Nata dai contributi di tre musicisti accomunati dall’interesse per la musica di area africana, la formazione Hami Hamoo ha pubblicato l’album “Siya”: i tre sono Moussa Koïta, cantante e chitarrista dal Burkina Faso, figlio di casta griot, Habib Meftah, cantante e percussionista iraniano ben conosciuto e apprezzato a livello internazionale, Michael Havard, sassofonista jazz, appassionato di musica etiope e dell’afrobeat, tutti affermati artisti di stanza a Parigi. Ognuno di loro ha proposto il suo punto di vista e il proprio contributo è anche nella composizione degli otto brani originali, ognuno nato nel mondo musicale di ciascuno e rielaborato collettivamente in modo da diventare patrimonio comune. In particolare, le loro composizioni, di solare bellezza e vitalità, si ispirano all’eredità musicale dell’Iran meridionale, dove nel XVIII secolo arrivarono schiavi africani la cui presenza ha anche influenzato profondamente con i ritmi percussivi la musica dell’area marittima di Bushehr. Riflettendo sul rischio dell’ideologia identitaria, Hami Hamoo rivolge un invito in musica, anche attraverso testi di impegno sociale e la proposta di un sound eclettico estremamente piacevole, a celebrare l’amore e la condivisione.
Il nome Hami Hamoo deriva da un termine farsi per “più o meno”, simbolo di una ricerca che vive della circolazione paritaria delle idee. Senza che nessuna forma prevalga, la tradizione iraniana si fonde con ethio-jazz, elementi dell’Africa occidentale e blues, in una trama di aromi e suggestioni inediti: tutto è sapientemente plasmato. Anche i testi sono una miscela di farsi, bambara e francese.
Le prime tre tracce dell’album, “Douaou” (benedizione, in bambara), “Africa” e “Sefar” (viaggio, in farsi), costituiscono un’attrattiva porta per entrare in un originale mondo musicale e affrontare il viaggio tra ritmi ballabili ed energetici, brani più modulati sottolineati da una chitarra melodiosa e quasi parlante e il sognante, ispirato blues africano riflettendo sul fatto che “Il viaggio è difficile ma sono obbligato a restare in questa difficoltà”, come scriveva un antico poeta del Bushehr, chiedendo la benedizione prima della partenza. La title track fonde tradizione e momenti più esplorativi (con una duplice accezione della parola Siya che significa “nero” in farsi e “origine” in bambara). Con il brano “Kele” (guerra, in bambara) si crea una grande tensione tra il parlato quasi rap e il sax di Havard. Infine “Je ne fait que penser a toi” è un blues ambientato nel quartiere parigino di Chateau Rouge, luogo della speranza africana. In questa felice e sensibile miscela scorrono elementi e strumenti diversi come il sassofono tenore e la chitarra elettrica, il calebasse, le percussioni elettroniche e la chitarra acustica che innescano un evocativo, gradevole e naturale connubio che guarda e riesce a portare lontano chi ascolta.
Carla Visca
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