel corso del XVI secolo, alla quale il noto compositore tedesco tardo-rinascimentale Michael Praetorius (1571- 1621) fornì molti esempi in quattro parti e che fu ampiamente adottata dall’aristocrazia bretone del secolo seguente. A Saint-Brieuc (Alta Bretagna) conserva questo nome ma nel Pays de Louadéc si chiama “riquegnée” mentre nel Pays de Guérande è detto “bal paludier” e nella Brière “contrerond”.
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