La, musicalmente, gigantesca figura di Green è stata purtroppo vergognosamente presto rimossa dallo scenario collettivo, non avvenne come per Syd Barrett che tanti hanno continuato a citare tra le proprie influenze. Anche Bruce Palmer se n’è andato a causa un attacco di cuore a nemmeno sessant’anni nel 2004, quei ritmi percussivi e ancestrali in parte ispirati alle musiche tradizionali dei nativi americani, per lui risuonarono nel cuore misteriosamente solo una volta in quel lontano inizio anni ‘70. Il suo disco, evanescente, inclassificabile ed economicamente a dir poco disastroso per il mercato americano, rappresenterà l’altra faccia della medaglia della vincente carriera dell’amico super celebrato Neil Young (entrambi avevano fatto parte dei Buffalo Springfield). Un magmatico folk-rock distante sia dal folk che dal rock, una scala con gradini orientaleggianti e altri fantasmatico-esoterici, versione rock di quelli magici della divina Third Ear Band. Capaci di raggiungere con soli quattro brani (Alpha/Omega/Apocalypse-Interlude-Oxo-Calm Before The Storm) uno spettrale e liberatorio onirismo tipico di tante forme d’arte di quel decennio, quando anche letteratura, poesia e cinema raccontavano sovente storie di escapismo urbano. Erano soprattutto gli intrecci percussivo-flautistico-violinistici a dipingere volontà di rinnovamento e di conversione radicale propria di tanti giovani; qualcosa di indispensabile per lo sviluppo delle loro capacità di socializzazione, convivenza, relazioni. L’organo concepiva atmosfere eteree nella loro partitura, accordi tenui vagamente tinteggiati di rosa, motivi ripetitivi che sfumavano nell’irrealtà, riverberi in una spazializzazione del suono che dissolveva un tempo sospeso di trance. È un disco sopravvissuto a un’epoca in cui le contemporanee finalità elettriche erano perlopiù aggressive, ancora affascinante e che appare quasi privo di autore come se un altro ritmo fosse nascosto nelle ombre. “The End Of An Ear” infine, da parte sua, venimmo a sapere rappresentasse lo sbigottimento di Robert Wyatt per l’allora esclusione e poi espulsione da parte di Mike Ratledge e Elton Dean, dalla creatura Soft Machine. Una dadaista e surreale dichiarazione di intenti, il cui passo seguente sarà il più candido e lunare disco dell’intera musica occidentale: “Rock Bottom”. Ma di mezzo ci sarà, a soli 28 anni, il passaggio diretto dall’adolescenza alla vecchiaia di Wyatt, tramite un’atroce sedia a rotelle Molti rimasero delusi nello scoprire dietro l’angolo della sua celestiale e divisoria “Moon In June”, un disco piuttosto incompleto, sgraziato e indisponente, dal rincorrersi polveroso e senza speranza, di vocalizzi e sovraincisioni, con i fiati free accompagnati da percussionismi talvolta meccanici, altrove disarticolati. Una serie di canzoni schizofreniche, quasi sempre dai titoli in forma di dedica dove le melodie restavano scarsamente visibili cedendo il passo a melismi, stridii o balbettii talvolta sgradevoli e anti-commerciali. Non era certo il primo disco di quel genere ma Wyatt era il più melodico dei Softs, in fondo era stato relegato ai margini se non addirittura boicottato, proprio per il suo irrefrenabile desiderio di canzoni. Possedeva un’ermafrodita voce di velluto, nessuno si aspettava, a quel punto, che fosse talmente interessato a sperimentare dissonanze, forse sarà stato un psicologico bisogno di riconoscimento da parte dei suoi ex-colleghi, in risposta alla propria autostima e alle loro indisponibilità. Chissà!? Fatto sta che rimase sullo stomaco di molti ascoltatori la cacofonia provocatoria, sperimentale ed elementare che
ammantava il suono di celebrale, respingendo aspettative in favore di ciò che poteva facilmente apparire chiacchiericcio, onomatopea, nevrastenia. Ma Robert era parecchio incazzato e la CBS dev’essersi ben presto pentita, almeno in questo caso, di aver offerto a ciascun membro del gruppo la possibilità di incidere un disco solista. Quello di Wyatt era un guazzabuglio variopinto e inatteso di effetti, dizioni e sonorità simultanee o in successione, impossibile da prefigurare anche per il più dotato di immaginazione tra i suoi ammiratori dell’epoca. Il confuso dadaismo sonoro consacrava la supremazia dell’oggettività musicale sulla soggettività dell’artista, come in una specie di “lingua che parla da sola” avrebbe forse sintetizzato il poeta e romanziere irlandese James Joyce. Ma immediatamente poi accadrà lo sciagurato “incidente”, “Sea Song” apparirà fluttuare sulla superficie, le trasognanti ciminiere e torri di “Rock Bottom” si circonderanno di acque, almeno dieci miglia distanti da qualsiasi terra e difese da fluidi baluardi senz’altro più efficaci di qualsiasi muro o bastione. Un disco di sei inconsuete canzoni lagunari che sradicheranno definitivamente i loro alberi fuori dalle “Fondamenta al Rio de la Croce” e dalla “Casa Del Leone” giudecco-veneziana, in sfida a qualsiasi vascello osasse mai avvicinarsi. Imprendibili come vapore, al pari di una marea, sapranno far sentire il rumore di remi intorno a San Marco, sommergendo ogni vicolo. Sarebbe inutile ribadire quel che si era intuito subito nel 1974 e che trova puntuale conferma cinquanta anni dopo: non può esistere possibilità di raggiungere la lucida mestizia delle melodie, traslucide come cristalli, di “Rock Bottom” (1). Anche tutto ciò era altrettanto inimmaginabile dopo l’ascolto di “The End Of An Ear” che rappresentò un “punto a capo” nelle ingenue intenzioni di un alunno ubriacone, cacciato (a suo sentire “ingiustamente”) dalla classe. Uno sghembo compito free-rock svolto in nome di varie delusioni, architettura di schizzi e rumori amari, firmato Robert Wyatt che rappresenterà anche la sua ultima apparizione in veste di batterista occasionalmente prestato alla voce prima che accadesse il contrario. Con il distacco acquisito dallo scorrere del tempo avevano ragione loro: Bruce Palmer, Peter Green e Robert Wyatt che si trovarono prossimi negli intenti più intimi, facendosi rappresentare da tre dischi-manifesto di simile lucida ed estrema coerenza artistica.
Flavio Poltronieri
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(1) Senza lo sciagurato “incidente” anche la genesi di questo disco sarebbe stata differente in quanto il materiale composto alla Giudecca era inizialmente destinato al terzo disco dei riformati Matching Mole (con Robert Wyatt, il bassista Bill MacCormick, il tastierista Francis Monkman e il sassofonista Gary Windo)
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