Naïssam Jalal – Landscapes of Eternity (Les Couleurs du son, 2026)

L’etichetta francese Les Couleurs du Son ci ha abituato a percorsi musicali che sanno attraversare i confini culturali ed estetici. Dopo l'acclamato “Healing Rituals” (2023) e il notevole progetto in duo “Souffles” (2025), il nuovo album di Jalal dialoga con la musica indostana mostrando profondo amore e rispetto per la sua grammatica e I suoi sentieri ritmico-melodici, pur senza mai cedere al purismo. Si uniscono a lei la voce di Samrat Pandit, il sarod di Sougata Roy Chowdhury, le tabla di Nabankur Bhattacharya, il pianoforte di Leonardo Montana e la batteria di Zaza Desiderio, oltre al bordone di tanpura suonata da Flo Comment che apre ogni brano e ancora l'intero album ad una vibrante tonica in do. Il libretto dell’album (27 pagine) è particolarmente curato e permette alla compositrice di esplicitare e approfondire tre concetti chiave alla base dell’album: imparare (in particolare l’accostarsi al Dhrupad e Khayal e gli insegnamenti di Hariprased Chaurasia e Indrani Mukhergee), viaggiare (le migliaia di chilometri percorsi in India a partire da dicembre 2021), incontrare (territori e persone, suoni e sapori, un senso di pace). La sua narrazione affronta così la genesi e i dettagli dei cinque brani registrati ad agosto 2025 nello studio La Buissonne da Gérard De Haro: compongono un arco narrativo che comincia con le lacrime e approda a un paesaggio interiore. Fin dal primo brano, il modo di suonare di Jalal è contemporaneamente denso e agile ed offre percorsi improvvisativi che sanno sorprendere e stendere nuovi territori comuni fra il canto del flauto e quello della sua voce, rendendoli estensioni l'uno dell'altra, ma anche sapendoli fondere in un’unica voce. È questo forse il suo album più lirico e attento alla forma melodica, ma anche capace di improvvisazioni molto personali, dolorose, audaci, in particolare in “Tears in Delhi's Fog” dove l’incedere delle tabla imprime una prima energica svolta al clima dolente impresso alla prima parte dalla  voce accompagnata dal piano. Con l’entrata in gioco della batteria si compie un rito catartico che permette di liberare le tensioni emotive accumulate. “Bath of Forgiveness in the Moonlight” ristabilisce un clima contemplativo ispirato ai rituali lungo il Gange a Varanasi, attingendo alla serenità veicolata dai raga Yaman e Behag. Gli oltre dodici minuti di “Soft Rain on a Silent River” danno gentilmente corpo all’incontro fra le acque dal cielo e lungo il fiume portandolo gradualmente ad incresparsi e incrementare l’energia che scaturisce dal dialogo fra gli strumenti, per poi riprendere il placido andamento iniziale a compimento di un perfetto arco narrativo. Il carattere malinconico riemerge con il raga Bhairav in “In the Rice Fields at Dawn” il gruppo a rifrangere la luce che il flauto irradia, ispirato dai primi raggi del sole all'alba, disegnando un inno alla fragilità e alle crepe quando cominciano ad attraversare la quiete. In chiusura, “Inner Landscape in Raag Kafi” riprende l’idea di flusso musicale composito del primo brano e fa sfociare un’esplorazione meditativa che vede i musicisti respirare all'unisono in un vivace gioco di contrasti e di cambi di tempo nella seconda parte, per poi ristabilire la dimensione di serenità che percorre l’intero , profondamente toccante, lavoro.


Alessio Surian

Posta un commento

Nuova Vecchia