Martin Meissonnier: l’architetto della “sono-mondiale” tra eredità africana e visioni digitali

Dalle retrovie dei leggendari club parigini degli anni Settanta fino alle console dei più importanti festival internazionali contemporanei, il cammino di Martin Meissonnier è una parabola che attraversa cinquant'anni di mutazioni sonore globali. Figura poliedrica e pionieristica, Meissonnier ha iniziato il suo percorso come giornalista per “Libération”, per poi trasformarsi in uno dei produttori più influenti della storia della world music. La sua formazione non è avvenuta tra i banchi di un conservatorio, ma attraverso una curiosità antropologica che lo ha portato a esplorare i quartieri africani di Parigi, come l’Îlot Chalon, quando erano ancora mondi sommersi, veri e propri avamposti culturali inesplorati dal mainstream. È stato l'architetto sonoro dietro il successo di giganti come Fela Kuti, King Sunny Adé, Papa Wemba e Ray Lema, agendo come un vero e proprio ponte culturale tra le tradizioni e l'innovazione tecnologica. Sempre in bilico tra l'analogico e il digitale, Meissonnier ha saputo interpretare il passaggio dall'era delle grandi orchestre africane alla produzione solitaria mediata dal computer, senza mai smarrire il senso profondo del ritmo. Negli anni Ottanta, questa sua visione ha trovato casa a Radio Nova, dove insieme a Jean-François Bizot ha coniato il concetto di “sono-mondiale”, un calderone ribollente dove il rap, il funk e i canti dei pigmei convivevano in una sintesi perfetta. Oggi, questa incredibile stratificazione di esperienze rivive nella sua veste di DJ, dove il rigore del produttore incontra la libertà del ricercatore di ritmi ternari. In questa conversazione con Andrea Carlino, Meissonnier ci guida in un viaggio che parte dal ritorno sul palco dell'Ariano Folk Festival per esplorare la meccanica del groove, l'eredità dei grandi leader carismatici e quella costante necessità di far ballare il mondo senza mai tradirne l'anima. (Salvatore Esposito)

Quest’anno tornerai all’Ariano Folk Festival?
L’ultima volta in cui ho suonato ad Ariano è stato nel 2019. L’anno scorso ci sono andato per puro piacere, da spettatore, ma quest’anno torno a esibirmi. È un festival davvero sorprendente, te lo assicuro. E io suonerò proprio l’ultima sera, il 22 agosto. 

Partiamo proprio da qui. Perché lo fai?
È un puro piacere. Mixare la musica, divertirsi con i suoni e veder ballare la gente è una sensazione meravigliosa.

La tua attuale attività di DJ ti permette di farle dialogare in maniera straordinaria con generazioni differenti. Noi abbiamo la stessa età e ho notato, per esperienza diretta qui in Puglia nell’ambito della musica popolare, quanto sia cruciale la trasmissione della musica di generazione in generazione. Queste dinamiche di trasmissione sono fondamentali e credo che la tua musica abbia molto a che fare con tutto questo: non è la tradizione in senso stretto, ma tocca le stesse corde.
Esatto. È un discorso che si lega profondamente a come la musica si è evoluta negli ultimi quarant'anni con l'avvento del digitale, che ha rimescolato radicalmente le carte in tavola, soprattutto per le musiche tradizionali. È incredibile: negli anni ’60 c'erano repertori suonati allo stesso modo da tantissimo tempo, rimasti quasi intatti. Poi è arrivata l’amplificazione. Con l’emergere del jazz e del rock, i musicisti, sia in Italia che in Africa, hanno voluto iniziare a usare l'elettricità. Per farlo, sono stati obbligati ad adattare gli strumenti. All’improvviso ci siamo ritrovati con bassi elettrici, batterie e tastiere: a volte con risultati felici, altre volte sfociando in sonorità rivedibili. Ma andava così: che fossero italiani, africani o francesi, volevano tutti suonare seguendo il sound di moda.

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