Pretendere di innovare il flamenco è come voler cambiare le parole in una lirica di Garcia Lorca. Questa musica, infatti, non ha bisogno di essere innovata a tutti i costi poiché ha ancora sostanzialmente la carica energica e rivoluzionaria delle sue origini. Come sappiamo, è nata dall’incontro della musica araba con i bandeloros gitani (leggi pure banditi) che, emarginati, si difendevano abitando le grotte di pietra del quartiere Sacromonte di Granada, i quali, partendo dal Tonà hanno creato palos come la malagueña, il fandango de Huelva. Certo, c’è stata a partire da fine Ottocento una generazione di innovatori come Sabicas e Montoya che hanno elevato il flamenco al rango di concerto, o nel Novecento un cantaor come Camarón de la Isla, o uno strumentista come Paco de Lucia che lo ha innestato con linguaggi popolari di altri mondi musicali, ma lo hanno fatto tutti dal di dentro, all’interno dei suoi palos e senza fargli perdere il duende, ovvero il suo nervo originario che ha sede nel cande jondo.
Tutto questo ci vuole comunicare il bel disco di Sebastián Cruz e Raúl Cantizano “Inmediato”, il cui titolo lo si può leggere anche come una sana provocazione di segno contrario: lo si può interpretare sia come mediato dall’interno, ben maturato e partorito immediatamente, ma anche come ‘non mediato’, ovvero diretto e privo di orpelli e ben ancorato alle origini del flamenco. I due artisti, forti delle loro individuali e spesso interrelate esperienze musicali, ci presentano una carrellata dei palos più canonici e rappresentativi, lo fanno in tutta nitidezza e mettendo in campo la loro alta competenza e maturità musicale e tecnica. Ci offrono un’antologia cristallizzata dei palos più rappresentativi della grande storia del flamenco, ma senza né togliere, né aggiungere niente, piuttosto arricchendoli con la loro collaudata arte. Ognuno di loro ha una profonda conoscenza della relativa specialità, Cantizano come abile ed eclettico chitarrista e Cruz come prezioso testimone del vero canto flamenco. D'altra parte questi due musicisti non sono nuovi a sperimentazioni che integrano mondi diversi come il felice lavoro di Cruiz “Zarabanda”, con la collaborazione di Cantizano, dove la musica barocca ispira profondamente il canto flamenco: non c’è forse una continuità tra il primo barocco e il flamenco? Nel presente lavoro c’è invece una centellinata e ben pensata selezione dei brani, questo lo si percepisce fin dalla prima falseta che ascoltiamo. Il primo brano “Yerbabuena”, è una buleria nel modo più tradizionale di Jerez de la Frontera, ascoltandola, non posso non commuovermi e non pensare a uno dei maggiori interpreti, sia come accompagnatore che come solista di questo palo: Miguel Salado, scomparso in questi giorni a soli 44 anni. Con la seconda traccia, “Caňaiila de la Isla” ci spostiamo a Cadice, patria della Alegrias con il compas di dodici e il suo fatico e topico intercalare iniziale “Tiritrantran”. Se le prime due tracce hanno palos tipici del Compas in dodici, la terza, è un Tangos in quattro, “Sonaba el agua”, che, nonostante il nome, ha un carattere allegro e veloce, molto diverso dall'omonimo stile platese. Ancora diversa l’atmosfera delicata ed espressiva della quarta traccia, “Veta madre”, una tarantos, anche qui abbiamo una grande distanza dalla quasi omonima forma pugliese. Infatti si tratta si tratta di un palo a compas lento e non misurato, dai tratti dolorosi, a volte quasi tragici, che trasuda sentimenti di desolazione e solitudine comuni a quelli della Solea: entrambi questi palos lasciano trasparire un senso di profonda intimità, non vittimistica ma resistente come è nello spirito andaluso. Protagonista della quinta traccia è la terragna “Te debo cinco duras”, una rumba, forse il più popolare dei palos flamenchi grazie alla sua internazionalizzazione operata da Paco de Lucia ma anche dai Gipsy King. Animata da tutt'altra atmosfera, segue “A las etrellas se lo pido”, una seguriya il cui perno è un accordo maggiore con la nona minore che sintetizza tutti i melismi del canto ed evoca tristezza, perfino il lutto, essendo questo accordo il corrispettivo armonico delle campane suonate a morte. Evoca insomma l'immagine lorchiana della seguryia vestita di nero che cammina fiera nella coltre di nebbia bianca nelle stradine andaluse. La struttura del compas e delle falsetas sono simili alla buleria che però è molto più veloce e fa parte del ‘toque de fiesta’. Se la seguryia evoca una campana, in “Forja y temple” non si evoca ma si inserisce un martello vero che batte realmente sull'incudine con rimbalzi e silenzi che parlano più del suono (mi torna alla mente il bouleziano “Le marteau sans maitre’”. Le martelote hanno infatti un palos di canto a secco, senza chitarra: il martello è il solo accompagnatore, la disperazione qui è totale, si piange il defunto già sepolto. “Por un camino de lirios” è una solea per buleria, un palos che combina ossimoricamente la solitudine dell’una e l’allegria dell’altra. Con l’ultima traccia, “Te quiero con l’alma” siamo nel clima della malagueña e del fandango, quello dei bandoleri che si riuniscono con tanto di bandana nelle grotte di pietra di Sacromonte.
Per i Gitani il flamenco non si studia ma si vive, questo è vero anche per tutti gli altri generi di musica di tutti i tempi, almeno nel momento del loro apogeo. Ben vengano quindi lavori come questi che possono far rivivere e insegnare in modo chiaro e corretto a riconoscere gli stili fondamentali del flamenco autentico, poi ci sarà tempo e modo per approfondirli.
Francesco Stumpo
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