Il ciclo è completo, orecchio e gioco sono finiti

Occuparsi di dischi che superano i cinquant’anni di età può apparire un vezzo snobistico ma sono decenni che resto stupito di come, indipendentemente dalle loro indubbie differenze stilistico/musicali, questi tre musicisti fossero giunti, separatamente ma contemporaneamente, a medesima lapidaria conclusione. Pur appartenendo a mondi sonori lontani, affermarono identico concetto scegliendo per loro, titoli oscuri che sancivano una perentoria sintonia d’intenti: “The Cycle Is Complete” del canadese Bruce Palmer era rock psichedelico, “End Of The Game” di Peter Green (baum) e “The End Of An Ear” di Robert Wyatt (entrambi inglesi) appartenevano rispettivamente a free-blues e improvvisazione jazz. I tre vinili comparvero all’improvviso e insieme sugli scaffali della scena musica occidentale, in un lontano anno 1970 annunciati dal nulla e da niente che li facesse prevedere ai rispettivi ascoltatori appassionati. In quel momento Wyatt aveva venticinque anni, gli altri due, uno di meno. In più quello di Green terminava con un solco finale di chitarra volutamente “strappato” a sancire inequivocabilmente una rottura musicale definitiva. “La Fine Di Un Orecchio”, “La Fine Del Gioco” e “Il Ciclo È Completo” nella lingua dell’anima, risultano sovrapponibili nei significati e appartengono a una galassia fantasmagorica che non trova musicalmente vera e propria definizione appropriata. Sono stati dischi anche rari da trovare durante alcuni periodi, col senno del poi: per Palmer sarà primo e anche ultimo, per Green divenne un finto finale (anche se preso molto, molto sul serio) e per Wyatt avrebbe dovuto essere l’inizio solistico-batteristico ma il destino deciderà ben presto, diversamente. Le realtà del fato e dei fatti seguenti, in un modo o nell’altro, non faranno che confermare per tutti e tre, quella premonitrice tranciatura alla loro musica (e, parzialmente, anche alla loro vita). Ricordo ancora che alcuni anni dopo la pubblicazione, acquistai una ristampa economica del disco di Peter Green, a causa di alcune differenze grafiche di copertina. Scoprii con sgomento, al termine dell’ascolto, che era stato tagliato l’accordo finale della chitarra, probabilmente scambiandolo per un precedente errore tecnico di sala di registrazione. Il colmo: una cesoia per la cesoia! Verrebbe da dire: “Chi di trancio ferisce, di trancio perisce!”. Ora Peter Green non c’è più, se n’è andato nel sonno sei anni fa dopo che su di lui sono state scritte innumerevoli leggende, probabilmente per la gran parte veritiere: eremitaggi, paranoie, allucinazioni lisergiche e schizofrenie d’ogni tipo. È precipitato in un buco ma aveva già smarrito la presa tempo prima, nonostante fosse leggenda fin dall’inizio, fin da quando giovanissimo, suonava l’elettrica blues come nessuno, nemmeno Eric Clapton. Un giorno perfino B.B. King sostenne: “ad ascoltarlo sudo freddo”. Quando a vent’anni entrò, seppur brevemente, nei Bluesbreakers del compianto John Mayall (1933 - 2024) erano i tempi in cui farne parte equivaleva a frequentare l’università londinese di un nuovo blues in divenire. L’epoca in cui sui giornali specializzati ancora qualcuno sosteneva con vigore che, proprio per genetica, non esistesse bianco capace di suonare il blues. L’inquieto, sospeso e celebrale epitaffio di “End Of The Game” è il rock psichedelico e arcano che si può incontrare nella giungla tropicale di Joseph Rudyard Kipling. Dove nevrosi ed estasi si bilanciano a vicenda in un equilibrio perfetto che si vorrebbe non trovasse mai fine, fatto di impronte acustiche in paesaggi sonori. Autentico antenato di blues ecologico. 

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