Paolo Vites, Boomer's story. Come la musica ci ha salvato la vita, Arcana 2026, pp. 192, euro 16,50

Firma storica del giornalismo musicale italiano e voce tra le più autorevoli nell’opera di scavo e divulgazioni delle radici del rock, del folk e della canzone d'autore americana, Paolo Vites ha alle spalle un percorso professionale e umano che riflette una conoscenza profonda dell’universo rock che è andata sempre di pari passo con la sua capacità di raccontarlo con vibrante potenza affabulativa e ispirativa. Dopo gli illuminanti saggi su Bob Dylan ed Eric Andersen, lo ritroviamo con "Boomer's story. Come la musica ci ha salvato la vita", libro sicuramente tra i più intimi della sua produzione nel quale scardina completamente l'approccio enciclopedico e pedante di una certa critica musicale per abbracciare un'ispirazione profondamente autobiografica, generazionale e confessionale, restituendoci il ritratto di un'epoca in cui le canzoni non erano mero intrattenimento ma strumenti per comprendere il mondo. Le ispirazioni di questo saggio affondano a piene mani nella controcultura e nei sommovimenti degli anni Sessanta e Settanta, in quell'epopea in cui la musica si faceva portatrice di ideali, di fughe e di ritorni, mescolando la sacralità dell'ascolto condiviso con la polvere della strada americana. Il "suono" della sua prosa è caldo, rigorosamente analogico e intimamente acustico, strutturato su un arrangiamento narrativo che rifugge il puro nozionismo da collezionista per prediligere invece l'aneddotica vissuta, intrecciando magistralmente la memoria personale con la storiografia collettiva di chi ha cercato la propria libertà tra i solchi di un 33 giri. Proprio come in un lungo concept album denso di sfumature, l'autore ci guida all'ascolto delle singole pietre miliari che hanno scandito questa educazione sentimentale, partendo idealmente dal brano d'apertura, quell'omonimo disco "Boomer's Story" pubblicato da Ry Cooder nel 1972 che, esplorando le radici della musica tradizionale e polverosa con il suo incedere blues e folk, tracciava le coordinate di un viaggio dell'anima ben prima che la parola assumesse le odierne connotazioni sociologiche. Subito dopo ci si immerge nelle atmosfere dilatate, corali e quasi mistiche di "If I Could Only Remember My Name" di David Crosby, capolavoro in cui il racconto si fa struggente nel descrivere la fragilità di una generazione in cerca di senso e di redenzione attraverso l'amicizia e le armonie vocali. Il viaggio prosegue incrociando l'elettricità ruvida e l'introspezione di "Decade" di Neil Young, un passaggio analizzato non come una semplice antologia di successi, ma come il diario di bordo di un sopravvissuto solitario, una mappa emotiva essenziale per chiunque voglia comprendere le ferite e le speranze di quegli anni, temi che l'autore tratta con una sensibilità fuori dal comune. Infine, il ritmo si fa più serrato e sanguigno inoltrandosi tra le narrazioni epiche di Bob Dylan e le radici profonde portate alla luce da The Band, veri e propri pilastri che, pagina dopo pagina, restituiscono tutto il sudore, la spiritualità e la passione di un'epoca irripetibile. Un epoca nella quale mettere sul piatto un Lp, appoggiare la puntina e chiudere gli occhi immergendosi nell’ascolto significava letteralmente trovare un posto sicuro nel mondo e, in ultima analisi, salvare la propria vita. 

Salvatore Esposito

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