Quattro giorni, cinque luoghi, oltre trenta gruppi: il “Music Meeting” festeggia la sua quarantesima edizione aggiungendo un venerdì alle consuete tre giornate di concerti e tornando alle origini. Il debutto della kermesse risale a novembre 1985, col titolo “1st Multicultural Dance and Improvised Music Meeting” e, fino al 2003, si è tenuto nelle sale da concerto del centro di Nijmegen: Concertgebouw de Vereeniging, Stadsschouwburg, O42. Dal 2004, il “Music Meeting” aveva trovato una collocazione più festivaliera e “estiva” nello storico Parco Brakkenstein. Ma negli ultimi anni, in diverse occasioni, alcune piogge torrenziali avevano funestato l’organizzazione dei concerti e l’annesso spazio camping e ristoro. Nel frattempo, è cambiata la direzione artistica del festival che ora punta di nuovo ai luoghi del centro città e a sezioni tematiche.
A dar fuoco alle polveri alla serata “Celebrate Africa” ha pensato la Roode Saal dello storico club Doornroosje aprendo alle 20.30 di venerdì con il settetto sudafricano BCUC (Bantu Continua Uhuru Consciousness): groove ipnotici, voci che invitano alla protesta sospinte da percussioni e basso elettrico. Il gruppo si dispone mettendo in primo piano le due voci soliste di Jovi Zithulele Zabani e Kgomotso Kgomotso Mokone, supportati dai cori di Hloni Letlhogonolo Maphunye
alla loro destra e, proprio dietro Jovi, Luja Thabo Saul Ngoepe, “bottaro” infaticabile anche alla grancassa in coppia con Skhumbuzo Ephraim Cheex, mentre Daniel Mangel si prende cura delle conga. A cucire il tutto è l’inesauribile lavoro al basso elettrico di Mosebetsi Mosebetsi Ntsimande. Nel finale si è unito al gruppo il compositore e polistrumentista canadese-haitiano Jowee Omicii al sax alto, preludio al ruolo di ospite speciale che avrà nell’edizione 2027 del festival.
Più tardi, lo stesso palco ha ospitato Mádé Kuti, con il suo nuovo gruppo di undici elementi, compresi due trombe e due sassofoni. Trentenne, figlio di Femi Kuti e dello Shrine di Lagos, nipote dell’icona dell'afrobeat, Fela Kuti, fin da bambino ha imparato a suonare ogni tipo di strumento, dal piano, ai sax, alla tromba; prima ancora di compiere dieci anni, si esibiva con il padre e i Positive Force su palchi più noti del mondo. Dal vivo rimane fedele all’afrobeat, lo arricchisce dalle parti delle percussioni e del basso di linee ritmico-melodiche afrocubane e attinge anche ai suoi contributi originali, orecchiabili dall’album di debutto “For(e)ward” (2021) (in cui suonava tutti gli strumenti, e dai successivi “Legacy+” e “Chapter 1 – Where Does Happiness Come From”, pubblicato l'anno scorso.
Fra un set e l’altro, il pubblico ha
potuto scegliere fra le proposte dell’efficace trio elettrico (batteria, basso, chitarra) della cantautrice Oumy, nella seconda sala, “Café”, e l’elektro dance di DJ IBAAKU nella Roode Saal che ha poi ripreso a far ballare i presenti al termine del concerto di Mádé Kuti.
Sabato il festival ha offerto attività e concerti in quattro luoghi diversi. Il cuore pulsante all’aperto è rimasto attivo dalle 14.00 alle 22.00 nella piazza Marienburgplein. Qui si sono alternati sul palco Baobab Crew; Esta Polyesta; Kosta Kostov; Svjata Vatra, in parallelo ad attività per bambini (il “Mini Meeting”), agli incontri esclusivi un artista-una persona nel container Intimatum e alle interviste con gli artisti sul palco All Ears. Dalle 14.30 la biblioteca comunale ha ospitato sia le altre attività del “Mini Meeting”, sia laboratori dedicati alle tradizioni indiane, in particolare alla danza. I laboratori sono proseguiti anche domenica e lunedì.
Fra le 14.30 e le 20.00, in una delle sale del centro polifunzionale Lux si sono tenuti tre concerti. L’ Ámàl Ensemble (Ámàl significa speranze in arabo) ha offerto un’eclettica selezione di melodie arabe che incontrano ritmi latinoamericani, suonati da sette giovani musicisti provenienti da Siria, Siberia, Messico e Francia che hanno Amsterdam come base comune; proprio come il trombettista olandese-ghanese Peter
Somuah, esperto nel far incontrare jazz e highlife offrendo brani ballabili trascinati da melodie sempre ben riconoscibili. A portare il pubblico altrove hanno pensato i coreani NuMori! con la loro capacità di intersecare psichedelia e ritmi e stili tradizionali, dal Pansori e Samulnori con K-rock e K-pop.
L’India è stata protagonista della parte serale e notturna della giornata con quattro proposte riassunte col titolo di “Indian Raga Night” ospitate nell’imponente chiesa protestante Stevenskerk, con un soffitto foderato di legno favorevole ad un’ottima resa acustica. Il primo concerto, alle 21.00, con le ance di Ashwani Shankar, ha introdotto il numeroso pubblico all’arte dell’improvvisazione su noti brani vocali. A seguire, Parvathy Baul, sola al centro di un cerchio segnato da petali di fiori ha unito la sua voce cristallina a uno scarno, ma articolato accompagnamento strumentale melodico-ritmico, scandito dalle sonagliere intorno alle caviglie. Da narratrice capace di creare legami comunitari attenti alla dimensione spirituale ha saputo dar forma a storie antiche materializzandole nel qui e oro, con intensità, a tratti invitando l’intera chiesa a cantare insieme.
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