Rihab Azar – Dandelion (Autoprodotto, 2026)

Il titolo del disco della compositrice, oudista e divulgatrice musicale Rihab Azar, nata in Siria in una famiglia di musicisti, è “Dandelion”, che si traduce come “tarassaco”, la pianta dal fiore giallo tanto comune, quanto resiliente e curativa e che l'artista sceglie come metafora del suo messaggio, non solo musicale ma anche filosofico. Il sound che è riuscita a creare è davvero unico è incantevole, unendo al suo strumento il violino di Andrew Chung, il violoncello Ben Bolt e le percussioni di Martin Firas Hassan. “Il tarassaco è per me un simbolo forte che ispira incredibile resilienza e incanto, nonostante si trovi quasi sempre ai margini e si limiti a sopravvivere. Molti lo considerano un'erbaccia, sebbene sia una delle piante più benefiche e belle in assoluto”, scrive Rihab nelle note di presentazione dell’album. Come il tarassaco anche il suo l’oud conosce tre fasi di evoluzione, che sono ben evidenti nelle foto di copertina curata dalla stessa artista: dal germoglio (la tradizione), al fiore (il repertorio), alla dispersione nell’aria (la contaminazione). Infatti l'artista siriana ma residente a Londra, parte dagli stili tradizionali dell’oud per costruire il suo studiato repertorio e facendolo incontrare con musiche di altre latitudini, comunicandole come storie di vita vissuta e visioni emozionali. L’album perciò rappresenta un’esplorazione di come l’oud possa essere più che un semplice esecutore della tradizione che, pur rimanendo fedele alle radici mediorientali e al suo idioma, combina influenze di generi diversi. Ispirazioni visive, riflessioni filosofiche e narrazione sono al centro della musica di questo album. Come scrive ancora l’artista: “La musica è stata composta in circostanze difficili, durante anni in cui mi ponevo domande come: ‘Chi sono io come musicista immigrata?’, ‘Come posso occupare uno spazio creativo che sento mio?’ ‘In che modo posso esplorare la mia voce creativa rimanendo radicata nella tradizione che porto avanti e amo?’ A livello filosofico, desideravo trovare conforto scavando a fondo per raggiungere le fonti dentro di me che possono connettermi con forza e incanto allo stesso tempo”. “Questions”, la prima traccia, inizia con brevi frasi melodiche ripetute dell’oud, che si chiudono sempre con un suono lungo e acuto rimanendo sempre sospese, simbolicamente sono le domande che l’artista si pone. Segue “The Pull of Time”, che comincia con tre suoni seguiti da silenzi che conferiscono un alto valore musicale e riflessivo, s’innesta poi un ostinato con lo shuffle del piatto che crea lo spazio all’improvvisazione. Le iniziali note ribattute dell’arco dal sapore barocco di “Biography of a Bubble” danno al brano una connotazione narrativa raccontando la nascita di una bolla mentre l’andamento discendente del basso da passacaglia del violoncello consento all’oud di raccontare, attraverso le variazioni, la sua crescita ed evoluzione. “Indulgence” evoca un clima filosofico e riflessivo: questa volta è l'indulgenza a essere creata dall’andamento quasi omofonico e lineare tra liuto arabo e archi, come nello stile tradizionale mediorientale. “Samie”, presenta un articolato maqām su scale modali, prevalentemente pentatoniche, contrappuntate dal violino e dalle percussioni che ne segnano gli accenti. “I. Sand, Roth” si snoda a partire da un’introduzione libera con frequenti punti di riposo e diminuzioni temporali. “II. & Blossoms” è caratterizzata fin dall’inizio da uno scattante impulso ritmo su cui si spalancano le frasi melodiche veloci del liuto arabo ma contrappuntate dai suoni lunghi del violino. La traccia finale, “Enchanted Weavers”, è un brano basato su un basso discendente variato melodicamente la cui ripetizione crea una sorta di incantamento. Un disco sentito, vero e onesto il cui ascolto è immediato e che si consiglia caldamente di ascoltare con lo stesso sentimento con cui l’artista ce lo propone. 


Francesco Stumpo

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