Caroline Keane – Rise (Autoprodotto, 2026)

Affidando a un progetto musicale una vicenda complessa e insidiosa come il ruolo della donna, delle donne, la loro importanza all’interno di una dimensione culturale e sociale, si rischia sempre di scivolare nel retorico. Ciò vanifica al tempo stesso ogni pretesa di serietà dell’impalcatura ideologica del progetto e ogni sforzo di natura artistica e musicale. Non è però il caso dell’ultimo album di Catherine Keane, che con “Rise” trasforma un’urgenza personale in una convincente dichiarazione collettiva. A seguito della maternità, che, afferma Keane, ha accentuato la sua consapevolezza nell’ascoltare e vivere la musica e ha instillato in lei una nuova sicurezza nella propria voce, il progetto rappresenta una svolta nel suo percorso musicale. Se da un lato Keane dimostra di sapere esattamente su quali spalle si regga il suo percorso, rendendo omaggio alle figure che l’hanno formata, in particolare alla madre e alla nonna, contemporaneamente rivendica l’intento di lasciare il segno, contribuendo a un patrimonio culturale che le generazioni future possano individuare come parte della propria identità. L’album è tutto estremamente coerente con le premesse, ragion per cui non risulta semplice individuare singoli brani come particolarmente rappresentativi del progetto. Ciò detto un ottimo punto di partenza potrebbe essere “Three Sisters”. Apparso inizialmente come singolo, anticipando e introducendo Rise, il brano nasce come un potente tributo musicale ai luoghi e alle tradizioni vive del West Kerry, e affonda le proprie radici nel patrimonio sonoro della sua terra: Corca Dhuibhne (la penisola di Dingle). Qui, immersa in un paesaggio in cui la musica tradizionale è parte della quotidianità, la concertinista intreccia ritmi, storie e memorie locali in una composizione vibrante, arricchita dal contributo di Steve Cooney a chitarra, basso e tastiere. Le Three Sisters sono tre faraglioni che si innalzano sull’Atlantico vegliando da generazioni sulle comunità costiere. Per Keane diventano il simbolo di una continuità femminile fatta di forza silenziosa che sostiene il tessuto culturale della regione. Il brano e per estensione il paesaggio funzionano come dichiarazione poetica e politica in cui sorellanza e maternità, appartenenza ed eredità emergono con decisione. Attorno alla concertina di Keane si muove poi una rete di collaborazioni misurata ma significativa, che amplia il respiro del disco senza disperderne il centro espressivo. Conal O’Kane interviene alla chitarra in diversi momenti dell’album, mentre Ryan Molloy ne arricchisce le traiettorie con il pianoforte. Steve Cooney, già decisivo, firma chitarra, basso e tastiere mentre a completare il quadro ci sono Tom Delany, tra bouzouki e uilleann pipes, Eamon Murray al bodhrán, Cecelia Keane alla concertina, Laura Kerr al violino, Deirdre Granville all’arpa e il ballerino Kyle Waymouth. Gli impasti e le intese strumentali sono molto riusciti, e anche a costo di risultare prevedibili è difficile non soffermarsi sulla naturalezza del dialogo con Tom Delany, compagno di Keane nella vita. Nei brani in cui i due si incontrano emerge una vera e propria simbiosi musicale, fatta di ascolto reciproco e fraseggi che si cercano senza forzature. La complicità, che non si arresta sul piano biografico, si traduce in un respiro ampio, capace di far scorrere i brani con grande fluidità. Altro momento grandiosamente riuscito dell’album è il secondo set. Tre reels energici in cui la concertina di Keane dialoga col pianoforte di Ryan Molloy e con le scarpe di Waymouth. Questo entra sul secondo brano del set, “The humours of Castlefin”, omaggiando l’album “I gCnoc na Craí” degli organettisti Hill e MacMahon (Gael Lin, 1985). In questo pilastro del trad irlandese i passi e le voci dei ballerini sono protagonisti tanto quanto gli strumenti, risultando in un suono quanto mai materico, quasi violento nella migliore delle accezioni possibili. L’album di Keane opta per una resa più delicata e raffinata, oserei dire muliebre, ma non per questo meno efficace. Sempre relativamente alla corposità del suono appare molto felice la scelta di mantenere, seppure con gusto e discrezione, i suoni meccanici dei tasti e il soffio del mantice della concertina. Questo aggiunge ulteriori sfaccettature e profondità timbrica a uno strumento apparentemente limitato, la cui resa dipende piú che mai dalle sapienti mani di chi lo suona. È pacifico che nei brani da danza l’ordito di ticchettii e sbuffi crei un appoggio ritmico, meno scontato che anche in un brano lento questo trovi altrettanta ragione di essere. Eppure, Keane non delude neanche qui. La slow air “Raghdasa is mo Cheatí” é tempestata di soffi e spifferi che ricordano il respiro di qualcuno che con grande trasporto, magari un po´sovrappensiero, intona un canto che viene dagli anfratti piú reconditi del suo intimo. Forse è questa attenzione al dettaglio, alla materia viva del suono, la somma più convincente di “Rise”. L’album, pur essendo interamente strumentale, o magari proprio per questa ragione, ha una grande vis narrativa. Parla di donne, di maternità, di genealogie familiari e musicali, ma lo fa evitando la scorciatoia del manifesto, lasciando che siano i timbri, le intese e i respiri dello strumento a farsi carico del discorso. In questo senso “Rise” è un‘opera che guarda alla memoria come a una forza generativa. La sua riuscita sta nel rendere questa continuità percepibile trasformando un percorso intimo in un gesto artistico permeabile e accessibile a chi sia disposto a prestarvi orecchio. Un album che, proprio come le Three Sisters non ha bisogno di alzare la voce per affermarsi ma trova la sua forza in quella stessa quieta fermezza delle figure femminili cui è dedicato. 


Jacopo Dentice

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